Traumi e shock culturale minano la salute mentale dei migranti

Sono sempre di più i rifugiati, i richiedenti asilo e i migranti che arrivano o transitano nel nostro Paese, dopo infinite peregrinazioni e dopo aver subìto una lunga serie di violenze e traumi indescrivibili. Benchè negli utimi giorni si sia parlato addirittura, e del tutto erroeanemente di “invasione”, secondo i dati dell’Organizzazione Nazionale delle Migrazioni (OIM) dall’inizio dell’anno sono oltre 83 mila i migranti arrivati sulle nostre coste, circa il 17 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Uomini, donne e bambini particolarmente vulnerabili e a forte rischio di esclusione sociale ai quali è doveroso garantire il diritto alla salute, anche a quella mentale. Invece, per chi arriva segnato da troppe sofferenze, spesso il destino è quello di ammalarsi ancora di più per le difficoltà in cui si imbatte.

La sfida che lanciano gli esuli del terzo millennio è quella di giocare una partita che può essere vinta solo sul tavolo dell’integrazione. Più concretamente e per la loro salute è necessario che gli operatori comprendano sia le dinamiche del fenomeno sia quelle delle persone migranti, affrontando le situazioni con le competenze acquisite attraverso una formazione specifica, centrata sugli aspetti transculturali. Ed anche avvalendosi del supporto di psicologi, assistenti sociali, antropologi e mediatori esperti in ambito sanitario. Con l’obiettivo di aumentare sensibilità e conoscenza su questo argomentosi è svolto recentemente a Roma un convegno promosso dall’Istituto Nazionale delle Malattie della Povertà (INMP). Il tema? Salute Mentale dei Migranti: tendenze a livello Europeo e approccio transculturale.

Fra gli studiosi di numerose università e istituzioni sanitarie nazionali e internazionali che hanno portato un contributo alla discussione, anche uno dei massimi esperti mondiali di psichiatria transculturale, Dinesh Bhugra, professore emerito di Salute Mentale e Diversità Culturale presso l’Istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuroscienze del King’s College di Londra, nonché presidente dell’Associazione Mondiale di Psichiatria. Bughra, pakistano di origine, ha vissuto sulla sua pelle l’esperienza del migrante in una metropoli occidentale e perciò ha voluto raccontare la sua esperienza personale. I suoi genitori, emigrati nel 1979 nel Regno Unito, si sono subito scontrati con problemi sociali e procedurali. Tuttavia i suoi studi si sono concentrati sull’incidenza del disagio psicosociale nei migranti di seconda e terza generazione. Nella su lectio all’INMP, lo studioso – partendo dall’analisi dei motivi e delle reazioni degli stranieri alla migrazione – ha portato, fra l’altro, i risultati di studi svolti nel Regno Unito durante gli anni 70 e nel 2006 proprio sui disturbi psichici dei migranti neri dei Caraibi e dell’Africa. Con tali evidenze, Bughra ha sostenuto che i problemi psichici non siano ascrivibili a ragioni di tipo etnico o migratorio, ma piuttosto a difficoltà di integrazione. Anche le seconde e terze generazioni di migranti prese in analisi negli studi presentavano, infatti, almeno nella metà dei casi ed anche dopo 10 anni di permanenza nella nuova società, gli stessi problemi delle prime.

Sarebbero quindi, non tanto i traumi dovuti alle drammatiche odissee a incidere sulla salute mentale di chi migra, quanto le condizioni socioculturali che contraddistinguono le nuove vite, fatte di svantaggio socio-economico, disoccupazione, discrepanza tra obiettivi raggiunti e aspirazioni, incongruenza culturale e densità etnica. Un vero e proprio shock culturale che impone al medico un bagaglio tale da poter avvicinare il paziente riferendosi al suo contesto originario, generalmente socio-centrico e ben diverso da quello occidentale, per lo più caratterizzato da individualismo e competizione. Cosa deve fare quindi il medico? Secondo Bughra verificare gli aspetti culturali, ambientali e di vita quotidiana dei pazienti migranti. Per dirla con lui, “essere consapevole dei colori”, “delle differenze presenti in ogni micro-identità”, “ammettere propri limiti”.

Anche da Massimiliano Aragona dell’U.O. di Salute Mentale dell’INMP, focalizzandosi sulla situazione italiana, ha fatto distinzione fra i traumi subiti in fase pre-migratoria o durante il viaggio e quelli successivi all’arrivo. Un momento di “ritraumatizzazione secondaria”, quando il migrante che arriva infine alla meta sperando in un miglioramento rispetto alla situazione pregressa, si ritrova invece in stand-by nei centri di accoglienza dove a farla da padroni sono noia, vuoto e paura di essere rimpatriati. Una condizione che aumenta in modo significativo il presentarsi di problemi psichici (principalmente del disturbo post-traumatico da stress, ma anche di patologie psicosomatiche, psicosi e disturbi legati all’impatto con una cultura diversa).

