Non si cura in psichiatria senza speranza e senza utopia

iesa

Cos’è è e come funziona l’inserimento di adulti con disturbi psichici in contesti familiari.

Incontrare gli autori contemporanei della letteratura scientifica in campo psicologico e psichiatrico è uno degli obiettivi del Centro di Documentazione, al fine di diffondere una cultura e un sapere moderni frutto di esperienze, ricerche e riflessioni sul tema della salute mentale. Questo il motivo per cui il dott Gianfranco Aluffi, specialista in psicologia clinica, è stato invitato a condividere i contenuti del suo ultimo libro, “Famiglie che accolgono, Oltre la psichiatria”, con i dirigenti e gli operatori delle diverse Asl di Roma insieme alle associazioni dei familiari. Focus di questo seminario è il servizio IESA (inserimento eterofamiliare supportato di adulti sofferenti di disturbi psichici). Il dot. Aluffi è il responsabile di questo servizio e anche dell’Unità di Monitoraggio e Programmazione Clinica dell’Asl T03 di Torino.

Il testo presenta una particolarità che lo rende il primo libro al mondo di medicina narrativa sul servizio IESA. Perché? La Asl T03, in collaborazione con la Scuola Holden di Torino, ha organizzato un concorso nazionale di scrittura, “Accogliere biografie sospese”, per raccogliere dei racconti sull’esperienza dell’inserimento eterofamiliare. I 20 vincitori del concorso hanno avuto come premio la pubblicazione del racconto in questo libro che ha anche una parte tecnica con una componente scientifica di spiegazione e di metodo rispetto allo IESA. Il Centro Studi e Documentazione ha l’abitudine di far presentare all’autore il suo lavoro rivolgendogli una serie di domande che lo guidino nell’esposizione. In questo caso specifico sono state rivolte con un duplice scopo. Riflettere sull’implicazione reale e quotidiana dell’accogliere e dell’essere accolto e successivamente scoprire i diversi ambiti di applicazione del servizio.

Accogliere ed essere accolti

Come avviene il processo di ambientamento delle persone ospitate dalle famiglie scelte dal servizio IESA? Si tratta di cambiare ambiente. Molte di queste persone che vengono inserite nelle famiglie provengono da strutture protette, che sono distanti dalla vita quotidiana. Questo passaggio, ovvero il processo di ambientamento deve avvenire in maniera molto dolce, graduale ed è strettamente individualizzato. Quello che noi tendenzialmente facciamo è presentare il candidato alla famiglia che lo ospiterà, è chiaro che non si attiva mai il progetto senza il consenso dell’attore principale, cioè l’utente. E si prende sempre in considerazione, il suo desiderio inquadrato in delle prospettive per il futuro e la struttura di provenienza. Generalmente l’esito del processo di ambientamento è positivo, nel senso che queste persone non vogliono più ritornare alla situazione precedente e apprezzano gli stimoli e l’affettività che provengono da questo nuovo ambiente di tipo familiare.

In una di queste storie si parla di una terapia delle piccole cose. Quelle piccole cose quotidiane fatte di affetto, relazioni sane e concilianti, respirare armonia e cura, tutto quello che si dovrebbe vivere in una famiglia. Forse agli utenti del servizio IESA è questo che è venuto a mancare nella loro vita? Si, e si può estendere questa condizione deficitaria anche a tante altre persone che finiscono nel bacino delle strutture che curano la salute mentale. Gli aspetti da lei elencati ben si candidano ad essere degli elementi predittori di una vita serena anche se non al 100%. Sono aspetti importanti e per chi li ha persi o non li ha mai avuti ritrovarli o trovarli in un ambiente nuovo fa sì che la persona entri in contatto con una dimensione rassicurante che può favorire un recupero delle forze, di voglia di vivere, di fare delle cose. Quando si parte da una base che già è alienante dalla società non è facile guarire ed entrare in un percorso di recovery.

La famiglia ospitante ha la tendenza a seguire la persona passo passo oppure le lascia lo spazio per vivere il suo privato? La famiglia e l’ospite non sono lasciati a se stessi, in quanto vengono seguiti da una figura professionale preposta che si chiama operatore IESA. Siamo di fronte ad un modello tripolare, da una parte c’è chi accoglie dall’altra c’è chi è accolto e infine c’è un terzo vertice che è rappresentato dall’istituzione che garantisce. La figura dell’operatore IESA è una figura imprescindibile che entra nella quotidianità della vita familiare come terza parte in maniera garbata e delicata ma come una guida. Concretamente si può dire che si toglie il camice e opera nudo in casa di qualcun altro con funzioni di sostegno e di controllo. Questo permette che non si verifichino situazioni in cui la famiglia si sostituisce all’ospite seguendolo passo passo in maniera asfissiante.

