Le Madri e le Nonne di Plaza de Mayo: 40 anni di Resistenza

Plaza De Mayo

La dittatura in Argentina s’instaurò ufficialmente nel 1976, a seguito della morte (avvenuta due anni prima) del generale, e tre volte presidente, Juan Perón, simbolo di uno scenario politico ricco di contraddizioni. I militari, guidati da Jorge Videla, presero il sopravvento nel 1976, spazzando via le forze di opposizione organizzate. Rimasero piccoli gruppi resistenti, soprattutto giovani e studenti. E le donne, che, come spesso accade nel corso della storia, assunsero un ruolo fondante nella resistenza al potere.

Era il 30 aprile del 1977 quando un gruppo di quindici donne, guidate da Azucena Villaflor, si riunì davanti alla Casa Rosada per chiedere alla giunta militare di rilasciare i propri figli. La risposta del regime di Videla non si fece attendere: Azucena Villaflor fu sequestrata nel dicembre del 1977 e di lei non si seppe più nulla. C’è chi dice che sia stata rinchiusa nel campo di prigionia della ESMA, la Escuela de Mecánica de la Armada, lì torturata e poi uccisa. Forse il suo corpo fu uno dei tanti che furono prelevati, messi su un aereo e gettati dai cosiddetti “voli della morte”. La scomparsa di Azucela Villaflor non fermò la battaglia delle Madri che continuò anche dopo l’instaurazione di uno stato democratico, nel 1983.

Ancora oggi, quarant’anni dopo il primo presidio davanti alla Casa Rosada, le Madri di Plaza de Mayo rappresentano un modello di opposizione al potere fondato su narrazioni alternative della giustizia e su forme di riappropriazione della memoria sociale. Madri e Nonne di Plaza de Mayo hanno trasformato i loro corpi in un campo di protesta e sovversione, resistendo alla distruzione fisica e morale operata dal potere.

Le hanno chiamate pazze, terroriste, streghe, bestie snaturate:

“Ci chiamavano le pazze, e qualcuno pensava che fosse un’offesa. Ci mettevano dentro tutti i giovedì, e noi ritornavamo. Ci dicevano, eccole lì, le pazze. Le arrestiamo e loro ritornano. Ma noi sapevamo di essere pazze d’amore, pazze dal desiderio di ritrovare i nostri figli… e poi, perché no? Un po’ di pazzia è importante per lottare. Abbiamo rovesciato il significato dell’insulto di quegli assassini.” (Madres de Plaza de Mayo, 1997)

E invece erano “solo” donne, madri che con l’uso politico del proprio corpo e l’incessante richiesta di riappropriazione di quello “scomparso” dei figli, hanno superato la dicotomia tra esperienza affettiva ed esperienza storica. Queste madri decisero di tradurre il dolore personale in dolore collettivo, attraverso una dimensione sociale finalizzata alla richiesta di risarcimento giuridico, morale, politico e simbolico. Una memoria collettiva che si è presentata nella sfera pubblica diventando parte della memoria sociale del Paese e riscrivendo la sua storia.

In Argentina la dittatura militare provocò la scomparsa di oltre 30.000 giovani. I militari, tenendo conto della lezione cilena del 1973, vollero evitare la spettacolarizzazione del terrore: la violenza si agiva all’interno dei campi di tortura clandestini, mentre la minaccia di quella violenza fu imposta alla luce del sole. La collettività viveva tra stati di negazione e stati di paralisi che censuravano i racconti pubblici di quanto succedeva. “El silencio es salud” era il ritornello informale di ubbidienza del popolo argentino in quegli anni. Le prime a rompere il muro del silenzio furono le donne. Sfidarono il potere e la legge di uno Stato terrorista, furono le prime a militare senza strumenti organizzativi e teorici, ma solo con una pratica invisibile e tenace, stabilendo forme di resistenza che mostravano, drammaticamente, il dolore che era stato loro inflitto. Fino ad allora i ruoli e le responsabilità delle donne in Argentina erano strettamente confinate alle mura domestiche e alla cura dei figli. Le Madri di Plaza de Mayo sfidarono forse inconsapevolmente i limiti e gli stereotipi di genere imposti da una forma violenta di machismo sudamericano utilizzando la maternità come scudo di protezione e facendo della loro personale vedovanza, il lutto di tutta la loro nazione. Divennero non più oggetti ma soggetti dell’azione politica. La stessa Plaza de Mayo, (proprio di fronte alla Casa Rosada, sede del governo), luogo che fino ad allora apparteneva solo a uomini di potere, divenne lo spazio  nel quale dare voce alla propria esperienza. La piazza era un luogo fisico, affettivo e critico che generò uno spazio di memoria e di appartenenza. Dal rituale pubblico del loro lutto personale, un giovedì qualunque quelle madri fondarono l’Associazione Madres de Plaza de Mayo. Da quel momento il figlio di ciascuna diventò il figlio di tutte e loro, le madri di tutti i desaparecidos:

“Siamo tutte madri di tutti i nostri figli; una donna può partorire molti figli in modo diverso: il parto dal proprio ventre e il parto dal proprio cuore non sono differenti” (Madres de Plaza de Mayo, 1997).

Oggettivare e socializzare la maternità significò trasformare il corpo della donna in un campo politico di protesta e sovversione in un momento in cui l’autonomia e la libertà di tutti gli attori sociali in Argentina erano fortemente compromesse. Cominciare una resistenza a partire dal proprio corpo e dalla perdita di un figlio significò infatti sfidare il potere dittatoriale denunciandone la violenza e contribuendo alla nascita di una contro-memoria.

