“Io ho letto la vita, non i libri”  Ricordi di un tempo non troppo lontano

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In una calda giornata d’estate, ho incontrato Clorinda, signora dall’intelligenza viva, veloce e dallo sguardo vissuto e curioso, tipico di chi ne ha viste tante senza perdere la propria vitalità.
E abbiamo deciso di raccogliere la sua esperienza: per Clorinda ‘semplici’ ricordi, per noi, una testimonianza di straordinario valore, come solo l’esperienza in prima persona, dei fatti che hanno attraversato la nostra storia recente, può avere. Uno sguardo sull’Italia che fu, vista attraverso gli occhi di una bambina. Uno sguardo sulla Roma degli anni ’40 e ’50. Al posto delle solite fredde cronache di fatti visti impersonalmente, vi proponiamo l’altra metà dell’informazione, fatta di immagini, suoni, gusti e odori percepiti da chi quegli anni li ha vissuti.Un altro modo, troppo spesso dimenticato, di dare senso alla storia che ci appartiene. Perchè, come ci dice Clorinda, a volte ‘basta che uno guarda veramente e vede quello che c’è.’

 

Era il ’43. Avevo 9 anni. Mi ricordo che prima di entrare in classe, c’era sempre la ‘visita’ della bidella, che controllava che non avessimo i pidocchi prima di farci entrare in classe. C’era anche la vigilatrice, chiamata così perché, di fatto, era una che vigilava.

Quando tornavi a scuola da una malattia controllava sempre i segni e a tutte ogni mattina somministrava un cucchiaio di olio di fegato di merluzzo: un ricostituente, dato che il cibo era scarso e morivamo di fame.

Ognuno aveva una tessera, fatta con i bollini per prendere generi alimentari.
C’era una tessera diversa per bambini, ragazzi e adulti che si differenziavano per i colori.

In classe, oltre alle carte geografiche, avevamo due striscioni appesi sul muro su cui c’era scritto “Vincere e vinceremo” e “Rompiamo le catene che ci soffocano nel mediterraneo”.
Come entrava la maestra, tutti rimanevamo in silenzio e uscivamo fuori dai banchi, banchi di legno tutto d’un pezzo, con il sedile ed il porta calamaio con l’inchiostro dentro. Prima il segno della croce poi “Saluto al Re”, faceva la maestra. E noi “Viva il re”.

Subito dopo “Saluto al Duce”, diceva la maestra, “A Noi” rispondeva la classe con il braccio tirato su. Per noi era la normalità.
Nella mia mente, il Re era Re. Non si è saputo difendere.
C’erano tanti bambini che non stavano bene. A quei tempi erano chiamati ‘menomati’.

Pensandoci oggi, credo siano stati colpiti dalla Polio. Alcuni avevano gli arti più corti, altri avevano le gambe sorrette da due ferri fermati con delle cinghie di pelle, come la mia compagna di banco.

La scuola elementare pubblica era rigorosamente divisa in scuola maschile e femminile.
Molto importante era la disciplina e ci insegnavano a stare nella postura corretta. In classe la maestra ci diceva: ‘Riposo da seduti’. E noi mettevamo le mani dietro la schiena come i soldati. Effettivamente era una posizione comoda e riposante. Alcune volte ci diceva: ‘Braccia conserte’. La maestra lo faceva per levarci dalle cattive posizioni, soprattutto quando vedeva i ragazzi in posizione ‘storte’, tutti raggomitolati sui banchi di scuola mentre scrivevano. Papà, quando tornava a casa dall’ufficio, controllava i nostri quaderni di scuola per assicurarsi che avessimo fatto bene i nostri compiti.

In prima e seconda elementare, c’erano solo libri di lettura.

L’obiettivo era imparare a leggere e c’erano un sacco di racconti dell’epoca: bellissimi, tutti, con una morale che suggeriva amore e rispetto verso i genitori e i nonni.

Il sabato indossavamo la divisa, io avevo quella di figlia della lupa che consisteva in una gonna nera a pieghe, forse un cappelletto nero (non ricordo bene), una camicetta bianca con una grossa emme sul petto, scarpette nere e, d’inverno, una mantella.

Mio padre dovette vendere la radio perché i miei fratelli volevano sentire Radio Londra. Dato che ciò non era permesso, per evitare storie la cedette ad un suo amico.

Era rigido il controllo. C’era molta disciplina. Dovevi essere preciso per forza.

Papà era una persona tranquilla e ci ha lasciati sempre liberi di scegliere. Semplicemente era contro tutti i regimi dittatoriali.
Mio papà è morto nel ’42, dopo un’operazione chirurgica che non ha avuto buon esito.

