Il diritto all’Introversione

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Diversi studi, in seguito citati, hanno messo a fuoco una divergenza drammatica tra le caratteristiche introverse delle persone (in sé e per sé positive e interessanti) e un mondo sociale per nulla incline ad accoglierle, anzi pregiudiziale e correttivo (molti introversi sono trattati come una volta si trattavano i mancini: correggendoli) o ridicolizzante,  tale che una buona parte degli introversi si sente davvero sbagliata, inadeguata e, facendo proprio il pregiudizio, si sforza di “normalizzarsi” con esiti il più delle volte negativi, o si arrabbia, auto escludendosi dal mondo. Tanto per fare un esempio, una caratteristica tipica introversa è la tendenza a riflettere e a fantasticare, delle volte con la testa nelle nuvole; pensiamo a come tale aspetto può essere rimproverato a scuola, o perseguitato nel gruppo degli adolescenti, dove tutti devono essere veloci e “svegli”.

Come si può capire, oltre a fermarmi sulle caratteristiche dell’introversione (che magari ci possiamo divertire a ritrovare in noi o nei nostri cari)  metterò l’accento anche sul concetto di “normalità”, chiarendone i legami con la storia sociale,  la funzione stabilizzatrice e mettendone in evidenza gli aspetti potenzialmente alienanti e distruttivi.

Tali aspetti distruttivi possono essere ridimensionati sia  attraverso la critica della normalità corrente e dei suoi modelli (non è detto che sia buona una cosa che fanno tutti; la normalità è legata alle esigenze del contesto, non è uno standard) sia dandosi il permesso di  opporsi alle aspettative, sia mantenendo il contatto comunque con il nostro bisogno di legame, secondo una formula (importante per la felicità umana) che posso riassumere così: Mi ami, così come sono? Nessuno di noi può stare bene se deve essere solo come gli altri lo vogliono.

Se riflettiamo su questi tre aspetti, cioè sull’esigenza di non trattare la “normalità” come uno standard astratto, buono per tutti, sotto tutti i cieli, sull’importanza del legame con gli altri, sul nostro diritto di arrivare a questo legame anche secondo ciò che possiamo essere e dare, ci accorgiamo che il riflettere su una differenza, un particolare modo di essere,  (l’introversione, ma può essere anche altro, diversità geografiche o culturali, o religiose o di idee)   ci mette in contatto con  gli aspetti in comune della condizione umana, ci porta a cercare oltre quello che appare;  come dice Remotti  (a proposito di Darwin, che aveva scoperto specie animali che non rientravano nelle classificazioni usate) lo studio delle differenze o delle marginalità ci fa abbandonare l’idea di un “ordine” precostituito e intoccabile, ci porta a pensare ad un ordine più ricco e variegato.

Nel portare avanti la proposta dello Sportello, vi propongo di fermarsi su alcuni aspetti basici della condizione umana, mettere a fuoco come tali aspetti si manifestino nelle persone introverse, e infine come vengono messi in forma dalla cultura occidentale.  La messa a confronto degli aspetti  umani con il sistema di valori e di modelli di normalità della cultura occidentale ci permetterà di capire perché molte persone stanno male (non solo gli introversi) e ci darà la possibilità di riflettere sul disagio collegandolo all’atmosfera sociale.

Lo sviluppo umano tra bisogni ed emozioni.

Contrariamente a quello che si pensava fino a qualche decennio fa, è ormai evidente e supportato da vari studi, che spaziano dalla psicologia evolutiva, all’etologia e alle neuroscienze, che l’orientamento di fondo dell’essere umano è un orientamento sociale: cioè non solo  l’uomo si sviluppa dentro le relazioni, ma la predisposizione verso il legame è innata. Se osserviamo i neonati possiamo vedere i risvolti fisici di tale predisposizione: nel sorriso, per esempio, o nel riflesso di Moro (abbracciamento). Osservando  bambini  e adulti, cogliamo anche subito l’aspetto emozionale del legame, non solo nell’attaccamento ai genitori o ai parenti, ma anche nella reazione empatica verso gli altri, soprattutto se sofferenti, nella sensibilità sociale, nel senso del dovere. Possiamo, sulla scorta degli studi di Anepeta (si deve a lui la trattazione sistematica dell’introversione) definire di “appartenenza” tale bisogno e metterlo in asse, nello sviluppo umano, con un altro bisogno: di “individuazione/opposizione”: la predisposizione al legame non toglie che, all’Altro, possiamo anche contrapporci, differenziarci, dire di no, rivendicare, oltre al dovere sociale, un diritto individuale, e rivendicarlo anche per gli altri. Anche in questo caso, l’osservazione dei bambini ci aiuta a mettere a fuoco questo bisogno, per esempio osservando la fase del no (verso i 2 anni i bambini si impuntano, a volte dicendo “no” a tutto) o i capricci, o le arrabbiature di fronte alle ingiustizie. Dagli esempi si può intuire la funzione di questo bisogno, che è immettere nelle relazioni il peso della volontà personale e la sua connotazione emotiva, che ha a che vedere con il senso di giustizia e di pari dignità, aspetti “viscerali” che precedono la conoscenza dei diritti.