Appena si formarono, le Madri portavano dei pannolini bianchi sulle loro teste per essere facilmente identificate come membri di un gruppo. Nel tempo i pannolini diventarono fazzoletti bianchi con i nomi e le date dei loro figli desaparecidos. Nel momento di rottura con la propria storia e con la propria memoria individuale le Madri sostituirono sui fazzoletti il ricamo con i nomi dei propri figli con la scritta “Apariciòn con vida” (Apparizione con vita). Questo slogan politico significò la costituzione di un’altra modalità di ricordare. “Madri dei guerriglieri, madri dei rivoluzionari, madri di tutti. Togliamo il nome dei figli dal fazzoletto e non portiamo più le loro foto con il nome. Facciamo così, perché quando lo chiederanno ad una madre lei possa dire “Si, siamo madri di 30.000 scomparsi” (La presidente delle Madri, Hebe de Bonafini).

Nel tempo, le strategie comunicative da parte delle donne argentine si sono modernizzate, seguendo i mutamenti culturali e tecnologici della contemporaneità, pur mantenendo un universo simbolico legato ai primi anni del loro percorso. Il “camminare in tondo” nella Plaza de Mayo tutti i giovedì continua infatti ancora a simboleggiare la loro ricerca incessante di giustizia. Una volta l’anno, per 24 ore, le Madri ritagliano e dipingono le sagome dei loro figli incollandole su edifici, muri e alberi intorno alle città come atto d’accusa che continua a ricordare alla società argentina la presenza e al contempo l’assenza di un’intera generazione. Nella città di Buenos Aires sono due i luoghi diventati ormai simbolo della memoria collettiva attivata dalle Madri: lo “Spazio della Memoria” all’interno dell’Esma (Scuola di Meccanica della Marina militare, ex centro di detenzione clandestino) e il “Parco della Memoria” di fronte al Rio de la Plata (il fiume nel quale venivano gettati ancora vivi migliaia di prigionieri). Le Madri si sono sempre opposte alla possibilità di scrivere il nome degli scomparsi all’interno di questi luoghi o su altri monumenti, strade o piazze: per loro significherebbe dedicare un monumento alla morte, seppellire i figli e assolvere le Forze Armate e lo Stato. Per lo stesso motivo l’Associazione rifiuta l’esumazione delle fosse comuni e i sussidi economici offerti alle famiglie dallo Stato. Dal 1983, l’associazione delle Madri iniziò a dividersi, tra una linea dura e una linea più attenta a non sollecitare problemi con i nuovi governi democratici (per molte madri impoverite dalla perdita di figli o mariti questa era diventata una necessità).

Plaza De Mayo

Le Nonne di Plaza de Mayo

Durante la dittatura furono sottratti alle donne incinte che si trovavano nei centri di detenzione clandestina circa 500 neonati, dati in “adozione” a militari o a famiglie vicine al regime. L’apparato militare cancellò nomi, date di nascita e origini di quei figli. L’immissione forzata dei figli dei desaparecidos in un contesto familiare e sociale che potesse educarli ai valori che il nuovo nazionalismo argentino imponeva, era utile alla fabbricazione di soggetti docili e utili. Il 22 ottobre del 1977 nacque quindi un altro movimento in continuità ideologica e temporale con quello delle Madri: un gruppo di dodici donne presenti nella Plaza de Mayo fondò le Abuelas (le Nonne) de Plaza de Mayo. L’obiettivo principale dell’Associazione Abuelas de Plaza de Mayo era, e continua da quarant’anni ad essere, la ricerca e la restituzione alle famiglie legittime di tutti i bambini sequestrati e scomparsi durante la repressione politica. La loro lotta, a partire dalla scomparsa di un’intera generazione, ha trasformato i vincoli biologici in vincoli politici, costruendo un’identità dapprima familiare e poi nazionale.

Ad oggi, le istanze di memoria, verità e giustizia delle Madri e delle Nonne continuano ad assumere una sfida profondamente politica nei confronti di tutte le istituzioni. Non solo perché parlano a nome di eventi passati e della loro memoria, ma perché esprimono una richiesta a nome di una genealogia familiare in cui la dimensione privata del dolore si intreccia indissolubilmente con quella sociale, storica e politica: “Crediamo che ciascuno di noi debba prendere in considerazione una forma di resistenza di fronte a questo sistema che in fondo non è molto diverso da quello che attuò il genocidio. Abbiamo grandi speranze riposte nei giovani che ogni giorno si avvicinano a noi. Molti sono i figli dei nostri figli. Il messaggio che desideriamo lasciare è la necessità di una lotta collettiva. In un cammino di lotta e resistenza, infatti, l’individualismo non esiste. Portiamo avanti gli ideali rivoluzionari dei nostri figli per un mondo più giusto e solidale. Fino al nostro ultimo giorno di vita, fino allo stremo delle nostre forze, le voci delle Madri e delle Nonne continueranno a risuonare nella Plaza de Mayo e nelle strade di questo paese insanguinato. Non esisterà sconfitta fino a quando una Madre o una Nonna con un fazzoletto bianco camminerà nella Piazza, o fino a quando un giovane, un lavoratore, una donna o un bambino si ribellerà contro l’ingiustizia o l’oppressione” (Madres de Plaza de Mayo 1997: 52)

Recentemente, le parole dell’attuale presidente argentino Mauricio Macri, hanno portato preoccupazione e rabbia in molte Madri. Macri si è detto infatti contrario a entrare nella polemica dei numeri dei desaparecidos e dei morti, facendo riecheggiare in tutta Plaza de Mayo quei messaggi dei negazionisti del massacro che dicono si sia trattato soltanto di repressione militare nei limiti di una dittatura. Quarant’anni dopo, quelle Madri, sono ancora lì, ormai anziane, a chiedere verità e giustizia.