L’Unione Inquilini rivendica il diritto all’abitare

Abbiamo intervistato Fabrizio Ragucci dell’Unione Inquilini che ci ha spiegato come l’associazione, nell’ambito del movimento della casa, propone di rivendicare una serie di diritti che non sono riconosciuti: dal problema del passaggio da casa a casa per gli sfrattati, a situazioni che vedono coinvolti minori e disabili. Fermamente contraria alle politiche emergenziali e favorevole al cohousing, l’Unione Inquilini afferma che “le case popolari sono la chiave di volta per il diritto alla casa”.

Com’è cambiata la vostra associazione dal 1968 ad oggi?

L’Unione Inquilini nasce a Milano come supporto alle lotte dell’epoca per la casa e per il lavoro. Da allora, in modo federativo, l’organizzazione ha via via realizzato nelle principali città d’Italia una serie di vertenze che avevano questa peculiarità: adattarsi alla situazione cittadina locale. Rispetto a cinquanta anni fa abbiamo mantenuto la caratteristica di essere una sorta di coordinamento sindacale: abbiamo una struttura centrale, un segretario, un direttivo nazionale, ma viene comunque concessa alle singole sedi la possibilità di adattare le parole d’ordine nazionali alle situazioni concrete. A Roma ci siamo caratterizzati molto sul versante delle case popolari e abbiamo portato avanti lotte molto dure sulla vertenza della dismissione delle case degli enti; a Firenze hanno la loro situazione che gli permette di dialogare meglio con i comuni; a Napoli è forte l’impegno contro la criminalità organizzata. Abbiamo insomma conservato questo profilo federativo in grado di garantire ampia autonomia alle varie vertenze locali.

Qual è la vostra idea di “diritto di cittadinanza”?

Il diritto alla casa va riconosciuto a chi ha una documentata difficoltà che non gli permetta di accedere al mercato privato. Il diritto di cittadinanza, per come lo intendiamo noi, è il diritto a poter vivere una vita decorosa che ti eviti di dover spendere tutto ciò che hai per avere un tetto sulla testa. Quindi sicuramente passa attraverso un rafforzamento dell’intervento pubblico per quanto riguarda ad esempio le case popolari, che secondo noi sono la chiave di volta per il diritto alla casa. Tutti devono potervi accedere se ne hanno la necessità. Noi siamo sostenitori di un’accoglienza che non faccia distinzione di natura etnica, religiosa o quant’altro. Siamo contrari a una legalità che non contempli prima la giustizia. Sicuramente ci opponiamo agli sfratti quando agli sfrattati non viene offerta la possibilità di avere un’alternativa alloggiativa.

Oltre al vostro sito quali altri canali avete per comunicare con le persone che hanno bisogno del vostro aiuto? Tramite quali mezzi le persone si rivolgono a voi?

Internet è ormai diventato uno strumento molto importante per noi, le persone ci conoscono e ci contattano tramite il sito e le diverse pagine facebook. Poi abbiamo mantenuto una fitta rete di comitati locali, a Roma abbiamo una decina di sedi sparse per i quartieri popolari come San Basilio, Cinecittà, Primavalle e Spinaceto. Lì si conserva uno zoccolo duro di persone che quasi quotidianamente si rivolgono a noi. In più c’è il fiore all’occhiello della sede centrale (in via Cavour, ndr) che è una situazione strategica e funziona da punto di raccordo tra le varie vertenze cittadine. Dunque internet è importante ma non sottovalutiamo il lavoro nei quartieri, dove con cadenza periodica organizziamo assemblee, riunioni e iniziative locali. E poi continuiamo ad essere parte del movimento di lotta per la casa, quindi anche questo contribuisce ad offrirci una visibilità.

Negli ultimi anni sono sempre più gli immigrati che sbarcano in Italia e la situazione è sempre più difficile da gestire. Com’è organizzato il vostro lavoro intorno al tema dell’immigrazione?

Abbiamo anzitutto un legame organico con la CUB (Confederazione Unitaria di Base), che ha una sua sezione immigrazione con la quale collaboriamo quando c’è da portare avanti una vertenza di questo tipo. Noi rivendichiamo il diritto all’abitare in generale, e dunque siamo fermamente contrari alle politiche emergenziali, siano queste risposte al problema dell’immigrazione o al problema degli sfratti. Chiediamo che una persona che ha una difficoltà possa contare su una soluzione stabile, definitiva, strutturale. Aiutiamo le persone che vengono da noi a fare il possibile per ottenere quel poco che il comune offre: domande di casa popolare, richieste di sussidio, e poi manifestazioni e dichiarazioni di solidarietà.

Come vi comportate con persone e famiglie che presentano disagi di tipo mentale?

Il primo passaggio è informare queste persone sulla necessità che le istituzioni, come il CSM, il Municipio e gli assistenti sociali, conoscano il loro disagio. Poi è frequente da parte nostra un intervento con un’istanza, ad esempio nel caso di sfratto, al commissariato, al municipio, ai servizi sociali, affinché la persona con disagio sia presa in carico da qualcuno. Incontriamo grandi difficoltà perché il Comune di Roma non capisce che queste persone, se messe in un contesto di tipo ospedaliero, rischiano di veder peggiorare il loro problema. Abbiamo proposto più volte strumenti trasparenti che permettessero alla persona con disagio di avere un accompagnamento di tipo abitativo, delle case in cui magari si possa vivere in cohousing, dove si entra non per fortuna ma per bandi pubblici, più finanziamenti e strumenti che ti permettono di accedere facendo una domanda, avendo comunque la stessa possibilità di altri di potervi accedere. Da questo punto di vista siamo in alto mare, perché le persone con disagio mentale da noi ricevono un grande contributo in termini umani, ma purtroppo non troviamo da parte delle istituzioni una disponibilità a mettere mano al problema, che viene comunque segnalato in modo sistematico.

Anche nel caso in cui ci sia un minore che soffre in un contesto di questo tipo?

Sì, anche nel caso di minori e disabili anche gravi, quando c’è uno sfratto l’unica soluzione temporanea che ti viene offerta è quella di un centro di accoglienza, che può essere per donne con minori, per persone con disagio mentale, per senzatetto. Questa è l’unica alternativa.

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