Questi bisogni, distribuiti in modo diverso tra gli esseri umani (esistono persone più accomodanti e pacifiche, altre più in tensione oppositiva) devono comunque procedere in dialogo; se uno dei due aspetti, di solito per conflitti  o richieste eccessive interne e esterne, viene negato, si può intensificare in modo minaccioso e portare ad ulteriori conflitti irrigiditi.  (esempio: una persona super mite, che sbrocca di colpo, poi si sente in colpa e diventa ancora più accomodante).

Ovviamente la mentalità sociale, della famiglia, della scuola, l’aria che si respira nella cultura che ci circonda, concorrono a dare significato ai bisogni e ne influenzano lo scorrimento; per esempio, se l’atmosfera sociale è competitiva e aggressiva, la persona mite e gentile può essere considerata “fessa”, può iniziare a sentirsi stupida e inadeguata, può cercare di indurirsi.

Come sono gli introversi, rispetto all’asse dei bisogni di Appartenenza/Individuazione?

Di solito “iperdotati” cioè molto intensi sia sul piano del senso del dovere verso gli altri che su quello della dignità, per quanto sia stato messo a fuoco che, a seconda della prevalenza di un bisogno sull’altro, esistono grosso modo due tipologie di introversi:

  1. Il bambino d’oro: prevale il bisogno di stare in armonia con gli altri, la sensibilità sociale, la paura di dispiacere. Può avere difficoltà con i conflitti.
  2. Il bambino difficile: prevale il bisogno di parità, può avere difficoltà a seguire le regole se non gliele spiegano, se non sa il perché, può oscillare tra la rabbia e i sensi di colpa, perché, accanto alla reattività, la sensibilità sociale resta bella viva.

Fatta questa differenza, provo a mettere a fuoco le caratteristiche dell’introversione. Devo però fare un’avvertenza: introversione ed estroversione definiscono il rapporto di una persona con il mondo interno (pensieri, simboli, fantasie) e il mondo esterno (stimoli concreti). Nessuno di noi può vivere solo immerso nei suoi pensieri, senza scambi con l’esterno, né stare solo affacciato al mondo di fuori, senza riflettere. Le caratteristiche che elencherò di seguito, sono anche caratteristiche umane in generale, più accentuate  negli introversi.  Non sempre il mondo sociale le rispetta, spesso le ostacola: se ci adattiamo troppo alla fretta, all’azione, al considerare perdita di tempo o “pippe mentali” il diritto al mondo interiore, perdiamo  tutti qualcosa di fondamentale. La LDI (Lega tutela diritti degli introversi) nasce per difendere gli introversi dai pregiudizi, rendendoli consapevoli, ma anche per tutelare gli aspetti introversi di tutti, troppo spesso stritolati dalla vita quotidiana. Normale non significa per forza sano o felice.

Caratteristiche dell’introversione.

Per descrivere le caratteristiche, farò riferimento idealmente ad un bambino o a un ragazzo, anche se, ovviamente, tali aspetti si ritrovano anche negli adulti. Successivamente proverò ad mettere a fuoco dei modelli di normalità occidentale, per mostrare perché tali caratteristiche risultano inadeguate a quel modello. Di solito, un bambino o un ragazzo introverso:

  • E’ più emotivo della media dei suoi compagni, anche se c’è sempre uno scarto tra le sue capacità di sentire e quelle di esprimersi. Vive con intensità ma ha pudore per i sentimenti
  • Capisce al volo gli stati d’animo degli adulti e spesso si dà da fare per contentarli. E’ “sociocentrico” cioè per lui, istintivamente, gli altri vengono prima dell’io.
  • Prova un senso di pari dignità e di giustizia precoce, persistente e d’intensità spesso drammatica, rivolto anche agli altri. Se la maestra rimprovera ingiustamente un compagno non se lo dimentica.
  • Di solito è scrupoloso e cerca di non fare male agli altri.
  • Ha la tendenza ad avere rapporti umani validi e forti, con persone con cui si sente simile. Non attratto dalla .socialità intensiva, ma tendente ad avere amici pochi ma buoni. Non desidera rapporti superficiali.
  • Ha un orientamento incline alla riflessione, all’introspezione e alla fantasia più che all’azione. E’ contemplativo.
  • Ha piacere a stare ogni tanto o spesso da solo. (Si dice che gli introversi si ricaricano le ”batterie” in solitudine, gli estroversi, in compagnia). Soffre se gli manca un angoletto dove stare in pace.
  • Solitamente non ama troppo i cambiamenti o le cose nuove. Ha bisogno di rendere una situazione nuova (asilo,  cambi di casa) un po’ familiare per starci bene; ha bisogno di tempo per adattarsi alle novità; di solito non gli piacciono i luoghi affollati o rumorosi, senza spazi per appartarsi.
  • Di solito è precoce nello sviluppo cognitivo, più  lento nella socialità. Da adolescente può avere relazioni sentimentali più tardi rispetto ai coetanei.

