Matti da slegare, intervista al collettivo senza numero

Abbiamo colto l’occasione di questo numero dedicato all’antipsichiatria per incontrare e intervistare il Collettivo Senza Numero, collettivo romano che da alcuni anni si occupa di antipsichiatria e lavora sul territorio cercando di cucire reti sociali. Le persone incontrate erano molte ma, per scelta del collettivo stesso, non sottolineeremo con nomi diversi le persone che ci hanno racconto questa esperienza; nel testo quindi quando leggerete l’intervista tenete a mente che è frutto di un discorso collettivo che si è creato a partire da semplici domande a cui tutti e tutte hanno risposto. 

Quando siete nati? Perché esiste questo collettivo? 

Siamo nati circa tre anni fa, nel 2015 a cavallo della chiusura degli OPG e della loro trasformazione in REMS. Siamo nati un po’ casualmente, spinti da necessità personali e affettive perché una persona cara si era ritrovata, dopo una serie di vicende, incastrata nel meccanismo repressivo della REMS; abbiamo deciso di creare un’iniziativa benefit per contribuire alle spese legali di quest’amica. Durante l’iniziativa iniziammo a ragionare collettivamente, l’evento fu molto partecipato, ci rendemmo conto che la questione della psichiatrizzazione era un argomento che richiamava molte persone e anche a noi interessava elaborare un ragionamento su questo. Quindi in un gruppetto di persone, eravamo 5-6, iniziammo a riunirci.  

Come prima cosa decidemmo di scrivere un opuscolo Matti da slegare. Critica al linguaggio mattofobico” e alla contaminazione psichiatrica pensando di partire da una cosa molto semplice quanto complessa: il linguaggio. Abbiamo iniziato da questo per non addentrarci subito nella questione antipsichiatria che è una argomento molto complesso e racchiude molte cose diverse e noi per primi volevamo capire dove collocarci. Abbiamo scritto questo opuscolo che parla del linguaggio mattofobico dove cerchiamo di mettere in discussione le modalità che abbiamo tutti/e nell’esprimerci e nell’utilizzare termini che sono insulti o prese in giro che vanno a rafforzare uno stereotipo del matto che perde la ragione o è pericoloso.

Per esempio a Roma si usano tanti modi di dire di questo tipo “oggi hanno aperto le gabbie”, “stai fuori come un balcone”, “matto da legare”, “isterica”. In parallelo poi esistono le autodefinizioni che si rifanno alla psichiatria come “sono depresso” o “ho l’ansia”: sono categorie diagnostiche che noi nel tempo abbiamo messo in discussione fortemente. Dal linguaggio si capisce quanto alcuni concetti vengano interiorizzati, usando un certo linguaggio poi risulta normale, qualcosa di scontato che le persone facciano uso di farmaci. La scrittura di questo opuscolo è stato un modo per approfondire noi stessi, quanto incoscientemente assumessimo quel linguaggio che invece ha un significato molto importante. Questa questione del linguaggio è molto importante anche in relazione alla persona a cui viene rivolto, questi modi di dire possono risultare un ulteriore condanna, ulteriore rispetto a quella che già alcuni di noi vivono che è quella psichiatrica.  

Oggi il collettivo di cosa si occupa, quali progetti porta avanti? 

Ci incontriamo settimanalmente (martedì sera) oltre a continuare questo lavoro di ricerca e confronto fra di noi, periodicamente cerchiamo di pubblicare del materiale frutto di discussioni, momenti di approfondimento. Spesso facciamo delle iniziative cosiddette di controinformazione con l’obiettivo di svelare quella che è la vera faccia della psichiatria. Inoltre ci sono altre due cose molto importanti: sostenere qualcuno di noi che è sotto cure psichiatriche o costretto ad un controllo psichiatrico costante magari al CSM oppure che subisce TSO. Sostenere queste persone, accompagnarle, andarle a trovare, stargli vicino a tutto tondo, fare quello che un noi definiamo rete sociale: stabilire dei contatti con le persone creando una rete. Una differenza rispetto ad altri collettivi antipsichiatrici è che non abbiamo un telefono fisso o altri riferimenti telematici. Non siamo uno sportello.  Preferiamo un rapporto diretto con le persone che si avvicinano al collettivo.  

Dedicarsi a questo argomento è una sensibilità individuale ma anche uno strumento delle lotte, una parte delle lotte che affrontiamo all’esterno. La vediamo come un dato imprescindibile. Diciamo che cerchiamo di non seguire un piano ideologico perché ciò che ci interessa nelle nostre vite è l’autonomia dell’individuo, affinché l’individuo acquisisca una consapevolezza e in primis noi. Noi non diamo un servizio, non è un qualcosa di unilaterale, noi acquisiamo molto dall’esperienza con l’altro.  

