“The Square” di Ruben Östlund inaugura un nuovo modo di fare cinema: tra metalinguaggio e arte contemporanea

Analogamente a quanto accaduto nel 1941 con Citizen Kane (Quarto potere), film con cui un giovane cineasta americano di nome Orson Welles apriva le porte del cinema d’autore, inaugurando un nuovo modo di fare cinema (poi etichettato “cinema moderno”) così, nell’anno corrente, lo svedese Ruben Östlund, conquista la palma d’oro a Cannes 70 con un film-rivelazione: The Square.

Quello di Ruben Östlund è oggi, come lo era Citizen Kane all’epoca, un vero e proprio nuovo modo di fare cinema, sconvolgente e pervasivo. È il perfetto matrimonio tra sensibilità e sperimentazione autoriali che mi fa accostare il nome di Ruben Östlund a quello di Orson Welles: quest’ultimo non ha certamente “inventato”, tra le altre cose, la profondità di campo, ma ha attribuito ad essa un senso originale con un utilizzo sistematico e intriso di significato, così Ruben Östlund ha saputo fare con il metalinguaggio e l’arte contemporanea.

The Square è un film che gioca sull’ambiguità delle cose, proprio come la ragion d’essere dell’arte contemporanea con le sue installazioni, performance, opere in generale. The Square è infatti un film dove i confini (non solo fra ciò che è o non è arte) si fondono e mirano, a loro volta, a confondere, destabilizzare e sorprendere lo spettatore. La pellicola si definisce perfettamente già a partire dalla grottesca e assurda sequenza d’apertura in uno spazio del museo, quella del dialogo/intervista sulla questione esposizione/non-esposizione in un campo/controcampo tra la giornalista Anne (Elisabeth Moss) e Christian (Claes Bang), il curatore di un museo di arte contemporanea. In questa sequenza vengono già gettate tutte le basi sulle quali il film tornerà più volte, in modi differenti, ad analizzare la questione “arte contemporanea” con tutto ciò che la circonda, compresi i destinatari delle opere: la società.

The Square 2

Più che le intenzioni di ogni singolo artista contemporaneo, al regista interessano le reazioni del pubblico di fronte (e in mezzo) alle opere, dunque il tema della ricezione dell’arte, per estensione, diventa una riflessione sulla società contemporanea. Perché il significato dell’arte contemporanea non sta nei confini/non-confini dell’opera in sé, ma nello spazio che si viene a creare tra il fruitore e una data opera, quindi nell’interazione pubblico/oggetto estetico. L’arte contemporanea, più di qualsiasi altra arte, per esistere necessita infatti di un pubblico che ne esperisca e la completi tramite l’interazione. Avendo, tale arte, fra le sue caratteristiche più frequenti quella della pervasività, di qui tutta la questione su dove cominci e dove finisca l’opera d’arte, che di fatto non ha più delimitazioni fisiche nette come può essere per un quadro, uno schermo, un brano musicale… e ancora, quanto influisca e quanto sia importante lo spazio espositivo.

Fin dal titolo The Square pone l’attenzione proprio sullo spazio, “The Square” è infatti sia il nome del film sia il titolo dell’installazione in esso tanto discussa: si tratta di un quadrato delimitato da un perimetro luminoso tracciato nella piazza antistante il museo e la cui targa recita: “il quadrato è un santuario di fiducia e amore al cui interno abbiamo tutti gli stessi diritti e doveri”.

L’opera d’arte, così come il film stesso, è innanzitutto una riflessione, un’analisi critica su quei “confini”, intesi anche come “limiti”, che oggi non sembrano esistere più e sui quali l’arte contemporanea si interroga in modo sempre più provocatorio. Caratteristica che accomuna tanti artisti, a cominciare dall’arte povera: viene da pensare alle opere di Piero Manzoni, come la Base magica dove chiunque può salire e divenire scultura/opera d’arte vivente, e via via a tutte le correnti dell’arte contemporanea: dalla Land Art all’arte concettuale, passando per la Body Art e i Ready-made duchampiani.

The Square

The Square è cinema che assorbe e trasuda arte contemporanea: è bizzarro, grottesco, nonsense, estremo, performativo, è un percorso che indaga e mostra non solo i vari spazi espositivi del museo, e di volta in volta le diverse opere che vi si incontrano, ma lo fa inserendoci la macchina da presa, i suoi attori, e facendo difatti interagire la settima arte (il film stesso in tutti i suoi aspetti estetico-narrativi), con l’arte contemporanea (le varie opere all’interno del museo).

Ma ancor di più The Square può essere inteso come una performance lunga oltre 140 minuti, che già a partire dalla sua durata “anticonvenzionale” mette alla prova il suo spettatore, dove la musica non è una componente affatto minore, i diversi brani della colonna sonora infatti donano omogeneità e continuità, come anche le interpretazioni degli attori (Claes Bang primo fra tutti) che, tra peripezie e andirivieni, diventano a loro volta performer di continue performance senza mai annullarsi in uno dei due ruoli ma coesistendo con equilibrio, pertinenza, sensibilità, coerenza unici che fanno di The Square il potenziale capostipite di una nuova corrente cinematografica.

Si può allora parlare di “cinema contemporaneo” con la stessa accezione che all’epoca fu attribuita alla definizione di “cinema moderno” grazie a Citizen Kane? È un interrogativo che per ora può solamente restare aperto, in attesa di ricevere la sua, mi auguro spettante, interazione.

Voto: 10 e lode

Al cinema!