Romics 23esima edizione: uno sguardo alla mission e ad alcune critiche

foto di Supermiagolator

Anche se parliamo di molti anni fa, mi ricordo come se fosse ieri una frase che mi disse la mia prof. di latino. Ero in quarto ginnasio e, come ogni povero 13enne, avevo le convinzioni che poteva avere un adolescente, convinzioni facilmente smontabili ma comunque presenti nella mia testa. Un bel giorno le mie convinzioni erano tali al punto da farmene spararne una così grossa che la prof. non riuscì più a trattenersi e mi disse: stultum est dicere putabam (letteralmente “è stolto dire io calcolavo”, ma possiamo tradurlo con “è da stupidi dire io credevo, io pensavo…”). Da quel momento, per quanto mi è stato possibile, ho cercato di mettere da parte i miei pensieri arroganti per dedicarmi per lo meno alla conoscenza degli argomenti che credevo già di conoscere e che in qualche modo mi riguardavano. È ovvio che non è possibile avere una conoscenza universale, ci saranno sempre argomenti che – per autodifesa – non avranno mai una vera controprova nella nostra esperienza. Però, almeno per ciò che ci riguarda più da vicino, sarebbe saggio informarsi il più possibile.

Sono stato costretto a scrivere questa banale premessa perché, dopo l’ultimo Romics appena svolto, ho assistito (di nuovo!) a scambi in rete di personaggi che ancora la criticano, ad esponenti del fumetto e del gioco italiano che la snobbano “per partito preso”, attaccando di fatto gli organizzatori che ormai sembrano essersi fatti una pessima fama per lo meno tra gli addetti ai lavori. Io non so cosa si aspettano le persone che vanno al Romics, ma tentiamo di traslare il tutto pensando a casa nostra. Cosa succederebbe se qualcuno venisse ad una festa a casa vostra, mettesse una quota per cibi e bevande e poi tornasse a casa criticando la serata? Probabilmente gli rispondereste “ok, la prossima volta allora non venire”. La delusione, con ogni probabilità, sarà stata figlia di aspettative appunto deluse. Il Romics, per molti, è questo, è un’aspettativa delusa. Il problema è che le aspettative non hanno alcun diritto di corrispondere esattamente alla realtà e, cosa ancor più grave, “pensare” di trovare qualcosa (che magari non è scritto da nessuna parte) è segno di grossa presunzione.

Se qualcuno leggesse ogni tanto il libretto esplicativo del Romics, o i loro comunicati stampa, oppure qualche articolo su qualche giornale, si renderebbe conto di ciò che questa manifestazione offre: non c’è scritto da nessuna parte che è una manifestazione per venditori, non c’è scritto da nessuna parte che si garantiranno tot ingressi, non c’è scritto da nessuna parte che se ne andranno tutti felici, contenti, e con la pancia piena. E non c’è scritto da nessuna parte che Romics è una fiera del fumetto o del gioco. Romics non offre questo. Romics è altro. Sono stati invece i tre Romics d’oro (Tsukasa Hojo, Martin Freeman e Massimo Rotundo) ad aver rappresentato il fulcro di questa edizione, ad aver dato vita a quelle certezze perché annunciati. Se non fossero venuti allora si che sarebbe stata una grossa delusione per i fan. Ma che qualcuno rimanga deluso per qualcosa che non era stato annunciato, o perché “ai miei tempi era diverso” finisce per scadere nel ridicolo. E mi fa anche un po’ specie che alcuni espositori non abbiano ancora capito qual è la mission del Romics, più e più volte dichiarata dal loro direttore artistico: una mission che vuole dare voce alla creatività sotto qualsiasi forma di arte. Romics, come già scritto (vedi qui) è definito come un crossover di idee, contenuti e persone, nel quale convivono tutte le forme d’arte possibili, dal fumetto al cinema, dalla narrativa alla musica, dal gioco da tavolo al videogioco, dai cosplay agli youtuber, e così via, ma nessuna è così sviluppata come qualcuno (non so perché) si aspetterebbe. Romics è di fatto “un carnevale”, e lo è da anni e anni, è un posto dove si gira, si vedono un po’ di colori e si mangia. Siamo lontani dalla “fiera dei fumetti” vecchio stile, quella che eravamo abituati a conoscere. Ora come ora le cose sono cambiate, è cambiato il pubblico, sono cambiati gli interessi, è cambiato lo stile. Ed è questa la formula della fiera romana, che può piacere o non piacere. Il “problema” sta nei numeri. Dall’ultimo comunicato stampa è uscito fuori che questa ventitreesima edizione (svolta dal 5 all’8 aprile scorsi) ha visto strappati più di 200mila biglietti. Che vogliamo fare? Ci crediamo? Io direi di crederci, non possiamo far altro che fidarci di ciò che ci dicono gli organizzatori, come vogliamo che gli altri si fidino di ciò che diciamo noi. E se Romics continua a fare davvero 200mila spettatori chi ha ragione? So che la risposta la sapete.

