“Civiltà perduta”: l’avventura di James Gray nella giungla amazzonica

Tratto dal romanzo Z la città perduta di David Grann, l’ultimo lungometraggio di James Gray narra le vicende dell’esploratore britannico Percy Fawcett (Charlie Hunnam) alla ricerca di una città/civiltà ancora inesplorata nella foresta dell’Amazzonia. La pellicola si apre nel 1905, anno che precede la prima missione del maggiore Percy e dei suoi compagni di viaggio, tra cui lo scrupoloso e grezzo Henry Costin interpretato da un barbuto Robert Pattinson.

1905. Percy e sua moglie Nina (Sienna Miller) si sono trasferiti con il loro piccolo Jack a Cork. La breve sequenza introduttiva è caratterizzata dall’alternanza di campi lunghi nelle vaste praterie irlandesi con un montaggio frenetico che tende a focalizzarsi su alcuni dettagli e prepara esteticamente e mentalmente lo spettatore alla visione di un film in cui viaggio, tempismo e sangue freddo sono gli ingredienti fondamentali.

L’anno successivo Percy viene reclutato dalla Royal Geographical Society per mappare dei territori inesplorati nel Sud America. È così che l’avventura ha inizio. Fin da subito il film, e con esso lo spettatore, si trova a intricarsi e districarsi tra rami, radici e alberi della giungla amazzonica e a immergersi nelle acque inquiete del Rio delle Amazzoni. James Gray ha saputo dimostrare una forte sensibilità autoriale in un film d’avventura costruito su vicende storiche. Nei suoi 140 minuti di durata, infatti, Civiltà perduta riesce a mantenere un equilibrio ossessivo nella tensione narrativa che non si allenta e non rischia mai di annoiare né eccede sul piano dell’intensità estetico-narrativa. Anche durante uno dei punti di svolta del film, la conferenza presso la Royal Geographical Society (siamo nel 1910), il regista gioca a tirare sempre più il filo della tensione senza però mai eccedere in un climax esasperato.

Civiltà perduta è un film costruito su molti contrasti che formano nei fatti dei dualismi: la partenza e il ritorno; l’allontanamento da casa e famiglia e l’avvicinamento e la scoperta di nuove terre straniere; un continuo tendersi e distendersi della tensione; un padre di famiglia e un avventuroso esploratore; il melodramma familiare e l’individualismo nel raggiungimento di un obiettivo che assume sempre più un carattere personale; la determinazione che rasenta l’ossessione, o forse la raggiunge senza mai sfociare nella totale irrazionalità del delirio. A coronare questa forte impronta autoriale ci sono le musiche, in particolare il leitmotiv raveliano di Daphnis et Chloé, composizione per orchestra e coro, un balletto che gioca su lunghi e continui crescendo più volte interrotti di colpo creando una sensazione di stasi, come una zattera in equilibrio sulle acqua di un fiume. Ed è infatti sempre in questo tipo di sequenze “acquatiche” che riemerge un breve passaggio del tema raveliano fino a presentarne una parte più ampia solo verso la fine della pellicola.

Esemplare la sequenza finale che non poteva non concludersi in un modo così cinematograficamente simbolico. L’attesa, il tempo, la speranza, l’oggetto-simbolo fanno pensare a un altro finale, quello di Inception (Christopher Nolan), con la differenza che in Civiltà perduta una risposta c’è ed è meno ambigua, è solo dettata da una scelta autoriale che non mira tanto all’originalità quanto al conferimento di un’aura magica intorno alla vicenda dell’esploratore Percy.

Voto: 8

Al cinema dal 22 giugno!