Il tumore del tifo argentino: chi sono le barras bravas?

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Il fenomeno delle barras bravas e come tengono in pugno il calcio in Argentina.

Il 26 giugno 2011 il River Plate perde 2-0 contro il Belgrano il ritorno dello spareggio salvezza, risultato che considerando l’1-1 dell’andata condanna i Millonarios alla seconda divisione dopo centodieci anni di storia.

Al triplice fischio i tifosi scavalcano le balaustre e devastano il campo del Monumentàl mentre la polizia cerca di fermarli con lacrimogeni e proiettili di gomma. Il caos provocato dalla barra si estenderà dal campo fino alla sala stampa dello stadio coinvolgendo agenti, giocatori, staff, dirigenza del club e altri tifosi per un totale di settanta feriti e cento arresti.

Foto di Paulo Cesar Vicente Da Luz (CC License)

Le barras bravas sono gruppi di tifosi violenti paragonabili agli hooligans inglesi che tuttavia differiscono in molti aspetti per via dei contesti ambientali completamente diversi. Mentre gli hooligans infatti “si limitavano” alle risse da strada, nella concezione argentina del calcio il tifoso è parte integrante del club e dell’intero movimento calcistico.

Per questa ragione si crea una collusione tra i membri delle barras e politici corrotti. Questi ultimi fanno delle barras il proprio braccio armato per sedare le rivolte concedendo ai tifosi la totale impunità dentro, fuori ed intorno allo stadio. Aggiungendo il peso che il tifoso ha nel club e la collusione delle barras coi politici e funzionari pubblici, può succedere che i tifosi si avvalgano liberamente dei servizi dello stadio o che diventino le guardie del corpo dei giocatori. Le zone interne e vicine agli stadi invece diventano la “sede centrale” degli affari delle barras come racket dei parcheggi nel giorno delle partite, estorsione, vendita di cibo e bevande e spaccio di droga.

Le barras inoltre influiscono direttamente sul mercato dei club determinando i giocatori in entrata e trattenendo una percentuale dalle cessioni fino al trenta percento, come avvenuto ad esempio per la cessione di Gonzalo Higuain al Real Madrid, senza farsi problemi a ricorrere alle aggressioni in caso di pareri contrari.

I club sportivi sudamericani (a differenza di quelli del resto del mondo) sono associazioni senza scopo di lucro di cui i tifosi fanno parte, ragion per cui appartenere a una barra è allo stesso tempo uno stile di vita ed un vero e proprio lavoro. Secondo un articolo del New York Times (http://www.nytimes.com/2011/11/27/sports/soccer/in-argentina-violence-is-part-of-the-soccer-culture.html?mcubz=1)  il capo della “Doce”, la barra del Boca Juniors, arriva a guadagnare fino a settantamila dollari al mese.

Dalla nascita ad oggi

La stampa argentina inizia negli anni cinquanta ad indicare con il termine “barras” quei gruppi che, come siamo abituati a vedere nelle tifoserie organizzate europee, incitavano le squadre con cori, striscioni e fumogeni senza intenzioni illecite. I presidenti per garantirsi il tifo anche in trasferta e soprattutto la vittoria alle successive elezioni distribuivano biglietti, abbonamenti e viaggi gratuiti ricambiando il sostegno. Il primo decesso durante una manifestazione sportiva è avvenuto nel 1924 quando Pedro Demby morì ucciso da due colpi di pistola durante gli scontri tra tifosi dell’Argentina e dell’Uruguay. Da lì in avanti secondo le cifre di “Salvemos al fùtbol” – organizzazione no-profit che si batte per garantire una maggiore sicurezza negli stadi argentini – sono morte 322 persone di cui 50 dal 2013 al 2017 (http://salvemosalfutbol.org/lista-de-victimas-de-incidentes-de-violencia-en-el-futbol/).

La correlazione tra i disordini e le barras invece emerse solo nel 1958 dopo la morte di Alberto Linker avvenuta in seguito a degli scontri tra tifosi e polizia al termine di un Vèlez Sarsfield – River Plate. Il quotidiano La Razòn indicò per primo l’esistenza di gruppi violenti gerarchizzati battezzati “barras fuertes”. Nel 1967, in seguito al decesso del tifoso dell’Huracàn Hector Souto la stampa argentina ribattezzò le barras in “bravas”, letteralmente feroci.

Le barras si sono stabilite effettivamente nella società tra il golpe del ’76 e il ’78. L’Argentina ospitava il Mondiale e, preoccupata di dare un’immagine positiva al resto del mondo, la dittatura guidata da Jorge Videla strinse un accordo con le barras che avrebbero avuto soldi e biglietti gratis se non ci fossero stati incidenti durante la manifestazione. Lo stesso copione si ripeterà ai Mondiali ’82 fino al ’94. La violenza estrema non è l’unico problema delle barras, bensì il fatto che il loro sistema si è talmente istituzionalizzato da colludersi con l’AFA, la federazione calcistica argentina. Nel corso degli anni le barras sono state “tutelate” piuttosto che combattute dai vari dirigenti del calcio argentino e comunque da chi di dovere. E’ emblematico il caso dei Mondiali del 2010 in cui circa quindici tifosi con un mandato di arresto alle spalle erano nello stesso aereo della nazionale argentina e l’allora presidente dell’AFA Julio Grondona, presente su quell’aereo, definì la cosa “una semplice coincidenza”. Qualche mese dopo invece riprese le iniziative contro le barras asserendo che “ogni stadio necessitava di sistemi di riconoscimento biometrico”.

Combattere i gruppi comunque è molto complesso poiché non basta fermarsi al riconoscimento dei membri. I gruppi sono costituiti da poche centinaia di tifosi che dimostrano totale dedizione alla causa di fronte ai superiori; quello che tiene insieme il gruppo è il sentimento di appartenenza al “barrio”, il quartiere, che va difeso a ogni costo. I membri più in vista sono ben inseriti nella società e stimati dai più giovani che li vedono come idoli a cui strappare un autografo o una foto. Inoltre la corruzione dei politici e dei dirigenti del calcio ha fatto in modo che negli anni si stabilisse un perpetuo scambio di favori per cui niente è cambiato. L’atteggiamento di complicità e omertà ha reso molto più complicato affrontare la violenza in Argentina che in altri paesi europei. Nei tribunali non esiste una sezione apposita per i reati da stadio e ne consegue che i casi vengano trattati come semplici risse e che gli imputati vengano assolti con i club che pagano le cauzioni. Questa tendenza ha contribuito ad esasperare il clima di insofferenza e sfiducia nella giustizia argentina.

Nel 2016 la situazione sembrava essere leggermente migliorata grazie all’iniziativa Tribuna Segura voluta dal Ministro della Sicurezza Patricia Bullrich. Si tratta di uno strumento di prevenzione che obbliga i tifosi a mostrare la carta d’identità ai tornelli. Il documento viene poi scansionato dai poliziotti con un cellulare che verifica all’istante precedenti penali o condanne pendenti del tifoso.

Se la ricerca dà esito positivo, alla persona in questione viene impedito l’accesso allo stadio. Comunque la repressione da sola nel lungo termine potrebbe rivelarsi inefficace: servirebbe uno sforzo altrettanto ampio dal punto di vista economico e strutturale che garantisca la scissione tra barras e istituzioni. Il calcio argentino deve venire a patti con oltre sessant’anni di cultura curvaiola che ormai fa parte del folklore popolare per estirpare ogni violenza. Lo sforzo è più che notevole ma necessario per evitare che morire allo stadio diventi qualcosa di implicitamente accettato.

Fonti: