“Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino

Chiamami col tuo nome è un film sensibile, poetico, disarmante, da tanto in Italia non si vedeva un’opera d’autore di tale sensibilità, artistica ed umana, trattare temi così delicati seppur universali, come l’amore e la formazione, senza cadere in soluzioni retoriche, mantenendo anzi sempre un perfetto equilibrio nel pathos. 

L’ultima pellicola di Luca Guadagnino parla il linguaggio delle emozioni e dei moti interiori, chiedendo di entrare sussurrando e in punta di piedi. È un’opera “pastorale” per dirla come Beethoven, dove la musica e tutto l’universo del sonoro, i canti degli uccelli, il soffio del vento che scuote i rami e le foglie, la pioggia, gli scricchiolii del legno, i rumori dei singoli oggetti insieme alle immagini, alle ombre, ai dettagli, alle rapide panoramiche, ai piani sequenza, ai raccordi sul suono esprimono sapientemente i moti d’animo di Elio ed Oliver. 

Anni ’80, estate, “in qualche posto del nord Italia” recita una didascalia a inizio film. Siamo in una villa immersa nel verde delle campagne lombarde quando, stremato dal lungo viaggio, arriva Oliver (Armie Hammer), uno studente americano di ventiquattro anni, alto, biondo e dal fisico sportivo. Oliver è approdato in Italia dall’America per aiutare il professor Perlman (Michael Stuhlbarg) nei suoi studi di archeologia. A pelle l’americano non sta molto simpatico ad Elio (Timothée Chalamet), figlio diciassettenne del professore, un adolescente dal fisico gracile seppur slanciato che ama suonare il pianoforte, la chitarra e trascrivere musica. 

Man mano che la pellicola si srotola avanza anche la conoscenza di Elio ed Oliver. Se si pensa ai temi come i sentimenti, la passione e la formazione, viene in mente la nouvelle vague, Francois Truffaut nello specifico e Jules et Jim su tutti. Ma ancor più che il cinema francese Luca Guadagnino sembra omaggiare il cinema di Bernardo Bertolucci, e difatti lo ricorda molto nell’utilizzo delle ombre e del chiaroscuro, sia negli interni sia negli esterni di sera, di notte e all’alba. 

Alla fotografia espressionista si unisce un utilizzo (iper)realistico del sonoro, che dà letteralmente voce all’ambiente circostante, alla natura e al paesaggio riecheggiando le pellicole di Andreij Tarkovskij, primo su tutti nel dar voce all’indicibile e all’impalpabile. In questo, l’utilizzo che Guadagnino fa delle musiche è analogo a quello del regista russo, che amava mescolare la musica colta, soprattutto Bach, ai brani elettronici del compositore Artem’ev. 

Proprio le musiche infatti meritano un’ulteriore nota di riguardo: in Chiamami col tuo nome brani del repertorio colto come Ravel e Bach (si citano e si suona anche “alla Liszt” e “alla Busoni”) si sposano perfettamente con la musica minimalista di Sufjan Stevens: la sua Mystery of Love con i suoi arpeggi e riverberi sussurra il desiderio e la passione vissuta in disparte dai due protagonisti; poi c’è Visions of Gideon che con le sue armonie “sospese” riempie lo spettatore di sensazioni quasi ultraterrene, è il caso della sequenza finale dove la musica duetta con la straordinaria recitazione di Timothéè Chalamet. Non credo infine sia casuale la scelta della suite Ma Mere l’Oye di Maurice Ravel, una composizione pianistica a quattro mani, che va dunque suonata in due, seduti uno affianco all’altro di fronte allo strumento. 

Chiamami col tuo nome ha 4 candidature agli Oscar 2018 come miglior film, miglior attore a Timothée Chamalet, miglior sceneggiatura non originale di James Ivory tratta da un romanzo di André Aciman e miglior canzone a Sufjan Stevens per Mystery of Love. 

Voto: 10 

Al cinema!