Oltre cento appuntamenti in quattro giorni, decine, decine e decine di ospiti hanno girato per i padiglioni. Solo Lucca fa qualcosa di più grande (a livello di appuntamenti) in Italia. Eppure c’è una specie di “antipatia” che aleggia tra gli organizzatori ed alcuni esponenti dell’arte italiana (del fumetto e del gioco da tavolo in particolare): molti editori non si vengono più (e questo potrebbe andare a vantaggio del piccolo commerciante), e se non c’è l’editore allora siamo automaticamente portati a pensare al Romics come a qualcosa di “provinciale”, tipo fiera di paese. Almeno è questa un po’ la critica comune. Non vi sto dicendo di amare il Romics per forza, e non sto facendo il “butta dentro” per la prossima edizione autunnale. Sto solo cercando di aprire gli occhi un po’ a tutti, di far capire che bisogna informarsi prima di andare a fiere di questo genere. È fondamentale rendersi conto che si sta di fronte a qualcosa di diverso, che si colloca lontano dalla solita “nicchia” (potrei dire “lontano dalla qualità” ma poi rischierei di essere lapidato dal commerciante di turno, che invece la qualità me la propone), nicchia e opportunità che possono invece offrire altre fiere. Ma il Romics è stato pensato diversamente, ed è così che deve essere, soprattutto fino a quando continuerà a fare numeri così impressionanti.

Torniamo per un attimo alla similitudine della festa: organizzate questa festa alla quale giungono più di 100 persone. Di queste 100 persone, 5 si lamentano per non aver trovato il caviale in frigo. Voi, il prossimo anno, cambiereste formula per quelle 5 persone? Cioè, comprereste il caviale? Il bivio si crea in questa risposta: alcune fiere, ancora piccole, hanno tutto l’interesse a dare voce a tutti, a soddisfare anche quelle 5 persone rimaste deluse (e dunque a comprare il caviale), ma altre fiere, evidentemente già soddisfatte dai numeri, non hanno questa esigenza. Forse, Romics non ha questa esigenza. Sono il primo a dire che è un peccato, che vorrei vedere di nuovo uno stand Bonelli tra quello della Panini e quello della J-Pop, che vorrei girare per il padiglione dei giochi da tavolo e vedere qualche editore, la Asmodee, la Red Glove, o la Giochi Uniti, presenti fino a qualche anno fa, ed ora scappati per una gestione non proprio impeccabile. E invece no. O mi prendo ciò che mi viene offerto, oppure me ne faccio una ragione e me ne sto a casa. Ma le mie lamentele rimarranno sterili fino a quando gli ingressi saranno così alti, perché nessuno di noi cambierebbe mai una squadra che vince in questo modo. Ormai sono anni che vado a Romics in modo “disincantato”, davvero più per divertimento che per “cultura” (seppur le mostre – snobbate dato che gli addetti ai lavori non ci vengono quasi più – sono sempre una gioia per gli occhi), ma ho capito che questo divertimento mi appaga, e che se voglio qualcosa di diverso so che esistono fiere diverse alle quali è possibile partecipare. Ma soprattutto so di essere di Roma, ossia di una città che non aspetta Romics per vedere i fumetti (come invece accade al nord con Lucca). Se voglio un fumetto scendo e lo compro. Non mi serve il Romics. Stessa cosa dicasi per videogiochi o addirittura per mostre del fumetto. Per ovviare a questo “problema” esistono in realtà delle iniziative (cioè vendite) che vengono proprio presentate in fiera, come ad esempio la action figure di Hitomi di Occhi di Gatto, in 100 pezzi numerati e firmati dall’autore Hojo. Questo poteva essere un motivo per andarci (e i fan ci sono andati anche per questo).

In ultimo le pretese. Ho sentito gente che si lamenta per il costo del biglietto: 12 euro il week end, 10 per giovedì e venerdì, ai quali però si devono aggiungere i costi per arrivare alla Nuova Fiera di Roma (quindi 2 euro per il treno, o altrettanti per la benzina dell’auto). Davanti ad un prezzo simile ho sentito gente “pretendere”, pretendere servizi igienici ottimali, pretendere ospiti di un certo spessore (come se già non ci fossero) e via discorrendo. Ricordo che il biglietto di Lucca Comics costa più di 20 euro, ai quali si aggiungono decine e decine di euro per il viaggio (oltre che per un potenziale pernottamento), ed in quella occasione i bagni sono chimici. Però Lucca è Lucca, quindi può farlo! Ma se volessimo rimanere a Roma possiamo ricordare che il biglietto dell’Arf, lo scorso anno, costava 10 euro, e parliamo di una fiera dalle grosse potenzialità, una fiera che può solo migliorare, ma dalla grandezza sostanzialmente di mezzo padiglione di Romics (che di fatto ne aveva “occupati” 5 interi). Insomma, in mezz’ora l’Arf te la giri. Puoi trovare tutta la qualità che cerchi, ma in uno spazio molto ridotto. Una giornata al Play di Modena invece costa 15 euro, ma almeno qui raggiungiamo per lo meno la grandezza di un padiglione e mezzo di Romics, anche se i servizi igienici lasciano un po’ a desiderare. Senza contare che dobbiamo giungere fino a Modena. La fiera, comunque, è bellissima.

Insomma, alla fine ognuno guarda ai propri interessi, ma spesso critica così, per partito preso, per fare eco ad altre critiche, e non lo fa con coscienza. Le critiche sono sempre ben accette, a patto che siano costruttive, cioè mai più dettate da quel putabam, da quel “credevo” o “pensavo”, rovina spesso delle stesse relazioni umane.

Matteo Roberti