Conoscere le difficoltà prima di giudicare – “Una lunga storia di vicissitudini psichiatriche”

Ho una lunga storia di vicissitudini psichiatriche dal 1995. Per anni ho vissuto da mio padre, con diagnosi di schizofrenia paranoidea. In seguito a un primo ricovero, non riuscivo a muovermi per la quantità di medicine assunte; ad un successivo risveglio, accompagnato da violenti agiti in casa, durante i quali sfasciavo tutto, urlavo e mi sentivo perseguitato dai vicini. 

Mentre, contemporaneamente, riuscivo ad avere una vita sociale con vecchi amici di infanzia e alcune relazioni affettive. Dopo lo sfratto nel 2001, anno in cui morì anche mio padre, stetti per qualche mese da mia madre, collezionando tentati suicidi con farmaci in quanto avevo rigurgiti di rabbia verso di lei e la volevo “punire”. 

La situazione giunse ad una gravità tale, che dovetti rivolgermi alla comunità S. Paolo, dove fui il primo ospite ed il primo ad andarsene. L’ambiente era sociale e positivo, c’erano abitudini democratiche, ma non mi prendevo con le guardie giurate e con un vicino di casa con il quale litigavo e a cui tiravo i sassi. In seguito all’infrazione di una finestra del vicino, venni messo in riga e mi calmai; ricordo che continuai la mia crescita affettiva, se si può chiamare così, in quanto stetti in quel periodo con due ragazze diverse, in relazioni difficili. Con il tempo i rapporti con il vicino nemico peggiorarono e mi classificarono “uditore di voci”, diagnosi che si rilevò infondata, in quanto sono stato un consumatore accanito di cannabis, che a lungo alterò le mie funzioni mentali. 

Nel 2005 entrai in casa famiglia a piazza Vittorio, luogo apertissimo, con operatori molto bravi, anche se agli inizi non mi presi subito con loro. Fui uno della delegazione dei BASAGLIANI, pazienti e psichiatri, che andò a proporre la legge 180 a Strasburgo. Ma io ebbi una polemica con Attenasio, in quanto sostenevo che anche gli SPDC in Italia sono manicomi.  

Ero abituato a vivere libero in casa famiglia, ma non mi legavo agli altri ospiti della casa, quindi a lungo mi sentii isolato. Nel 2010 andai ad abitare in una casa popolare, a lungo ricaddi nel vizio di distruggere gli oggetti e il mobilio quando mi sentivo attaccato dai vicini. E notai subito un ambiente ostile a me, fatto da una mafietta di allora sconosciuti, che mi mandavano sempre i carabinieri a casa. Anche nel quartiere volavano battute antipatiche e cominciai a detestarlo. Poi un mio vicino di casa simulò delle botte che non gli avevo dato, ed ebbi a lungo paura del carcere, mentre c’era una diffusa ostilità dei vicini e del quartiere.  

Tutto durò molto a lungo: ingiurie, insulti, attacchi; mi attaccavano perché dicevano che ero gay e pedofilo, così gratuitamente.

Gli abusivi cominciarono a danneggiarmi la porta di casa, più volte vennero gli hackeraggi, anche di gruppo, ed un alleanza di vicini volti a mandarmi via da casa, di cui sono titolare. Nel frattempo i curanti rivisitarono la mia prima diagnosi e dissero che stavo effettivamente in una situazione di persecuzione e mi diagnosticarono “SCHIZOAFFETTIVO”. 

Da anni dura una guerra di insulti con i condomini, azioni di gruppo per strillarmi contro frasoni da stadio tipo “ti odiamo tutti” e intolleranze varie del quartiere e dei lotti, che sono tutt’ora all’ordine del giorno, e oramai note ai carabinieri, che ogni tanto fanno denunce a stalker e persecutori vari, che truffano con attacchi della luce falsi e clonazioni della mia carta di credito.

Tutta realtà, la realtà di non essere ben accetto in un quartiere, dove, specie nelle case popolari, vige il far west.