Tornato dalla clinica, veniva il medico a fare le medicazioni. Poi, un giorno si gonfiò la gamba, non so se con gli occhi da bambina vedevo tutto esagerato, ma la gamba era diventata enorme. Non ne vidi mai una così grossa e gonfia. Ebbe un blocco alla circolazione e la sera andò all’Ospedale Santo Spirito.

Lì è morto. Era il 30 di giugno e faceva caldo. Mia madre quella sera tornò ed entrò in camera da letto, gridando ‘è morto è morto è morto!’.

E nessuno, da quel giorno, suonò più il campanello. Bussavano semplicemente alla porta con le nocche. Chissà, il campanello, forse, era considerato troppo allegro.

Mia sorella era piccola, io ero piccola. Mia madre aveva cinque figli, ma non si perse mai d’animo. Cinque figli da crescere con la pensione minima di mio papà.
Vivevamo in affitto in una casa dei principi Borghesi, ma dai un’occhiata su internet per vedere se esiste tutto veramente, non vorrei farmi invenzioni strane.

Vivevamo sotto il Gianicolo, sul lungo Tevere.
Ogni portone aveva all’uscita due colonne di sabbia, una di fronte all’altra, per riparare le persone dalle schegge della contro-aerea.

Per ogni palazzo c’era un ‘capo palazzo’ che controllava che tutti tenessero la luce spenta la sera, perché gli aerei bombardavano e non bisognava far vedere le luci delle case accese.
Chi aveva le imposte, poteva tenere la luce accesa, ma se non erano ben chiuse, il capo palazzo, nei suoi giri di controllo, passava e urlava “Luce, terzo piano!”.

Mio fratello era bravo a prendere le schegge direttamente con le mani, tese, con una tecnica del tutto particolare in cui le mani seguivano leste la traiettoria delle schegge.

Solo una bomba è arrivata nella mia zona. Vicino alla scuola. Non si è mai capito se sono stati i tedeschi o gli americani.. [invece a san lorenzo…].

C’era il coprifuoco, ma non mi ricordo a che ora. Quando passavano gli aerei, suonavano le sirene. Pochi sono stati i bombardamenti.

I tedeschi erano cattivi, spavaldi, diventati buoni solo dopo la sconfitta, quando furono costretti a ritirarsi. Mi ricordo ancora di quando prendevano gli ebrei. ‘Li rastrellavano’, li portavano nel carcere e poi dal carcere li portavano via con i camion.

Si diceva che li portassero ‘ai lavori’.

Una volta una signora mi domandò: “Abiti qui? Fammi un favore, getta dalla tua finestra questo pacchetto di lettere e foto su un qualsiasi camion con gli ebrei. Qualsiasi camion va bene’. Io con tanta paura ho accettato l’incarico e così ho fatto. Quella signora piangeva e mi aveva fatto tanta pena. Gli ebrei tra loro si conoscevano tutti e se ne hanno avuto la possibilità sono sicura che quel pacchetto sia arrivato alla persona giusta.

Avevamo tanta fame. Succhiavo il pane per la fame, la notte.
Il sabato, bisognava andare alle adunate fasciste. Si guardava un film. C’era il teatro. Si passava il sabato pomeriggio tutti insieme. Era rigido il controllo. C’era molta disciplina. Dovevi essere preciso per forza.

Mio fratello fu chiamato ad arruolarsi all’esercito fascista. Arrivava una cartolina. Bisognava presentarsi altrimenti eri un disertore. Mi raccontava mio fratello che in guerra, quando non c’erano i ‘capi’, si aiutavano tutti: italiani, tedeschi e americani. Si compativano e si aiutavano l’un l’altro.

‘La guerra non la vuole chi la fa, ma i capi’, diceva sempre mio fratello.

A settembre, ci fu l’armistizio.

E lì ci fu il caos. Cominciarono a staccare tutte le insegne del fascismo. Non si capiva più niente. Non c’era più nessuno che comandava. Chi aveva fatto del male, aveva paura ed era scappato, così come chi si era messo in vista. I fascisti ‘normali’ no, erano tranquilli. D’altra parte, tutti erano stati obbligati ad essere del partito nazionale fascista.