Il servizio IESA è destinato ai pazienti gravi oppure coinvolge anche gli utenti che presentano problematiche meno importanti? Faccio fatica a parlare di gravità quando mi trovo davanti ad una persona, posso parlare di gravosità dei sintomi. Secondo me non esistono persone gravi, esistono persone. Lo IESA è aperto a loro con qualsiasi tipo di diagnosi, di percorso di vita e di storia. Vengono escluse soltanto quelle persone che recentemente hanno mostrato delle modalità reattive violente per risolvere delle situazioni conflittuali, però parlo di episodi recenti. E anche quelle persone che possono mettere in atto dei comportamenti nocivi per la famiglia che le accoglie, per esempio una persona che ha problemi di dipendenze. Così pure coloro che hanno la tendenza a compiere atti illegali. L’obiettivo è sia tutelare l’ospite sia la famiglia che accoglie.

Come fa una famiglia a scegliere di convivere con un uomo di 75 anni, pur sapendo che comporta fatica, impegno e responsabilità? Se avesse scelto un uomo più giovane avrebbe dovuto affrontare le stesse problematiche? Le famiglie ci provengono attraverso dei percorsi di reperimento che seguono tutta una serie di criteri. Facciamo una selezione accurata, ma non proponiamo una categoria di persone specifica è successivamente che viene fatto l’abbinamento famiglia-ospite. Esiste una banca dati in cui sono inseriti dati e informazioni delle famiglie selezionate e una dei candidati ospiti altrettanto ricca di dettagli. Il processo poi prosegue facendo conoscere le parti ed è in questa fase che l’ospite e la famiglia valutano se si possono sentire bene o meno con la persona che gli proponiamo. Quindi l’età non è un fattore così importante. Per le persone anziane dove c’è un marcato aspetto assistenziale cerchiamo famiglie che abbiano una attitudine all’assistenza. Se fosse stata una persona più giovane probabilmente non sarebbe stata inserita in quella famiglia lì.

Inserimento eterofamiliare di persone anziane
Come vivono i rapporti interfamiliari le persone anziane inserite nel servizio IESA? Gli anziani sono una categoria fortemente rappresentata, provengono da strutture psichiatriche ma non solo poiché abbiamo aperto il servizio anche a quelli non autosufficienti, per evitare il ricovero in un istituto, e anche a quelli con problemi neurologici o con disabilità varie. Per loro il percorso è più graduale, si fanno degli incontri periodici nei quali iniziano a conoscere il nuovo ambiente dove andranno a vivere, è un percorso molto delicato. Il ruolo che vanno ad assumere in queste famiglie è un po’ quello di nonno adottivo. A prescindere dalla categoria a cui appartiene la persona l’obiettivo del servizio IESA è quello di farle assumere un ruolo diverso da quello di paziente ed è difficile che la persona inserita in famiglia si senta un paziente.

Inserimento eterofamiliare degli adolescenti
Gli adolescenti che usufruiscono dell’inserimento eterofamiliaree hanno una famiglia d’origine, mostrano un disagio psichico in relazione ai problemi familiari o è indipendente dal contesto d’origine? Questa è una categoria inserita recentemente nel servizio IESA. Agire con un inserimento eterofamiliare nei confronti degli adolescenti seguiti in comunità per problemi psichiatrici può aiutarli a ripartire, cioè a riscattarsi da quel percorso che li ha collocati in quella struttura perché è una età in cui si può lavorare molto e bene per il recupero. Le esperienze che abbiamo fatto sono state premianti. Per quanto riguarda le problematiche della famiglia di origine queste indubbiamente impattano sulla famiglia che accoglie. Tutti ci portiamo dietro la nostra storia, degli aspetti li possiamo smussare, li possiamo temporaneamente dimenticare però ce li portiamo dietro. Siamo plasmati da tante esperienze quindi il vissuto nella famiglia d’origine e quello nella famiglia ospitante non sono disgiunti. Però un nuovo ambiente, più accogliente, più propositivo, che incentivi la serenità e dove gli spazi sono rispettati può cambiare le cose. Tutto questo ovviamente va costruito con un buon percorso di abbinamento tra ospite e ospitante. Non tutte le famiglie vanno bene per qualsiasi ospite e questa è una fase fondamentale del nostro lavoro per un buon esito.

Inserimento eterofamiliare di ex pazienti degli ospedali psichiatrici giudiziari
La diagnosi di malattia mentale nei confronti di chi ha commesso reati penali influenza il successivo percorso di riabilitazione e autonomizzazione nell’ambito del servizio IESA? Queste sono situazioni abbastanza estreme. Con gli anni siamo arrivati a capire quanto è importante rispettare il soggetto, per fare questo bisogna riuscire a mediare tra quello che vorremmo produrre con un percorso di riabilitazione e quello di cui invece il soggetto ha bisogno per andare avanti nella propria vita in maniera il più indolore possibile. Quindi in queste situazioni è importante interrogarsi per trovare la via più funzionale nei confronti del soggetto. L’approccio dello IESA è individualizzato e sicuramente ci sono delle ripercussioni nei pazienti opg o anche negli ex carcerati ma non si può generalizzare.