Non ci poniamo come un collettivo proibizionista rispetto a farmaci o con verità assolute. Quando si fa controinformazione o incontriamo le persone ascoltiamo molto quelle che sono le loro richieste e spesso non abbiamo soluzioni da offrire. Quindi quello a cui soprattutto puntiamo, considerando noi la psichiatria uno degli strumenti di controllo al pari di qualsiasi altro strumento di controllo quindi repressivo e di delega, attraverso la rete sociale o la chiacchiera a riuscire ad arrivare a ciò che la persona davvero vuole. Il nostro obiettivo, molto difficile, è quello di non sostituirci alla persona ma di rispettare ciò che la persona desidera. Nel collettivo possono entrare a far parte persone che assumono farmaci, il problema non è nostro ma della persona che ne fa uso, allora parlando si può arrivare a mettere in discussione questo elemento a capire che effetti hanno davvero i farmaci e se li si vuole assumere davvero.  A me personalmente il collettivo ha dato un enorme contributo, dopo la morte di mia madre ho dovuto cambiare dei dottori, ho avuto una situazione particolare al CIM; io sono un ragazzo che ha avuto più di sessanta ricoveri. Per me la compagnia degli e delle altri/e componenti del collettivo è diventata fondamentale, ora io ci vado da solo a queste visite, voglio affrontarli da solo.  

Finora la forma che abbiamo adottato che ci è sembrato funzionare parecchio è stato l’accompagnamento di alcuni di noi a queste visite forzate che prevedono il presentarsi regolarmente presso il CSM e che a volte possono comportare anche un TSO. Abbiamo cominciato ad andare insieme a queste visite, a parlare anche noi con gli psichiatri senza chiaramente sostituirci alla persona.  

Quando parliamo di rete sociale è un po’ questo, ci siamo resi conto che il modo in cui la psichiatria esercita il suo potere di coercizione è soprattutto attraverso l’isolamento della persona, cerchiamo di rompere l’isolamento in cui si trova spesso una persona psichiatrizzata che magari prima non era isolata ma nel momento in cui viene psichiatrizzata viene isolata. Sappiamo bene che lo stigma che crea la psichiatria è uno degli stigma più grandi e più invisibile anche all’interno delle lotte che portiamo avanti. 

Perché il collettivo ha deciso di chiamarsi senza numero? 

Perché non ha etichette: spesso si parla di sindrome psicotica, sindrome schizofrenica, sindrome di Down, sindrome di tutti i tipi. Io non voglio subire nessun tipo di categorizzazione su di me io voglio solo essere me stesso. Per questo ma anche perché quando abbiamo scritto il nostro primo opuscolo cercavamo sia un nome che un immagine che ci rappresentasse, abbiamo pensato al tarocco del matto che è il tarocco senza numero. Questa carta ha una storia particolare, la si può leggere qui https://senzanumero.noblogs.org/chi-siamo/, prescinde dal concetto di numero, dal concetto di linearità, dal concetto di ragione. È tutto ciò che è al di questa concezione occidentale e medica che abbiamo interiorizzata.   

Esistono altri collettivi antipsichiatrici a Roma e in Italia? 

Noi sappiamo che a Roma c’è un telefono viola, c’era, ora c’è una sede e c’è un sito. Ma proprio collettivi antipsichiatrici non credo. A livello nazionale sono vari e sono diversi, ogni collettivo ha una sua modalità e una sua storia. Ogni tanto ci sono dei momenti di riunione nazionale dove ci si confronta su diverse tematiche. Uno dei momenti più belli della nostra storia, anche se era agli inizi e alcuni di noi non c’erano, fu a Reggio Emilia quando ci fu il corteo contro questa farsa riformista che vedeva il passaggio dagli OPG alle REMS e noi conoscemmo queste realtà in modo più approfondito. Fu un corteo molto partecipato e passammo insieme due giorni molto intensi. Fu due o tre anni fa. Come per tutte le lotte questo è un periodo difficile, prima ci si incontrava molto di più, c’erano molto più collettivi antipsichiatrici, alcuni di loro avevano attivato il telefono viola.  

Vorrei aggiungere un’ultima cosa: si conoscono ben gli strumenti della psichiatria, qui non si nega il loro uso, ma in questo collettivo è presente una forte critica rispetto a come lo Stato si pone di fronte al malato di mente. La critica nasce dal confronto e dallo scambio di idee e proviamo a mettere in partica qualche piccola soluzione, che prova ad andare oltre e al di là del rimedio psichiatrico. Questo è un po’ quello che abbiamo scritto nell’ultimo opuscolo che è una traduzione di un opuscolo statunitense “Gestire una crisi”: è interessante rispetto alla questione dell’autodeterminazione nei momenti di crisi – crisi parola che può dire tutto e niente e che rappresenta una serie di situazioni diverse – dove si vive un conflitto tra chi in quel momento si trova in una situazione che non è condivisa da una o più persone che si fanno portavoce di una realtà legittima di fronte ad una realtà che non è legittima. Abbiamo anche scritto un altro opuscolo che si chiama Tattiche e strategie di fuga dalla psichiatria, che rappresenta la volontà di staccarsi dalla psichiatria e trovare una propria dimensione al di là di questa.