Mi ricorderò sempre del linciaggio del direttore del carcere, il direttore Carretta. Lo conoscevo di nome. Una mattina fu linciato. Lo si credeva responsabile della morte di alcune persone detenute dentro al carcere. In una mattina di settembre era previsto un processo contro i ‘repubblichini’ e contro chi aveva commesso decine e decine di omicidi.
Quella mattina, prima dell’apertura del tribunale, al palazzo di giustizia a Prati, ci fu il linciaggio. C’era una folla, quasi tutti parenti e amici delle vittime dell’occupazione tedesca di quegli anni,
che stava lì fuori e premeva per entrare nell’edificio e farsi giustizia da sé. Fu in quella mattina che quando arrivò Carretta, chiamato a testimoniare dalla accusa contro i responsabili degli eccidi di quegli anni, fu riconosciuto da una donna come colpevole dell’omicidio di alcune persone. In realtà era innocente.
In un attimo l’hanno preso e hanno cominciato a seviziarlo.
La folla prese l’uomo e lo misero sul binario del tram. Tuttavia il tranviere bloccò il tram e scese. Si rifiutò di cedere alle pressioni della folla che non contenta, decise di buttarlo nel Tevere.
Questo e ciò che mi hanno raccontato, quando dalla mia finestra vidi che lo stavano trascinando lungo via della Lungara. Morto.
Lo tiravano dai piedi e lo appesero poi davanti al carcere, legato per i piedi. Il caos.

Il primo segno di cambiamento, di fine della guerra, fu l’odore di cucinato che si diffondeva nel quartiere, emanato dalle cucine da campo americane. Finalmente odore di cucinato. Quel giorno, gli

americani andavano in giro per le strade e tiravano caramelle.
Il secondo, inequivocabile segno, fu quando al posto del cannone tedesco misero un cannone americano sul lungo Tevere.

I primi tempi delle votazioni, si ascoltavano i comizi per strada e nelle piazze. Si andava come ad uno spettacolo. Chiunque parlava, andavano tutti ad ascoltare. Erano tutti amici. C’era tanta solidarietà. C’era chi faceva gli spettacoli, chi cantava.

La fame è durata parecchio. Le tessere per mangiare sono durate parecchio. Certo, non c’era più la ‘fame fame’.

Il boom economico è arrivato molto tempo dopo.

Il 2 giugno del ’45. Mio fratello si è sposato e siamo tutti andati alla cerimonia in chiesa dopo che i grandi avevano votato. Il pranzo di matrimonio ancora me lo ricordo. Cantavamo tutti “Il due giugno ci hanno dato, pane bianco per l’assaggio, guarda te che gran vantaggio, pane bianco ci hanno dato, amaro poi nero nuovamente, questo è l’incoveniente’ e ‘Vento, vento, portami via con te, raggiungeremo insieme il firmamento’, che noi avevamo trasformato in ’Vento, vento, portalo via con te’ riferito a Mussolini, una canzone diffusa, e chiaramente proibita, durante il fascismo.

Poi c’era la canzone “Vincere, vincere, vincere in cielo, in terra, in mare e la parola d’ordine di una suprema volontà’, ma noi in quegli anni, in realtà, cantavamo la parodia ‘Vincere, vincere, vincere, vinceremo cor cacio pecorino’. Una canzone per dire che già si sapeva che non avremmo mai vinto quella guerra.

Al matrimonio di mio fratello, mangiammo pasta con regalie di pollo (interiora del pollo). Cosa eccezionale per il tempo. Mi sembrava chissaché. Ma se ci penso ora, non era granché. Tuttavia se cucinato bene, è buono ancora adesso.

Finita la guerra, io e mio fratello, quello ancora non sposato, abbiamo costruito una radio nuova. Un radiolina galena con una piccola pietra che aveva la proprietà di intercettare le onde. E si poteva ascoltare solo con una cuffia. E ci ascoltavamo il radiogiornale di Corrado Mantoni.

[Tra un ricordo e l’altro, Clorinda si ferma e mi dice, ‘vuoi suonare il piano?’. Io, sorpreso, confesso di non aver mai suonato il pianoforte in vita mia. ‘Tutti possiamo suonare il pianoforte, vieni qui’ mi dice, aprendo la tastiera del pianoforte in soggiorno. ‘Scegli sei tasti neri, e suonali a caso: viene sempre fuori una melodia. L’ho scoperto da sola, qualche anno fa’ mi dice e, incredibilmente, ha ragione. Provare per credere.

Forse trasportata dal mio entusiasmo, mentre ‘suono’ una piccola melodia improvvisata che, non so perché , mi ricorda il Giappone, mi rivela: ‘Tempo fa, ho fatto un’altra piccola invenzione, un porta- smatphone’, e mi mostra la custodia di una musicassetta degli anni ’80 che se rigirata diviene un comodo e utile porta-cellulare in un’operazione di riuso degna di un eco-designer di successo]

Nel ’47 mi sono iscritta a ragioneria. La scuola era mista. Lì si stava bene.Le classi erano miste però le donne occupavano i primi banchi e i maschi erano relegati agli ultimi. Si studiava con piacere. Nella scuola si facevano piccoli spettacoli in cui si prendevano in giro i professori con cordiale affetto. Io però non ho mai partecipato.