Modelli di normalità

Di solito genitori e insegnanti trattano questi aspetti come “problemi” da risolvere, più che come aspetti personali da rispettare: una mamma può sentirsi dire che il figlio è “isolato”, che non “socializza”, che è troppo “emotivo”. Un bambino o un ragazzo introverso possono essere rimproverati per la testa tra le nuvole, la scarsa propensione alle attività di gruppo e magari inseriti a forza in situazioni di socialità intensiva; allo stesso tempo le amicizie forti ed esclusive vengono scoraggiate, per paura che i figli siano troppo dipendenti da qualcuno. Le emozioni vengono temute e viste solo come “squlibranti” (lo sono, ma anche in senso positivo, sarebbe terribile stare sempre in equilibrio), le capacità di cooperare e di aiutare sono spesso scoraggiate, nell’esaltazione della capacità di pensare a sé, farsi “gli affari propri”.  Un padre mi disse che temeva l’attaccamento “morboso” della figlia di 5 anni ad un’amichetta; sarebbe diventata una donna debole? Un altro considerò con disprezzo l’inermità del figlio, che preso in giro, non reagiva a pugni; sarebbe diventato un “perdente”? Altri genitori si preoccupano perché i figli adolescenti non hanno ancora un partner: le pressioni normative possono diventare  forti e intrusive.

Su tutto domina la fretta, la competizione; l’ansia dell’esclusione sociale, palpabile, comporta che l’inclusione possibile sia sempre più conformista, più agguerrita, con più dispiegamento di “investimenti”: lezioni di inglese a partire dal 1 anno di vita, e, in generale, poco o nessun tempo concesso all’elaborazione, all’ozio (che è un modo per digerire gli eventi) o  alla fantasia. L’ansia della normalizzazione predomina fino al ridicolo, ma esclude che si possa in qualche modo discutere attorno a tale normalità.

Personalmente da anni, sulla base del mio lavoro,  partendo dalla definizione di Anepeta di codice “adultomorfo” (il self made man, che si fa da solo, non deve chiedere mai, non ha emozioni)  come modello di normalizzazione legato all’avvento della borghesia, ho osservato  che a tanti livelli (famiglia, scuola, società allargata) si sta sviluppando  un modello di normalità che ho definito “pericoloso”: una normalità fobica verso le emozioni, la debolezza, la dipendenza (tutte caratteristiche inerenti alla condizione umana), per coltivare un ideale dell’io (disumano) basato sulla forza, sull’autosufficienza e la distanza dagli altri.

La cultura della normalità attuale ha delle parole d’ordine: la prima è “autonomia”, che, da mezzo per muoversi nel mondo, realizzando i propri compiti e desideri è diventata un fine onnicomprensivo, una sorta di dover essere radicato nella psiche di tutti.

Autonomia intesa  prima di tutto come autosufficienza: non aver bisogno di nessuno, farsi i propri interessi, non lasciarsi “influenzare” dagli altri; poi come anaffettività; il che porta a percepire le emozioni come squilibri vergognosi, l’altro come un potenziale nemico o invasore da cui difendersi.

Il modello dell’Autonomia / Autosufficienza/ Anaffettività è pervasivo. A mio avviso è il codice di normalizzazione più diffuso, dalla scuola materna alle cooperative sociali che si occupano di anziani: è un modello che ribadisce l’inopportunità dei legami, dei sentimenti, soprattutto quelli stretti, visti forse come infantilismo, o turbativa dell’ordine. ( In una scuola del mio quartiere, è vietato prestarsi le penne, tra bambini, recentemente, le insegnanti nel nord Italia che avevano ceduto a due bambini i loro buoni mensa, hanno rischiato l’incarico).

Tale modello, se pur  funzionale al neoliberismo (l’uomo in ascesa sociale, che combatte contro l’altro se non lo può utilizzare) è profondamente disfunzionale allo sviluppo degli esseri umani, come dimostra il livello crescente di patologia tra bambini e adolescenti. Diciamo che sta prevalendo in ogni campo la logica del profitto, con la sua ideologia di indurimento, rispetto alla quale alcuni aspetti fondamentali della condizione umana  vengono sempre messi in ultimo piano.

