La follia, il sapore della verità

Erasmo, filosofo olandese nato nel 1466 a Rotterdam, nel suo libro Elogio della follia ha cercato di scrivere quanto più possibile di reale, positivo e controverso sulla follia. Lui, che è stato anche un teologo e sacerdote, nel libro parla a tutto spiano dei contrasti tra saggezza e follia. Per chi volesse leggere il suo lavoro, c’è da dire che Erasmo tratta la follia in maniera leggera ma profonda e non in modo grave e superficiale come è uso fare tra i più della nostra società odierna. E il fatto che abbia avuto intuizioni tanto moderne già alla sua epoca, dimostra tutto il suo aspetto aperto e provocatorio che lo porrebbe, al tempo d’oggi, in una posizione molto originale: un sacerdote di idee di sinistra.

La particolarità del libro consiste nel discorso in prima persona della follia, che parla di sé e dei personaggi reali e mitologici dell’antica Grecia, apportando esempi negativi e positivi dell’essere folli e dell’essere saggi. Ci sono diverse frasi, nel libro di circa 130 pagine, che meritano un commento o quantomeno una riflessione. La prima, che balzerebbe agli occhi anche dei più casti di follia è: “Da me è lontano ogni trucco; non simulo in volto una cosa, mentre ne ho un’altra nel cuore”. È proprio vero. La follia, in tal caso, è il sapore della verità. Non a caso, Erasmo inserisce una forte descrizione di casi in cui la follia umana sembra essere il sale che da sapore a ogni aspetto della vita dell’uomo.  

“Dai folli si ascoltano con piacere, non solo la verità, ma anche indubbie insolenze… La verità, infatti, ha non so quale schietta capacità di piacere, purché non si accompagni all’intenzione di offendere: ma questo è un dono… largito ai soli folli…” Queste sono parole che colpiscono molto, da leggere ancora una volta, tenendo conto di un aspetto leggero e indolore della follia. Ma una frase la cui originalità si coglie pensando che Erasmo fosse un prete del 1400 è senza dubbio quest’altra: “Ho parlato brevemente di queste cose per mettere in chiaro che nessuno al mondo può vivere felicemente, se non è iniziato ai miei misteri, e se non ha me dalla sua”. 

Erasmo, però, non limita la follia a una dimensione di verità e di piacere della verità, cogliendone l’aspetto controverso: “…i più vanno sempre dietro alle cose peggiori, perché la maggior parte degli uomini è soggetta alla follia”. Altra frase: “La fortuna ama gli imprudenti, gli audaci, quelli che adottano il motto ‘il dado è tratto’. La saggezza, invece, rende piuttosto timidi, perciò comunemente vedete i sapienti impegnati a combattere con la povertà, con la fame, col fumo”. Oltre l’aspetto puramente scaramantico della prima parte di quest’ultima frase, che potrebbe anche rincuorare, c’è la seconda parte del periodo virgolettato non proprio condivisibile a pieno. La premura e la saggezza, dedite all’altruismo, sono virtù che probabilmente contano anche più della follia, viste da un piano razionale.  

Ma già che parliamo di un sacerdote del Rinascimento che scrive l’Elogio della follia, tutto è concesso. Erasmo, nella sua forte modernità e originalità, conferma vizi e difetti della nostra società, aprendo una critica ai governanti della sua epoca: “Che c’è infatti di più sciocco, dicono, di un candidato che lusinga il popolo in tono supplichevole, che compra i voti, che va in cerca degli applausi di tanti stolti, che si compiace delle acclamazioni…” Quest’ultima frase sembra quasi non essere originale, è obsoleta nel senso comune delle persone di oggi, ma a quanto pare anche dell’epoca di Erasmo. 

 

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