Immensamente Dennis: l’irriverenza, la forza e la follia di Dennis Rodman

Rimbalzi, aneddoti e alcolismo di uno dei migliori difensori dell’NBA

 

Il 50% della vita in NBA è sesso. Il restante 50% sono soldi“. Questa è solo una delle perle che Dennis Rodman ci ha regalato.

Gli aneddoti che contraddistinguono la vita e la carriera di “The Worm” sono stati raccontati innumerevoli volte nel corso degli anni e hanno portato gli appassionati di basket ad apprezzarlo come individuo e come giocatore.

Sono molto pochi gli sportivi che vedono la propria vita professionale scavalcata da quella privata e di questa particolare elitè il capostipite conclamato è George Best.

Immagine di OPEN Sports (CC License)

In questi casi del mondo dello sport, diventa facile finire ad idolatrare o strumentalizzare un personaggio oltre le dinamiche dello sport professionistico, sconfinando nella vita privata del protagonista. Eppure stiamo parlando di un giocatore che ha rivoluzionato alcuni concetti del gioco solo grazie alla propria interpretazione del gioco stesso. E’ probabile che l’irriverenza che lo ha sempre distinto dentro e fuori dal campo derivi dal non aver mai dimenticato le sue umili origini e la complicata gioventù vissuta. Senza un padre e in profonde difficoltà economiche, il nostro fin da giovanissimo ha affrontato il razzismo, il furto e la prigione che lo hanno colpito al punto da ritrovarsi a vivere da vagabondo.

Immagine di Portal Bogotá (CC License)

Dopo uno sconclusionato e breve primo passo nel college basket un giovane e nullatenente Dennis si convince a giocare  per la Southeastern Oklahoma State University. Nell’età adolescenziale non aveva una statura da giocatore di basket, salvo crescere di ventitrè centimetri in due anni raggiungendo l’altezza di 1,98. Forse neanche lo stesso Rodman sperava di trovare nel basket una così importante valvola di sfogo per tutta la rabbia accumulata in quegli anni oltre che l’unica possibilità di rivalsa che gli era capitata tra le mani. Neanche a dirlo è attingendo a tutta la rabbia accumulata lungo le strade di Dallas che inizierà una carriera professionistica che diventerà lo specchio del vero Dennis e della vita che ha condotto fino a quel momento: si fa apprezzare per il suo atteggiamento in difesa, dimostrando una grande visione di gioco e saltando a rimbalzo come se ne dipendesse la sua vita. Le prestazioni offerte gli valgono la chiamata dei Detroit Pistons nel Draft dell’86, annata in cui farà il suo esordio con un inserimento graduale partendo dalla panchina senza farsi troppi problemi a protestare ogni secondo in cui non viene mandato in campo da coach Chuck Daly. La svolta della sua carriera arriva nella stagione successiva quando sostituisce l’infortunato Dentley. L’apporto in squadra di Rodman sarà devastante e diventerà un pilastro dei ‘Bad Boys‘ – soprannome di quei Pistons per il loro gioco duro – titolati nell’89 e nel ’90. E’ dopo il secondo titolo con i Pistons che la vita di Rodman comincia a sgretolarsi.

Dennis si deve confrontare anche con il fallimento del suo primo matrimonio, durato appena 82 giorni. Si è sposato per il bene della figlia Alexis, nata nel 1988, ma i rapporti tra lui e l’ex signora Rodman, Annie, si sono increspati fin da subito: “Lei tentava di arrampicarsi sui vetri, io li ho rotti”, scrive Rodman nella sua autobiografia “Bad as I wanna be”.

Da qui inizierà una parabola discendente che nel ’93 lo condurrà a tentare il suicidio puntandosi un fucile in bocca seduto nella sua macchina nel parcheggio del palazzetto dei Pistons. “Dal di fuori avevo tutto ciò che avrei potuto volere. Dentro di me non avevo altro che un’anima vuota e un FUCILE IN GREMBO”, confessa il nostro nelle pagine del suo ritratto. “Ho avuto un’infanzia violenta, poca istruzione, problemi con la legge, un periodo senza casa. Poi il successo, una grande casa, una Ferrari, un nome conosciuto. Ero un’enorme storia di successo, uno special televisivo in carne ed ossa. Ma io mi sentivo come se la mia vita fosse stata smontata insieme a lei. Non potevo continuare ad essere la persona che ognuno voleva che fossi. Non potevo essere quello che la società intende per atleta. Non potevo essere il buon soldato, il felice compagno di squadra e una brava persona fuori dal campo. Ci ho provato e non ce l’ho fatta. Ho provato il matrimonio per il bene di mia figlia e mi è scoppiato in faccia. Ho provato ad essere leale con i miei compagni e ho visto disintegrarsi tutto quando la dirigenza iniziò a dividere la squadra. Ho provato a fare tutte queste cose, le cose giuste, e in cambio non ho ricevuto altro che sofferenza. Ero solo, fratelli. Completamente solo. Mi sentivo bloccato, paralizzato. Come si fa a trattare tutte le stronzate che ti stanno attorno? Non ti insegnano quella parte.