Mi piaceva scrivere qualche piccolo articolo per il giornale della scuola intitolato L’ ‘Arcobalenottero’, giornale che veniva stampato in ciclostile. Aveva poche pagine, ma piene di notizie. Nel ’50 mia sorella e mia mamma mi hanno regalato, pagandola a rate, una fisarmonica di Settimio Soprani, che io avevo subito imparato a suonarre ad orecchio. [che peccato.. me l’hanno rubata].

Quando uscivamo per divertirci, andavamo sul gianicolo, o al faro o a Piazza Garibaldi.
Io mi divertivo a suonare le canzoni del momento. Suonavo di tutto: ‘Vecchia Roma’, qualche tango, ‘Cumparsita’ (ancora adesso la suono).

Quando avevamo delle ore libere a scuola andavamo a Castel Sant’Angelo. Facevo l’Istituto tecnico-commerciale. Avevo Ruffino come insegnante di matematica. Meschini insegnava stenografia.

Ai tempi nostri, era un esame ogni volta che ti interrogavano.L’insegnate apriva il libro e poteva interrogarti su tutto ogni volta.Si imparava a memoria Dante, Leopardi, Foscolo. E così, le cose ti rimangono impresse. Negli anni ’50, tutto sembrava bello. Si compravano riviste di scienza, tecnica e quella ‘roba’ là. Si passava il tempo a passeggiare. Si andava in via Cola di Rienzo, dove c’erano tutti i negozi. Mi piaceva cucire. Mi sarebbe piaciuto andare nel laboratorio delle sorelle Fontana. Erano famose già a quei tempi.

Si usava fare le feste in famiglia: feste da ballo di pomeriggio, non di sera. Si preparavano i panini con prosciutto e mortadella, giradischi. E poi ci fu la radio con la trasmissione ‘ballate con noi’, così non c’era bisogno di stare lì a mettere i dischi.

Andavamo sempre alla festa ‘de noi altri’. C’era un piccolo palco con le luci. E chiunque poteva cantare. Chi cantava male riceveva le ‘sberleffe’ (‘ma guarda te sto scemo’).
Così si passava il tempo. La festa in Trastevere ancora la fanno. La prima star fu Claudio Villa. Claudio Villa da bambino abitava in Trastevere.

In quegli anni solo i ‘grandi’ bevevano. Bevevano il vermut. Noi giovani no. Noi si pensava al panino.
Si andava al cinema, c’era il cinema Castello, e si andava a vedere ‘Lascia o Raddoppia’ e poi subito un film. Non mi ricordo, forse era ‘rischia tutto’.

Poi ci fermavamo davanti le vetrine dei negozi che vendevano televisori dove c’era sempre una tv accesa, sintonizzata sull’unico canale che c’era.
Quando non c’era trasmissione che erano ad orario si vedeva il Monoscopio che serviva per regolare la visione dell’immagine, così, per passare il tempo. Era una grande novità.

Andavano di moda gli ufo.
E noi facevamo gli scherzi. ‘Adesso facciamo venire un lampo di gente’. E lanciavamo urla di falsi avvistamenti per attirare la gente.

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Foto di fl85 (CC License/Flickr)

La mia prima macchina è stata una 500. Con lo sportello che si apriva al contrario.
La portiera adatta alla guida delle donne, che permetteva di sederti in maniera comoda anche se avevi la gonna. Questo diceva la réclame di quegli anni.

Anche le donne cominciavano a guidare.

Era tutto così bello, ma in realtà tutto è bello ancora adesso. Basta che uno guarda veramente e vede quello che c’è.
Anche mio marito mi diceva, ‘guarda quante tonalità di verde che ci sono’ e ‘Ringrazio sempre mamma e papà che mi hanno messo al mondo’.

In particolare, un giorno, quando ormai stava proprio male, mi disse “Sentimi bene, tu devi fare qualcosa. Dammi retta, ascolta. Mettiamo tutte le persone su tre livelli. Noi a che livello stiamo?” “Livello di mezzo” era la mia risposta.

“Guarda. Sotto, mettiamo i poveri, in mezzo, quelli che campicchiano, sopra, i ricchi.” Mi faceva questi discorsi durante la chemio. “Perché non possiamo stare tutti bene? Basta che chi sta sopra ceda qualcosa, quanto basta, e darlo a chi sta sotto, e staremmo tutti meglio”.

Io ho letto la vita, non i libri. E mi capita di scrivere i miei ricordi, ma lo faccio per me. Una volta scritti, poi strappo i fogli e butto via tutto. Almeno fino ad oggi.

Clorinda

Immagine di copertina Bruno (CC License)