RomaFF12: né guerra né amore in “Una questione privata” dei Taviani

Si intitola Una questione privata l’ultimo film dei fratelli Taviani presentato il mese scorso al Toronto International Film Festival e ieri sera alla Festa del Cinema di Roma. Tratta dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, la pellicola narra l’amore tormentato di un partigiano soprannominato Milton (Luca Marinelli) nei confronti di Fulvia (Valentina Bellè), ma alla ragazza piace civettare sia con lui che con il suo migliore amico Giorgio (Lorenzo Richelmy).

La storia comincia nella nebbia, metafora dell’incertezza e del dubbio che abitano e offuscano la mente di Milton. Siamo nell’estate del 1943 in piena Resistenza ma Una questione privata, come dice il titolo, non parla della guerra, e quando lo fa risulta vacillante e fuori luogo: si veda, ad esempio, la sequenza della fucilazione da parte dei fascisti o, ancora più esemplare, la scena di una bambina che si stende affianco al cadavere della madre, in mezzo ad altri cadaveri a terra, l’inquadratura è decentrata e il punto di vista interno a una casa vuota verte verso i cadaveri all’esterno. Sono immagini e ambientazioni molto tarkoskijane, si pensi a Lo specchio, a L’infanzia di Ivan, ma in altri momenti anche al vapore della grande vasca termale di Nostalghia e alle radure di Stalker.

Peccato che la storia di Una questione privata narri tutt’altro rispetto agli intendi filosofici di Andrej Tarkoskij, pur ostinandosi a mescolare la guerra e questi paesaggi rurali desolati a questa questione privata, questo amore e questa passione che mai si vedono né percepiscono, probabilmente più un’ossessione, o forse appunto solo una “questione”, la cui incertezza logora via via la sanità mentale di Milton. E forse starebbe qui l’unico, ahimè non sfruttato, legame con la guerra, anziché nelle sporadiche e decontestualizzate scene di fascisti e partigiani, difatti infinite comparse che si incontrano e scontrano, si inseguono, scappano e ogni tanto si ammazzano anche.

In realtà ci viene detto poco e niente anche su Milton, per non parlare di Fulvia e Giorgio, personaggi privi soprattutto di spessore psicologico. C’è solo questa questione che funge da motore d’azione per una pellicola che continua ad avanzare meccanicamente in una successione di sequenze appiccicate. Se è vero che non si parla veramente di guerra è vero anche che, per tutto il film, lo spettatore resta estraneo, letteralmente al di fuori, dalla “questione privata” di Milton. Neanche la musica (di Franco Brogi Taviani) riesce a dare pathos e omogeneità alla vicenda, compreso il leitmotiv di Over The Rainbow che risulta piuttosto ridondante e fastidioso.

Voto: 4

Al cinema dal 1° novembre