“Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve, il sequel del cult con Harrison Ford

Blade Runner 2049 foto

Blade Runner 2049 è un “mainstream d’autore” che strizza l’occhio alla cultura popolare americana

Immensamente suggestiva la sequenza d’apertura di Blade Runner 2049. È puro cinema, fatto solamente di immagini (eccezionali) e suono. Le prime parole arrivano solo dopo qualche minuto e sono quelle dell’agente K (Ryan Gosling) seduto in un interno buio, tanto illuminato quanto quello di una sala cinematografica.

Basta essere arrivati fin qui, praticamente ancora all’inizio, per rendersi conto della grandezza estetica di Blade Runner 2049, la regia è chirurgica e la fotografia sublime: la nebbia, il vapore, il fumo, le ombre e l’acqua sono solo alcuni degli espedienti visivi che tendono a offuscare e disorientare lo spettatore nella Los Angeles distopica e nei suoi desolati dintorni.

Non si può dire che Denis Villeneuve non abbia messo la sua impronta autoriale sul sequel del cult (1982) di Ridley Scott, che ora appare nel ruolo di produttore. Se è vero che Villeneuve ha sempre saputo trovare il perfetto compromesso tra cinema mainstream e cinema d’autore è vero anche che in Blade Runner 2049 il regista ha spinto doppiamente verso il primo facendolo entrare sia nella forma sia nel contenuto della narrazione.

Emozionante la presenza di Harrison Ford, icona mastodontica di un certo cinema statunitense, simbolo insieme di quel brand e della sua morte per effetto del tempo. Spettacolare la sequenza dove Ford e Gosling si (con)fondono con i fantasmi di altre grandi icone americane (Elvis, Marilyn, Frank Sinatra). Un omaggio che il cinema fa non solo al cinema ma anche alla storia dell’arte e dello spettacolo di massa americani. Il campo/controcampo che segue mostra il vecchio Indiana Jones (Harrison Ford) e l’antieroe refeniano (Ryan Gosling) seduti al bancone a sorseggiare del whisky, il prima e il dopo, il passato e il presente, le due facce del cinema americano.

Blade Runner 2049 Harrison Ford

I punti che convincono meno sono la struttura narrativa e la caratterizzazione (estetica e psicologica) dei personaggi. Pur essendo tutto coerente con ciò di cui sopra, sotto questo aspetto l’elenco degli stereotipi del genere (da Blade Runner a Westworld, passando per Matrix, Her, Ex Machina) finisce per stancare, risultando così i personaggi copie di copie, replicanti a loro volta: si guardi a Neander Wallace (Jared Leto) e alla tenente Joshi (Robin Wright), ma anche a Joi (Ana de Armas), Luv (Sylvia Hoeks) e Ana Stelline (Carla Juri). Ancora sulla stessa linea si trovano i momenti melodrammatici, sono soprattutto i dialoghi a risultare poco coinvolgenti, in compenso il montaggio sonoro risulta non solo avvincente ma veramente eccezionale. Piacevoli le citazioni di Enemy (nella fotografia e nei paesaggi urbani desolati) ma soprattutto i rimandi (anche simpatici) ad Arrival inerenti a forme, oggetti ed espedienti visivi che richiamano alla mente il penultimo, e ancora recente, film di Denis Villeneuve.

Voto: 7 ½

Dal 5 ottobre al cinema!