Cos’è l’internet delle cose? Nuovi scenari per la tecnologia

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Cos’è l’internet delle cose? Nuovi scenari per la tecnologia

“Cos’è l’Internet of things”? L’Internet of things, che tradotto letteralmente sta per l’Internet degli oggetti, è una rete che collega tra loro i più disparati dispositivi elettronici, permettendo la comunicazione e la condivisione di informazioni senza l’intervento attivo dell’uomo. Possono essere collegati tra loro elettrodomestici, automobili, lampadine e, come vedremo, molto altro ancora, aprendo la strada a funzionalità e possibilità che fino a soli pochi anni fa potevano sembrare fantascienza.

Di fatto, tramite internet possiamo collegare qualunque cosa, perfino i nostri cani tramite dei localizzatori sotto pelle che permettono ai padroni di recuperarli attraverso dei codici di rimando appositi.

Ma andiamo più nello specifico e facciamo degli esempi concreti per capire meglio di che cosa si tratta e vedere quali ambiti applicativi coinvolge questa nuova, e strabiliante, tecnologia.

Nell’ambito della domotica, ossia la branca della tecnologia che si occupa di far diventare intelligente la nostra casa, possiamo trovare termostati capaci di apprendere e ricordare i bisogni dei suoi abitanti e modificare la temperatura in base ad essi, così come possono essere attivati tramite cellulare l’accensione delle luci, la chiusura di tapparelle e cancelli e, vera manna contro una delle più comuni ossessioni, controllare a distanza fughe di gas, furti e incendi, ossia sistemi di sorveglianza e rilevazione di eventi avversi.

Interessante rispetto ai temi dell’ecosostenibilità è la diffusione della smart grid ossia di una rete elettrica “intelligente”, che gestisce in maniera efficiente la distribuzione di energia elettrica tra diverse case tra loro connesse.

Nell’agricoltura, invece, potremmo avere intere coltivazioni irrigate in maniera più efficiente, con sensori capaci di comunicare il reale fabbisogno delle piante ai sistemi deputati all’irrigazione.

Nella robotica abbiamo la possibilità di far eseguire alle macchine i più svariati compiti per ridurre il lavoro umano: la possiamo trovare semplicemente in ambito industriale, spaziale e militare. Ad esempio droni che possono svolgere delle missioni senza il coinvolgimento di esseri umani o ‘esoscheletri’ che possono potenziare l’azione dell’uomo e la sua capacità di trarre informazioni dall’ambiente.

Nell’avionica possono essere installate componenti di navigazione e pilotaggio su aeroplani che semplificano e agevolano la vita ai piloti.

Nell’industria automobilistica, la progettazione, l’esercizio, la manutenzione e la gestione dei sistemi di trasporto è già ora in mano a robot e sistemi informatizzati e questo si ripercuote sulla riduzione del lavoro per gli esseri umani.

In campo biomedicale, cioè relativo alle scienze della vita, si stanno sviluppando apparecchiature che facilitano la diagnosi e la terapia, ma gli aspetti ancora più rivoluzionari riguardano la riabilitazione fisica con la costruzione di organi artificiali e protesi.

Molte di queste applicazioni rientrano nel concetto più ampio di smart city (città intelligente) che si sta sempre più diffondendo in urbanistica e architettura è riguarda l’insieme di strategie volte all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture della città con il capitale umano di chi le città le abita al fine di migliorare la qualità di vita dei cittadini e integrare in modo efficiente la tecnologia con la nostra quotidianità.

Infine non possiamo non parlare delle automobili che si potranno in futuro guidare da sole attraverso un sistema informatico capace di ‘percepire’ l’ambiente attorno all’automobile compresi i segnali stradali, i semafori e le altre auto. Possiamo ben immaginare quale rivoluzione per la nostra vita pratica questa tecnologia possa comportare: da una parte, la ricerca del parcheggio potrà essere automatizzata, così come la segnalazione di incidenti potrà essere immediata e tempestiva. Dall’altra questa tecnologia comporta anche interessanti questioni etiche: in caso di incidente, a chi sarà attribuita la colpa? Al programmatore, al software o alla rete?

Ma, come funzionano questi sistemi?

E’ fondamentale che ogni oggetto abbia un proprio indirizzo IP collegato ad un microprocessore incorporato nel dispositivo per essere individuato dalla Rete e funzionare.

Quanto è diffusa questa nuova tecnologia?

Secondo le stime di alcuni istituti, si potrebbe arrivare nei prossimi 5 anni a collegare tramite internet fino a 100 miliardi di oggetti. Per tali motivi alcuni sviluppatori stanno implementando la tecnologia IPV6, che permette di avere fino a 655 miliardi di miliardi di indirizzi IP tra loro connessi.

Quali sono i rischi ?

Mentre la maggior parte degli esperti di tecnologia ritengono che l’IoT sia un passo verso un mondo migliore, le maggiori critiche riguardano due aspetti: la sicurezza e la privacy.

Su questi aspetti, Wired, rivista di riferimento nel settore, in diversi editoriali esprime grande preoccupazione:

Ciò che stiamo per perdere è la nostra privacy. Anzi, è anche peggio. Non soltanto non avremo più privacy, ma dovremo star buoni a guardare mentre il concetto stesso di privacy verrà sconvolto sotto il nostro naso.”

L’Unione Americana per le Libertà Civili (ACLU), in un report dedicato a questo tema, raccomanda che nello sviluppo di tali tecnologie debba esserci il consenso dell’utente, la libertà di scelta e la protezione della propria privacy.

Infatti, attualmente, le piattaforme dell’IoT prestano scarsa attenzione all’anonimato dell’utente nella trasmissione di dati.

Piattaforme future potrebbero, per esempio, utilizzare TOR o tecnologie simili in modo che non si possano tracciare profili troppo specifici degli utenti basandosi sul comportamento delle loro “cose”.

Questo aspetto è fondamentale per non vedere stravolti questi concetti e ritrovarci in un mondo in cui gli aspetti più personali della nostra vita sono a disposizione di corporation, multinazionali e governi per i più diversi scopi.

Edgardo Reali

Massimo Caramanna

Immagine in evidenzaThe Knight Center for Journalism in the Americas (CC License/Flickr)