Come si sta relazionando oggi il ser- vizio IESA con le Rems?
Abbiamo avviato un discorso di collaborazione anche con gli utenti appartenenti a questo tipo di strutture.

Rapporto tra l’inserimento eterofamiliare e la famiglia di origine.

In che modo la famiglia di origine si relaziona con il soggetto quando viene inserito nella nuova famiglia? La famiglia di origine è un tema molto caldo del progetto. Lo IESA, come tutti i progetti di residenzialità, è rivolto a coloro che non hanno una famiglia d’origine in grado di prendersi cura di loro. Solitamente è rivolto a persone che o non ce l’hanno una famiglia o è inadeguata a assolvere determinati bisogni. In quest’ultimo caso può addirittura mettere i bastoni tra le ruote quando si vuole attuare l’inserimento in un’altra famiglia, perché questo passaggio scatena dei vissuti di inadegua- tezza, di competizione e di rivalità.

In molti casi queste famiglie arrivano a dire: ma perché questi vengono pagati che non hanno bisogno di nulla? Se guardiamo alla storia dello IESA incontriamo il patronato eterofamiliare e omofamiliare attivo ai tempi in cui erano aperti i manicomi. In cosa consisteva questo patronato omofamiliare? Si davano dei soldi alla famiglia d’origine affinché si riprendesse a casa il congiunto che in manicomio costava troppo alle casse delle province. Anche nel dibattito scientifico dell’epoca veniva fuori come questa strada non fosse quella giusta da intraprendere. Perché? Dare un incentivo economico a chi prendeva in casa un proprio congiunto aveva come effetto quello di cronicizzare il sintomo, in quanto il malato rappresentava una fonte di guadagno e inversamente se guariva. Questa esperienza è illuminante rispetto alle scelte dei giorni nostri. Questo non toglie che quando c’è una famiglia d’origine va gestita con rispetto e con tutta la cura. Se è possibile deve essere coinvolta e diventare un alleato.

Relazione tra l’inserimento eterofamiliare e la condizione psichica dell’utente anche in rapporto ad altre soluzioni di tipo residenziale riabilitativo

In che modo il servizio IESA aiuta i pazienti a migliorare la loro salute psichica?
Un primo aspetto importante è quello ambientale. Un ambiente gradevole sicuramente aiuta la riabilitazione. Sentirsi parte di una famiglia e non di un gruppo di persone sofferenti ha una ricaduta sulla percezione del sé, del proprio percorso di empowerment e di riscatto sociale oltre che personale. Il fatto che in una famiglia le relazioni siano tra pari, cioè non implichino un incarico di tipo clinico o ricoprano un ruolo terapeutico, ma siano semplicemente relazioni con delle persone buone che hanno deciso di mettere a disposizione parte del loro tempo e del loro affetto, sviluppa situazioni in cui ci si può volere anche bene. In una istituzione chiusa il paziente può identificarsi con altri pazienti come lui o può identificarsi al massimo con un operatore. Da un punto di vista della prospettiva della speranza, in strutture altamente istituzionalizzate viene a decadere la potenzialità di cura dello strumento. In una famiglia il soggetto si può identificare con un suo componente di che può avere delle sane abitudini allora la quotidianità condivisa diventa terapeutica.

Quali sono le differenze principali dell’inserimento in una famiglia rispetto a quello in una comunità, per la ripresa della quotidianità e la ricostruzione della propria identità? Una persona che viene ricoverata in una struttura che lo isola, come una comunità, perde le forze e le propositive, viene intaccata la sua identità, l’empowerment e lo stato dell’umore. Tutte cose che non hanno delle ripercussioni positive sul decorso della malattia, soprattutto se il ricovero è protratto per molto tempo. In tutto ciò risiedono le più grandi differenze rispetto ad un coinvolgimento in un progetto IESA.

In Conclusione: una riflessione più generale sullo IESA Recentemente abbiamo visto il suo intervento nella trasmissione Forum. Ritiene che la visibilità in queste trasmissioni di intrattenimento al di fuori dell’ambito scientifico, possa servire a parlare più liberamente e avvicinare le persone e in particolare le famiglie ai temi della salute mentale?

La risposta è si. Io credo che per diffondere una cultura dell’accoglienza sia importante agire su determinati registri e su determi- nati ambiti di una cultura gene- rale che si rispecchia nella popolazione. Se noi non riusciamo ad arrivare a sensibilizzare la popolazione non possiamo neanche reperire dei volontari. Quindi, la popolazione ci serve per diffondere la cultura dell’accoglienza, per abbattere lo stigma e soprattutto per reperire le famiglie.

Il Centro Studi e Docu- mentazione “Luigi Attenasio – Vieri Marzi” è composto da una redazione di 8 persone im- pegnate nella raccolta e catalogazione di leggi italiane ed estere, report e dati istituzionali, libri, riviste e tesi universitarie inerenti la salute mentale al fine di realizzare e ge- stire un database digitale consultabile su www.salutementale.net.
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