La leggenda dei fondatori dell’antipsichiatria inglese

Si racconta che nel ‘600 a Geel, cittadina del Belgio, un padre incestuoso uccise sua figlia decapitandola perchè era scappata per sfuggirgli, in seguito si seppe che lo aveva fatto in preda ad un attacco di follia. Da allora molti familiari di persone con disturbi psichici li portavano sulla tomba di Dipna, nel frattempo diventata santa, perché erano convinti che li avrebbe guariti. Questi pellegrinaggi ebbero uno sviluppo curioso: molti pazienti restavano presso le case dei contadini della cittadina in cambio di lavori nei campi ed aiuto in casa.  

E’ importante sottolineare la valenza simbolica di questa leggenda in cui “la santa che cura i matti” è morta perché “ha perso la testa”.  

Il modello di Geel sembrò dare speranza a quanti ritenevano che la cura ad i disturbi mentali non dovesse passare per le aberrazioni dei manicomi. Si può facilmente immaginare una terapia occupazionale ante litteram ed una convivenza tra sani di mente e non, basata sulla solidarietà di comunità che accoglie.  

Nell’affrontare i problemi dell’uomo ogni società può scegliere tra una serie di alternative e realizzarle secondo le circostanze storico-culturali. Probabilmente Laing e Cooper, autori di riferimento per la nascita e la diffusione dell’antipsichiatria in Inghilterra, si sono ispirati alle case dei contadini di Geel per fondare le loro crisis houses, in cui la malattia mentale, e nello specifico la schizofrenia, veniva curata con il contatto sociale, l’arte e varie attività che tenevano i pazienti impegnati senza fare ricorso all’uso massiccio di psicofarmaci e mettendo al bando elettroshock e lobotomia 

Laing fu uno psichiatra inglese degli anni ’50, che si oppose tra i primi alla psichiatria tradizionale dell’epoca ed ai suoi metodi di cura. In un’intervista con David Cohen dichiarò di essersi interessato alla psichiatria perché era sempre stato curioso di sapere come la gente sentisse, vedesse le cose ed agisse seguendo la propria visione del mondo. Fu tra i primi ad individuare nella problematicità delle relazioni umane una concausa della malattia mentale ed a sottolineare quanto la psichiatria della sua epoca ignorasse o sottovalutasse l’importanza di tale problematicità.  

Laing disse: “Su cento casi di schizofrenia non ve n’è neanche uno che non sia spiegabile come una strategia messa in atto per fronteggiare una situazione altrimenti intollerabile”. Questo autore si occupò di denunciare il fatto che i malati venivano privati di tutti i loro diritti: non potevano neanche decidere se farsi asportare una parte del cervello o no. Aggiunse che gli psichiatri si occupavano principalmente di esercitare un controllo chimico sulla mente del malato e di classificare le varie patologie per gestirle al meglio.  

Cooper, psichiatra contemporaneo di Laing e con il quale ha collaborato per anni nelle crisis houses, è stata la voce più “politicizzata” dell’antipsichiatria inglese, che definiva “una lotta contro il potere medico negli ospedali psichiatrici”. Riteneva la pazzia una forza rivoluzionaria del popolo che si ribellava al controllo dello Stato che, complice della psichiatria tradizionale, tendeva alla soppressione dei disturbi mentali attraverso costrizioni e tecniche che rasentavano la barbarie già a quei tempi.  

Cooper riteneva che la follia fosse l’unico modo per raggiungere l’autonomia e, come Laing, dava grande spazio alle relazioni: la maggior parte di coloro che erano definiti schizofrenici venivano ospedalizzati a seguito di crisi familiari e ridotti prontamente alla sottomissione.  

La portata rivoluzionaria di questi due autori sta proprio nell’inversione di tendenza, in quegli anni necessaria: è con loro che si inizia a ridare dignità al malato, a vederlo come individuo e non esclusivamente come paziente da curare e che si deve affidare a chi ne sa più di lui. Si inizia a capire che il malato deve essere messo al centro del percorso di cura anche nelle strutture psichiatriche, pena il fallimento o la compromissione dell’intero trattamento.  

Sia Laing che Cooper promuovevano la centralità del “calore umano” e delle relazioni interpersonali nella vita di pazienti che probabilmente si erano ammalati proprio per la mancanza di affettività e perché non inseriti in una rete sociale supportiva.   

 

 

Laura Benvenuto  

 

Roberto Spagnoli | Flickr | CCLicense