Star Wars, episodio VIII: la saga continua

Da un paio di anni a questa parte dicembre è il mese di Star Wars, quindi il lettore mi scuserà se per una volta non parlerò di giochi da tavolo. Tra l’altro la celebre saga di George Lucas ha ispirato tantissimi giochi da tavolo (ricordiamo Assalto imperiale, Star Wars Attack Wing, e Star Wars Rebellion, tanto per citare i tre forse più fortunati) quindi in un certo senso rimaniamo sempre sul pezzo. Do per scontato che tutti, bene o male, sappiano cos’è Star Wars.

Bene, ora possiamo iniziare a parlare dell’ultimo film della saga: Episodio VIII, gli ultimi jedi. Sono consapevole che avrei potuto evitarlo, che avrei potuto farmi gli affari miei, rifiutare il mio accredito stampa, e scappare da questo film tanto amato e allo stesso tempo tanto odiato. Poi però ho anche pensato che dopo aver visto i primi sette episodi, forse sarebbe stato il caso di andare avanti, pur sapendo che poi avrei dovuto scriverci una recensione sopra. La sfida è stata accettata, e sono pronto ad esprimere al mondo le mie impressioni. Nel farlo parto dal presupposto che esistono tre tipi di spettatori di Star Wars: il casual (ossia colui che lo vede per la prima volta, che ne ha sentito parlare o che comunque è incuriosito da tutto il clamore), il fedele (ossia colui che continuerà ad avere un amore incondizionato per questa saga, qualunque sia il suo destino), ed il nostalgico (colui che rimarrà per sempre legato alla serie “originale” di quasi quarant’anni fa). Il nostalgico, in particolare, si divide in due grandi categorie: colui che comunque continua a vedere i vari seguiti, ma con disincanto e poco interesse, e colui che ha già deciso che non ci sarà alcun seguito. Ad ogni modo, non credo possa esistere qualcuno legato esclusivamente ai soli ultimi film. Io, l’avrete capito, sono un nostalgico, ma almeno sono uno di quelli che i film continua a vederli. Potrei dirvi che non ci saranno spoiler in queste mie considerazioni, ma l’appassionato – quello vero – di Star Wars sa già in cuor suo come va a finire questo film. Lo sa perché il filo narrativo è sempre lo stesso, ed è ormai chiaro: si è dato il via ad un ricambio generazionale completo, totale. Via il vecchio, dentro il nuovo.

Chiariamoci: non c’è niente di male ad incoraggiare le nuove generazioni, ma la domanda è: perché? Perché questo ricambio? Perché cambiare, se poi alla fine tutto è come è sempre stato? È solo davvero una questione di soldi? Oppure c’è qualche altro messaggio velato? Mi faccio queste domande perché si sente, si vede benissimo che manca qualcosa. Ed è fin troppo ovvio che la figura di Han Solo (nell’episodio VII) e quella di Luke Skywalker (nell’episodio VIII) stanno li per accompagnare questo ricambio, per attirare i vecchi “nostalgici” che, dopo più di trent’anni, possono portare finalmente i loro figli (ossia i loro “ricambi”) a fargli vedere con cosa sono cresciuti. Luke sta li non per insegnare a Rei come abbattere il male. Luke sta li per insegnare a noi nostalgici ad andare avanti, a rompere con il passato e a guardare al futuro. Per enfatizzare ciò, è altrettanto evidente che i “vecchi” appaiono “di troppo”. Non sono più loro ad essere il centro di tutto. Persino i due droidi, C3PO ed R2D2, che tecnicamente non “scadono”, cedono il passo a droidi di nuova generazione (che dimostrano poi di funzionare esattamente come i loro predecessori, esattamente come accade con la tecnologia in generale). Insomma, un nuovo che in realtà non è poi così nuovo. È solo un ricambio. Star Wars è sempre la stessa cosa.