È possibile diminuire l’incidenza di tali disturbi? Secondo Aragona per fare la differenza è indispensabile un miglioramento dei livelli e dei modi di accoglienza. E anche dello stile di cura del medico, che deve sempre partire da una diagnosi differenziale. Altro aspetto, evidenziato da Antonio Ventriglio del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Foggia, è quello dell’adattamento culturale. Dal momento dell’arrivo la consapevolezza culturale del migrante comincia a vacillare e i sensi di colpa iniziano a prendere il sopravvento. E sono proprio queste le ragioni delle reazioni psicotiche maggiormente riscontrate nei migranti, frutto di uno sconvolgimento causato da shock e lutto culturale. Una perdita che, se internalizzata, è causa di disturbi psichici e, se esternalizzata porta a episodi di rabbia e violenza. La crisi della propria identità, dovuta al sentimento di rifiuto da parte della comunità, insieme al lutto culturale può spiegare da sola fenomeni come la chiusura e la radicalizzazione nella cultura di origine e un possibile scivolamento verso il terrorismo. Slittamento che avviene soprattutto nelle persone più vulnerabili private del loro contesto culturale.

Quali politiche di integrazione è quindi necessario adottare per incidere positivamente nel processo di acculturazione ed evitare il verificarsi di situazioni patologiche? Ventriglio è partito dall’abc, sottolineando quanto sia importante che i medici lavorino affiancati da interpreti. Persino l’alto tasso di NOS (psicosi non specificata – 40%) nei migranti è, infatti, dovuto essenzialmente a incomprensioni linguistiche.

Se anche i media parlano poco dei problemi dell’adattamento culturale degli immigrati, ancora meno si sa di ciò che avviene nella mente dei più piccoli, i tantissimi bambini che spesso affrontano da soli i viaggi della disperazione e della speranza. Sono i cosiddetti minori stranieri non accompagnati (MSNA) che i genitori fanno imbarcare per salvarli da guerre, fame, carestie. Secondo l’ultimo rapporto UNICEF-CNR-IRPPS Sperduti. Storie di minorenni arrivati soli in Italia, nello scorso anno i bambini (0-18 anni) sbarcati sulle coste italiane hanno raggiunto il numero record: 28.223 su un totale di 181.436 persone sbarcate sulle nostre coste. Cifre in aumento vertiginoso se si pensa che, se nel 2015 erano stati identificati in Italia 12.360 minori non accompagnati, pari al 75% di tutti i quelli sbarcati, nel 2016 si sono avute 25.846 identificazioni, pari al 92% dei bambini giunti nel nostro Paese. Ma anche in Italia ci sono buone pratiche che cercano di intervenire positivamente sulla salute mentale dei più piccoli. Roberto Averna, neuropsichiatra infantile, lavora all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù (OPBG) di Roma, dove sono stati adottati due approcci: uno telefonico e l’altro di mediazione culturale, che insieme ai ricoveri hanno consentito di valutare più attentamente i disagi dei ragazzi. Per loro le diagnosi più frequenti sono state disturbi dell’umore, disturbo post-traumatico da stress e psicosi legate a traumi della vita, oltre alla conseguente perdita dell’autostima. Averna ha riscontrato criticità anche nella mancanza di prevenzione da parte delle famiglie migranti riguardo i disturbi psicotici e l’abuso di sostanze, riconoscendo la necessità di sensibilizzare i migranti su questi problemi. Occorrerebbe però che anche l’Italia facesse altrettanto. Si pensi solo a quanto le lungaggini dei procedimenti di identificazione e di nomina del tutore per i minori non accompagnati possano incidere negativamente sulla salute mentale di questi ragazzi.

Un apporto positivo e determinante nella cura dei migranti di ogni età resta, invece, quello che può essere svolto dai mediatori culturali, che hanno un ruolo fondamentale nel decodificare i problemi di salute e di vita. Oltre a capire il paziente, possono soddisfare le sue esigenze non legate alla nostra medicina tradizionale e favorire efficaci percorsi di cura. L’interazione con il mediatore culturale può assumere diverse forme: pratico-orientativa, linguistico-comunicativa (capire il senso e non solo le singole parole), psicologico-sociale. Su questo aspetto ha insistito a conclusione del convegno anche Gennaro Franco, responsabile dell’Unità di Mediazione Transculturale INMP, dove oggi operano a fianco dei medici 24 mediatori e lo stile di lavoro è caratterizzato dall’approccio transculturale, punto di incontro tra paese ospitante e luogo di provenienza. Punto d’incontro per un sistema che voglia accogliere. Perciò Concetta Mirisola, direttore generale INMP, ha invitato anche le Istituzioni a fare la loro parte, non solo valorizzando il ruolo del mediatore, ma anche sottoponendolo a una normazione più specifica.

Paola Sarno