…Le streghe sono tornate

Ancora non è scoppiata la Rivoluzione francese e “le donne sono le prime a marciare su Versailles, battono i tamburi, fanno suonare le campane a martello, si fanno beffe dell’autorità, accusano gli uomini di vigliaccheria incitandoli a unirsi alla loro protesta”, inizia così la storia politica delle donne che poi prenderà il nome di femminismo. Ed è dal 1789 che Cinzia Arruzza, docente di filosafia alla New School for Social Research di New York politicamente attiva dal 1990, e Lidia Cirillo, responsabile della collana di testi femministi Quaderni Viola in politica dal 1960, cominciano la narrazione della Storia delle storie del femminismo. Un libro scritto a quattro mani per testimoniare in modo coerente e competente che “il femminismo è l’insieme dei femminismi esistiti, esistenti e possibili il cui obiettivo è rendere migliore e più libera la vita delle donne”, e non dimenticano di citare tutte coloro che lo hanno reso possibile con il loro contributo intellettuale anticonformista e coraggioso.

Per entrambe le autrici la chiave di lettura per leggere la storia politica delle donne è intrecciarla profondamente con i mutamenti politici e culturali prodotti dagli uomini nelle varie epoche. Le donne hanno formulato e proposto le loro idee e le loro esigenze inseguendo le rivoluzioni e le utopie, in quanto segnali forti di cambiamenti esistenziali e di riflesso potenzialmente anche strumenti di trasformazione della loro condizione di vita. Nel 1789 iniziarono a chiedere uguaglianza ovvero di essere identiche agli uomini poiché anch’esse dotate della ragione, quindi diritti di cittadinanza, all’istruzione, al lavoro e soprattutto il diritto di disporre del proprio corpo come ne disponevano gli uomini. Salta subito agli occhi che le cose che chiesero non sono un granché cambiate, anche se hanno un respiro diverso.

Con il femminismo dell’égalité, come viene definito, comincia la lotta contro la doppia morale sessuale e la famiglia patriarcale, le donne iniziano a percorrere la strada dell’autodeterminazione. Portano avanti queste lotte anche con l’avvento del socialismo e del comunismo, ma la questione dell’égalité non esclude neanche il cristianesimo. In questo caso le donne sostengono “la necessità di un’esegesi biblica che dimostri l’inesistenza nelle sacre scritture di qualcosa che giustifichi la disuguaglianza tra donne e uomini”.

È il XX secolo e il femminismo si unisce al movimento operaio la lotta è contro lo sfruttamento e il lavoro diventa strumento di emancipazione. A questo punto della storia sembra che le donne abbiano sposato gli eventi del loro tempo individuando quei principi nobili che migliorano l’umanità e la convivenza tra i sessi e invece le femministe della Rivoluzione francese vennero descritte come pazze e puttane, le socialiste come criminali e incendiarie, le cristiane ridicole, le operaie borghesi. Arriviamo agli anni ’70 e lo stigma con cui il potere demonizza chi lo mette in discussione identifica le femministe come arpie vendicatrici, streghe che contendono all’uomo il potere della conoscenza, puttane perché sessualmente libere e pazze perché non ubbidienti. In Italia le donne accolgono la sfida e l’evocazione delle streghe divenne il segno della rivolta di giovani donne scolarizzate di sinistra. Una rivolta che vide il suo limite nel cambiamento del contesto politico, allora vennero abbandonati i cappelli neri a punta e i nasi lunghi. Ma le unghie delle donne si affilarono irreversibilmente, quelle streghe cambiarono con le pozioni giuste per sempre la vita delle donne.

Oggi non abbiamo ancora raggiunto l’égalité, ma non possiamo non vedere che, anche se pochissime, le donne comandano gli uomini, svolgono ormai tutte le professioni, non hanno smesso di diventare madri ma hanno acquisito il diritto di non essere più delle mogli, subiscono violenza e vengono stuprate ma sono reati penali. Il raggiungimento dell’égalité nella contemporaneità si muove su territori differenti, non servono più le streghe. Le donne vivono contesti importanti, prestigiosi e istituzionali. La lotta non si è spostata dai diritti ma ha dalla sua un’intellighentia riconosciuta che non trova più il suo posto soltanto nei luoghi occupati, peraltro ancora interessanti officine dell’intellettualità femminista, non è più il frutto di percorsi autodidattici, ma ha basi radicate nella filosofia, psicologia, medicina, giurisprudenza, sociologia e letteratura. Le donne hanno scritto e scrivono libri, come questo, riflessioni profonde sull’identità della donna, sulla distinzione basata sull’appartenenza di genere, sull’appartenenza ad una “razza” fino ad arrivare ai rischi connessi all’universalità dei valori. Non hanno smesso di battere i tamburi e suonare le campane a martello.

Storia delle storie del femminismo

di Cinzia Arruzza e Lidia Cirillo

Edizioni Alegre, 2017