Da quel momento, per Dennis Rodman è valso tutto. Ogni cosa poteva essere portata all’estremo, ogni singola partita sarebbe stata giocata fino all’ultimo decimo di secondo. In una notte d’Aprile, Rodman ha ritrovato se stesso semplicemente confrontandosi con il sapore amaro della sconfitta, senza biasimarsi. Il nostro inizia una nuova parentesi a San Antonio dove non si sentirà mai a proprio agio a causa dei rapporti con il resto della squadra incluso coach Greg Popovich e di una relazione abbastanza ingombrante che finì su tutti i rotocalchi ma che è meglio non sottolineare per non commettere l’errore di confondere quali siano le cose da apprezzare di Dennis Rodman e in generale di simili personalità dello sport. Cose da tabloid gossippari, appunto.

Restando invece nei parametri di competenza secondo The Worm “Quei ragazzi non riuscirono mai a giocare come se si fosse trattato di vita o di morte. Non capirono che non ci si può avvicinare ai playoff nel modo in cui ci si accosta alla regular season. La temperatura si alza nei playoff e devi accendere il fuoco dentro di te per poter competere”. Se nello spogliatoio non si respirava una certa aria, la colpa – secondo Rodman – era di un solo giocatore: David Robinson. Stando alle teorie “vermiste”, Robinson non aveva il carattere per essere un leader dello spogliatoio, anche se era pagato e considerato tale. Si tirava indietro quando il pallone scottava e soprattutto non riusciva a contenere  Hakeem Olajuwon, chiedendo sempre un aiuto in difesa. Quell’aiuto era Rodman. Il rapporto tra franchigia e giocatore si trascinò per un altro anno, prima di esplodere dopo un’altra sconfitta ai playoff, questa volta in finale di conference contro i Rockets di Olajuwon. Rodman era pronto per andarsene e venne mandato a Chicago in cambio di Will Perdue. Uno che, a detta dello stesso Dennis, non sa giocare a pallacanestro.

A Chicago Rodman riuscirà ad inserirsi in un contesto in cui trova in coach Phil Jacksonuno dei pochi coach che mi ha trattato da uomo e per questo lo ringrazio“. Il resto è leggenda. Negli anni post-Bulls e post-carriera professionistica il nostro ha molto probabilmente collezionato più presenze nei centri di recupero per alcolisti che sul parquet. Spesso si è lasciato sfuggire dichiarazioni contraddittorie a riguardo tra le varie sedute qua e là, svariando tra “Non ho bisogno di bere, frequento i centri solo per darmi una regolata” fino a “Bevo perché sono annoiato”. Da “Non sono un alcolista. Un alcolista beve sette giorni su sette, io no.” a “Se riuscissi a fare i dodici passi della terapia sarebbe meglio.

Recentemente The Worm ha intrapreso un nuovo percorso riabilitativo “con un tasso alcolico mai visto prima” a detta del suo agente ed ha da poco conseguito il risultato di trenta giorni consecutivi da sobrio. Dennis Rodman è forse l’unico caso dello sport in cui le controversie che lo hanno contraddistinto fuori dal campo vanno ad implementare invece che danneggiare la carriera sportiva. Del resto non

Foto di 禁书 网 (CC License)

abbondano personalità che partecipano alla presentazione della propria autobiografia vestiti da sposa dichiarando di voler sposare se stesso o amici stretti di Kim Yong-Un tra una seduta e l’altra nei centri di recupero per alcolisti. E’ proprio per il suo essere così maledettamente caotico che ancora oggi molti appassionati di sport non possono che sentirsi vicini e provare simpatia per una delle più emblematiche personalità dell’NBA. E proprio per questo uno dei più forti di sempre.