Il gioco: definizioni e concetti #8

foto di Oliver Quinlan

Scopo, giocatori, ed obiettivi dei giocatori. Così c’eravamo lasciati nello scorso “appuntamento” riguardante le definizioni e il concetto di “gioco” (potete rileggere l’ultimo articolo qui). Proseguiamo ora analizzando altre componenti che sono fondamentali per arrivare ad una definizione universale di gioco, definizione che possa di fatto abbracciare in una sintesi tutti i discorsi che stiamo affrontando (anche se ciò non accadrà in questo articolo).

Oltre agli obiettivi dei giocatori occorre mettere in evidenza le loro strategie. Ciò che caratterizza gli esseri umani (ed in una certa misura diciamo tutti gli essere viventi della terra) è la loro capacità di adattarsi in un modo o nell’altro all’ambiente che li circonda, affrontando la realtà ognuno attraverso le proprie esperienze e la propria forma mentis. Va da se che in tal senso la diversità di ognuno di noi viene vista inevitabilmente come una vera risorsa, una vera ricchezza, perché solo da menti diverse possono svilupparsi strategie diverse. In altre parole, solo trovandoci davanti a persone diverse possiamo chiedere al nostro cervello di elaborare strategie differenti, perché ciò che funziona con una persona potrebbe non funzionare con un’altra. Inoltre, il nostro cervello – come visto anche in precedenza – apprende, e dunque pur giocando con le stesse persone siamo portati a provare sempre strategie diverse. Questo crea una specie di reazione a catena, che porta anche gli altri giocatori a dover modificare le proprie tattiche, in una sorta di loop mentale che non può non venir letto come piacevole e stimolante. Potremmo dire che sono proprio le strategie dei giocatori a rendere ogni partita diversa dalla partita precedente, pur giocando sempre allo stesso gioco. La ricchezza portata dalle menti altrui arricchisce di conseguenza anche la nostra, e sta a noi portare il tutto a nostro vantaggio, “sfruttando” proprio questa diversità che ci caratterizza. I giochi, inoltre, hanno dei segreti, spesso celati anche ai loro stessi autori. Non è infatti detto che un autore di un gioco sappia e abbia affrontato tutte le possibili strategie di un suo gioco, e la sfida inconscia che un giocatore si pone è anche quella di poter arrivare a centrare la strategia perfetta, quella che anche il suo autore non era ancora riuscito a svelare. Quindi è solo sperimentando che potremmo renderci conto se una mossa si rivelerà migliore di un’altra, al netto dell’imprevedibilità degli altri giocatori che abbiamo di fronte. Lo scontrarsi e l’intrecciarsi delle varie strategie potrebbe, paradossalmente, dare vita a infinite variabili per uno stesso gioco, facendoci ancora una volta notare l’importanza di avere un altro con il quale “misurarci” (ed i lettori più acuti si saranno resi conto perfettamente che non mi sto solamente riferendo al “gioco”).

Poi abbiamo le regole e le mosse del gioco. Senza mezzi termini possiamo affermare che senza regole non esiste il gioco, e che lo scopo del gioco è arrivare alla vittoria seguendo determinate regole. Le strategie dei giocatori hanno senso all’interno di un contesto di regole che costituiscono le fondamenta su cui si basa il gioco stesso. I giocatori, dunque, utilizzeranno la loro mente all’interno di un contesto dato dalle regole del gioco, tentando di adattarsi all’ambiente che li circonda (come appunto prima stavamo dicendo). Tuttavia dobbiamo riconoscere che esistono personaggi che tendono – forse per loro natura – a manipolare la realtà (dunque le regole) a proprio vantaggio, interpretando i regolamenti con logiche tutte loro. Non stiamo parlando di veri e propri “bari”, ma di persone che per natura giustificano certe loro mosse, anche se non da regolamento (mi vengono in mente tutte le varie interpretazioni soprattutto nei giochi con le miniature, dove non è chiaro ad esempio cosa si intenda per “linea di vista” di un modello ed altri dettagli simili). Finché si tratta di interpretare un regolamento non c’è niente di male ad affrontare una breve discussione, ma quando il gruppo si trova davanti ad un giocatore disonesto che pur conoscendo il regolamento decide di barare, tale “strategia” può portare a delle discussioni molto violente, tali da poter portare il gruppo stesso a decidere addirittura di allontanare o scacciare quell’elemento, o di non chiamarlo più per le sessioni future. Tornando a parlare più precisamente di regole, e generalizzando, dobbiamo riconoscere che un gioco deve essere playtestato a lungo prima della sua pubblicazione, tanto che il lavoro a cui è chiamato un autore di giochi è difficilmente apprendibile da chi non è un addetto ai lavori. Per alcune persone, infatti, essere autori di giochi significa lavorare, cioè vivere. Tuttavia non parleremo di come si diventa autori di giochi, né dell’iter necessario alla produzione di un gioco. A noi interessa l’effetto che i giochi producono sulle persone, e di conseguenza il prolungamento dell’idea dell’autore nella società nella quale è presentato il suo prodotto. Non scordiamoci, infatti, che il regolamento di un gioco è in un certo senso un figlio di chi lo produce, un prolungamento appunto di un pensiero, di un’idea, è uno spunto, esattamente come lo è scrivere un libro. E queste idee finiscono per influenzare anche i giocatori, a volte consciamente, altre volte inconsciamente. Sono poi i giocatori che scelgono cosa farci con queste regole, cioè se giocare oppure no, se adottarle oppure no. Alcune persone apportano modifiche a regole ufficiali perché ritengono che certe modifiche possano rendere il gioco più “giocabile” e magari più “bilanciato”. Personalmente non ho mai avuto la necessità di dover modificare alcun regolamento, anche perché mi sono sempre chiesto: siamo davvero sicuri che bastino una, due, tre o anche dieci partite per dire di aver sperimentato tutte le possibili combinazioni e strategie di gioco, al punto da arrivare a cambiare autonomamente parte del regolamento? Il discorso si prospetta molto lungo, ma possiamo riassumerlo con questa banale frase: non esiste il gioco perfetto, perché non esiste il regolamento perfetto (e questo perché non esiste un essere umano dalla mente perfetta, è ovvio). Ma anche se esistesse un gioco perfetto, e qui arriviamo ad un interessante paradosso, siamo proprio sicuri che quello stesso gioco sia ritenuto perfetto anche in una società diversa dalla quale è stato prodotto? E se noi riteniamo che un gioco al quale stiamo giocando abbia dei “bug”, degli errori, ha davvero senso modificarne il regolamento? Ciò che caratterizza il gioco è la sua non obbligatorietà: si legge un regolamento, o si prova un gioco. Se piace ci si fa un’altra partita, se invece non piace amici come prima.

Detto ciò, il nostro viaggio non è ancora però arrivato alla sua conclusione. Le fasi di un gioco, la scansione del tempo, il sistema di punteggio e l’attribuzione di una vincita sono elementi fondamentali per concludere un ragionamento che spero potrà dirsi in parte, anche solo in minima parte, compreso da tutti voi lettori.

Continua…

Matteo Roberti