Tuttavia, qualche novità avrebbero comunque dovuto inserirla. E così Ben Solo capisce che non sarà mai come Darth Vader. Anzi, è proprio il suo maestro a dirgli che di Darth Vader ce n’è uno solo. Ma non lo sta dicendo a Ben, lo sta dicendo a noi. Darth Vader è morto e non tornerà mai più. Ben allora abbandona per sempre quella maschera e diventa un’altra cosa, tentando di plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza. Ben avrebbe voluto essere Vader, ma non lo sarà mai. Sarà qualcos’altro, perché anche lui deve abbandonare il passato. Anche lui deve crescere. Il ricambio generazionale è iniziato, noi stessi siamo cresciuti, e non possiamo far nulla per cambiare questa cosa. Ben Solo appare come noi, come un nostalgico che fatica ad accettare che il passato non tornerà più, o che lui stesso potrebbe rappresentare il passato. Invece ognuno di noi rappresenta un cambiamento, e allo stesso tempo una crescita. Ma anche crescere comporta dei rischi, rischi che noi già conosciamo perché li abbiamo già vissuti in passato: il rischio sfocia sempre nell’eterna lotta tra il bene il male. Una lotta che è sempre uguale, sempre la stessa. Non importa se stiamo leggendo un mito greco, la Divina Commedia, il Signore degli Anelli o se stiamo guardando Star Wars. La “prassi” è sempre la stessa: la luce (che in un certo senso è il nostro liquido amniotico, la nostra pace) contro l’oscurità (ossia il mondo esterno, le tentazioni, il cambiamento, il nuovo). E ciò che attrae, e che appunto ci tenta, è sempre e solo il lato oscuro. Se dovessimo essere tentati lo saremmo solo dall’oscurità, mai dalla luce, perché è dalla luce che noi veniamo, dal chiaro, da Dio. Per la prima volta, o comunque mai come questa volta, impariamo che ciò che i jedi seguono non è una “filosofia” (come forse qualcuno credeva), ma una “religione”. Luke in questo film lo dice chiaramente mentre è rivolto a Rei (cioè a noi): “quelli sono i libri della religione jedi” dice, perché è solo con la religione dei jedi (vogliamo chiamarla cristiana?) che possiamo sconfiggere l’oscurità. Senza parlare, poi, della “speranza”, una parola sdoganata ed utilizzata non so quante volte, una parola odiata da registi come Monicelli, ma osannata e divinizzata dai protagonisti e dagli spettatori di Star Wars (come dalla religione stessa).

Devo dire che, fortunatamente, l’idea dei jedi, della pace che li domina, rimane presente anche in questo film, come era stata presente nel film precedente. Il jedi è solo. Ha degli amici, ma è solo, e combatte da solo, lontano dal caos delle armi dell’Impero e della Resistenza. Il jedi è puro. La caratteristica di Star Wars è sempre stata quella di passare dal caos alla quiete con un solo fotogramma. E fortunatamente questo aspetto è rimasto, ed ogni volta che me ne rendo conto sento che sono ancora capace di emozionarmi, lo ammetto. Perché, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, la storia è sempre la stessa. Eppure Rei non è Luke, Ben non è Darth Vader. Sono altro, sono un’evoluzione che non possiamo fermare. Chi fa parte degli inguaribili nostalgici come me deve metterselo in testa, ed accettare questa cosa. Non possiamo più avvicinarci a Star Wars tenendo conto di ciò che è stato. Ci è data invece la possibilità di goderne per ciò che è diventato ora, e sta a noi cogliere questa occasione. Lo confesso: se avessi avuto, ora, 10 anni, e mi avessero portato a vedere questo film, probabilmente ne sarei stato entusiasta. Avrei riso, pianto, mi sarei emozionato fino al midollo, e avrei fatto carte false per sapere cosa era stato raccontato nei film precedenti. Ed in questa ricerca avrei vissuto un’emozione unica, un’emozione che vale la pena provare, un’emozione che ogni bambino dovrebbe vivere, come quel bambino che si vede proprio alla fine della proiezione, facendoci intendere che la saga continua, o che forse ne sta già iniziando una nuova. Una nuova, certo, ma allo stesso tempo sempre la stessa, sempre quella saga che ci ha così tanto emozionato. Ma se è sempre la stessa, allora perché continuare a guardarla? E se è sempre la stessa, allora perché non continuare a guardarla?

Matteo Roberti