Penso che molti di noi potrebbero trovare, nei loro ricordi, tanti esempi su come una certa mentalità, a scuola e a casa, ha scoraggiato l’identificazione con l’altro, ha posto un freno all’altruismo, ha deriso l’emotività, ha incoraggiato l’indifferenza, l’autosufficienza, in nome di un modello adulto astratto, insopportabile e, io penso, stretto per molti di noi.

Quello che viene implicitamente caldeggiato, è, a mio avviso, un modello di “forza”, intesa come spigliatezza anaffettiva, senza emozioni e senza sogni, (apparentemente) sicura di sé, senza dipendenze dagli altri (sennò sei sfigato, immaturo)  con molta dipendenza dagli oggetti e dai gadgets (perché parlano di status, di potere). Una buona parte del mondo giovanile, interiorizza questo modello,  e diventa persecutoria verso chi non ci rientra.

E’ evidente che gli introversi, in questo clima, stanno male. Non solo loro, come ricordano Schmidt e Benasayag: “Nelle nostre società della durezza e delle passioni tristi ci interroghiamo sullo scacco di quelli che vengono definiti “deboli”, mentre dovremmo, ci pare, interrogarci un po’ di più su ciò che viene riconosciuto  come “trionfo” e successo. (…) Infatti è proprio là dove nessuno guarda, in quel” niente da segnalare” della norma che una serie di esseri umani vivono nella paura permanente di dovere essere “forti”, “all’altezza”. Ma “trionfare” nelle nostre società della tristezza è grave  almeno quanto fallire, perché comporta un prezzo da pagare, quello della tristezza, della durezza e dell’angoscia di essere inclusi un giorno nel novero di coloro che rivelano una “falla”. Il “trionfo”  presuppone che si recida ogni legame con le dimensioni della propria fragilità e complessità.” (pag 84  L’epoca delle passioni tristi).

Pisana Collodi

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

L. Anepeta  “Timido, docile, ardente” (sull’introversione, testo base) F. Angeli 2° edizione 2013

L. Anepeta   “Miseria della neopsichiatria”   ( sul conflitto interno, sui codici di normalizzazione) F. Angeli  2001,  Sito  www.nilalienum.it

P. Bevilacqua  “ Miseria dello sviluppo” Laterza 2009 (sui danni del neoliberismo sulla psiche)

Benasayag e Schmit  “L’epoca delle passioni tristi” Feltrinelli 2005 (idem)

P. Collodi  “La normalità dell’handicap” Cisu 2008 (critica ai modelli di normalità, nei luoghi dov’è “sacra” e indiscutibile: la riabilitazione nell’handicap)

F. Remotti  “Noi, primitivi” ed Bollati Boringhieri  2009 (l’importanza dello studio delle differenze per capire l’umano)

A Roma si sta organizzando uno sportello psicologico d’ascolto specifico sul tema dell’introversione. Per informazioni: pisanacollodi57@gmail.com

Pisana Collodi

Sono psicologa e psicoterapeuta. Mi sono laureata nel 1981, ho svolto un training in psicoterapia psicoanalitica con Luigi Anepeta e successivamente ho seguito i suoi seminari sul disagio psichico.

Ho lavorato in diversi ambiti: handicap, all’inizio come assistente domiciliare, poi come consulente psicologa presso il Centro per l’autonomia (Associazione paraplegici Roma e Lazio) ; insegnamento: docente a contratto presso l’Università del Molise, facoltà di Economia, corso di laurea in Servizio Sociale (Psicologia dello Sviluppo, Psicologia sociale);  come psicoterapeuta in ambito privato.

Dal 2007 sono membro della Lega Introversi (LIDI onlus), fondata da L. Anepeta,  ed  ho collaborato ad alcuni progetti di sensibilizzazione nelle scuole. Attualmente coordino il Gruppo Terapeuti della LIDI, che si riunisce mensilmente.

Il filo conduttore sia della mia formazione sia delle svariate attività, è stato l’interesse per la storia sociale e il contesto di vita ed i legami con la storia individuale, il disagio e la “normalità”.

Ho scritto un libro “La normalità dell’handicap” edizioni Cisu 2008 e alcuni interventi per convegni e seminari. L’ultimo – “Il femminicidio nell’occidente” –  presentato al convegno di Amnesty International a Ostia (Donne, istruzioni per il non uso) nel marzo 2017 è stato pubblicato sulla pagina Facebook Femminismo Rivoluzionario  e sul sito “La macchina sognante”.

 

Immagine di copertina di Enrico (CC License/Flickr)