Play 2018, un breve resoconto e una domanda finale: il Play è una fiera per gli acquisti?

È sempre un piacere poter parlare del Play di Modena. Quest’anno, lo ricordiamo, il Play spegneva le sue prime 10 candeline e, per questo evento, è stata allestita per la prima volta una tre giorni ludica (a differenza dei soliti due giorni) comprensiva anche del venerdì pomeriggio (Play si è svolta dal 6 all’8 aprile scorsi). La prima curiosità che tutto il pubblico di Play si chiede è sapere il prima possibile se anche il prossimo anno i giorni utili saranno tre, perché se così fosse la manifestazione comincerebbe ad occupare davvero un posto importante, accanto alle grandi fiere nazionali. Diciamo subito che in realtà il Play è già considerata dai suoi “utenti” la fiera del gioco da tavolo per eccellenza, quella più importante d’Italia, ma non possiamo scordarci che ciò che fa di una fiera una grande fiera sono i numeri (più che le proposte), e il Play continua a strappare sempre più biglietti: quest’anno siamo arrivati a 40mila presenze, a fronte dei 35mila dello scorso anno (che il giorno in più abbia aiutato anche in questo senso?). Numeri lontani da quelli di un Lucca Comics o di un Romics, ma comunque importanti considerato che raccoglie esclusivamente giocatori da tavolo.

Possiamo dunque affermare con certezza che esiste un’Italia che ha voglia di giocare, che ha voglia di passare delle ore in modo spensierato, che ha voglia di conoscere gente nuova a sfidarla a colpi di carte, di dadi o di cubetti! Questa è senz’altro un’Italia sana, anche perché siamo molto distanti dall’azzardo e da ogni tipo di iniziativa che possa portare ad una qualche “ludopatia”. Andrea Ligabue, direttore artistico del Festival del Gioco, si ritiene soddisfatto e ha dichiarato: “lo sforzo che abbiamo fatto per allargare il pubblico a cui si rivolge Play è stato premiato e anche l’impegno a diffondere la cultura del gioco come momento di crescita educativo trova sempre più riscontri positivi”. Non scordiamoci, infatti, che quest’anno sono state allestite due nuove aree che hanno avuto un riscontro più che positivo: stiamo parlando del Play Trade, spazio dedicato agli operatori del settore, con dibattiti sul tema del gioco, e il Play Kids, area destinata alle famiglie con bambini piccoli, il cui scopo era proprio quello di avvicinare i giovanissimi al gioco e alla cultura dello stesso.

Tuttavia, lo zoccolo duro del Play è rappresentato sicuramente da tutta una grossa fascia di giocatori che hanno come unico scopo quello di provare giochi nuovi e possibilmente acquistarli. Prima di entrare nel merito e raccontarvi un po’ le impressioni dei giocatori mi sento di dover accennare per lo meno ai giochi che ho provato durante  la manifestazione. Non posso elencarli tutti e neppure entrare nel merito di ognuno, per cui mi limiterò a tre soli titoli, due dei quali novità. Partiamo da queste ultime. Per primo il gioco di miniature di Star Wars. Quando un marchio, un brand, ha successo, si sente quasi la necessità di “spolparlo” in ogni sua forma, e le forme del gioco sono molte: esiste, in modo generale, il gioco da tavolo (o boardgame), quello di ruolo, il videogioco, e il gioco di miniature (o wargame). Di Star Wars mancava proprio un wargame “commerciale”. I pezzi, le miniature, sono bellissime, ma mi sento di dire anche che il gioco ricorda un po’ wargame già visti. Ad ogni modo mi sembra si sia puntato sulla semplicità, oppure sono stati i dimostratori a renderlo semplice. In finale posso dire che è stato gradevole, veloce (evidentemente sono stati i dimostratori a scegliere di svolgere una “demo”) e l’atmosfera sembra pienamente riprodotta nel gioco. I fan della serie non saranno delusi, quelli dei wargame in generale invece potrebbero storcere il naso. La seconda novità provata è stata il gioco di Tex Willer, in cui due o più giocatori (sempre però a squadre) si affrontano in una “gara” di velocità: ognuno lancia i proprio dadi e li rilancia ancora e ancora fino a che non è soddisfatto del lancio. Tuttavia questi lanci avvengono in contemporanea tra tutti i giocatori, ed il primo che si ritiene soddisfatto lo dichiara costringendo gli altri a tenere l’ultimo lancio all’attivo. I dadi (a sei facce) riportano dei simboli sui vari lati, simboli che servono per giocare le carte che si hanno in mano. Per cui è fondamentale tenere a mente i simboli che ci occorrono prima di lanciare i dadi. In ultimo cito il gioco di carte di Arkham Horror, un cooperativo (per 2 o 4 persone) in cui i giocatori sono immersi nel mondo di Lovecraft e sono chiamati a svolgere delle missioni quasi “usa e getta”. Una volta completato lo scenario, infatti, difficilmente lo si rigiocherà, a meno che non si vogliano provare strade diverse pur conoscendo ormai il finale. Ho citato quest’ultimo titolo, seppur non rappresenti una novità, perché lo consiglio sia agli amanti del genere lovecraftiano, sia agli amanti dei giochi di carte in generale, visto che il mazzo che si ha a disposizione è personale per ogni giocatore (e durante la campagna viene anche integrato con “acquisti” mirati e personali).

In ultimo devo rivolgermi ad alcune critiche che anche quest’anno sono state rivolte alla fiera dal mondo dei social. Le due critiche più sentite sono state quelle rivolte all’attesa ai tavoli, e alla quasi assenza di sconti per quanto riguarda le novità. Si notava che presso alcuni stand (per lo più di editori) l’attesa prima di effettuare una partita poteva arrivare anche all’ora effettiva. Un’ora in piedi ad aspettare il proprio turno, troppo per la pazienza di un giocatore. C’è da dire che non sempre è stato così, ma in qualche caso effettivamente è stato proprio così. Il consiglio è sempre quello di chiedere quanto manca alla fine di una partita, ed aggiungere almeno altri 20 minuti! Poi si traggono le somme. Va da se che il Play dovrebbe portare a far provare quanti più giochi possibile in versione “demo”, senza superare possibilmente i 45 minuti per ogni gioco, sia per rispetto di chi è in coda, sia anche per rispetto dei giocatori stessi che stanno giocando, che non si accorgono del tempo che passa e che, come per tutti gli altri, hanno voglia di provare più giochi possibili durante la giornata. Creare una versione “demo” di un gioco potrebbe non essere semplice, ma un addetto ai lavori avrebbe una scusa per testare la propria creatività e presentare al pubblico un gioco leggermente “modificato” dal suo “genio”. Di contro mi è capitato (non quest’anno ma durante un anno passato) di aver avuto al tavolo una persona che dopo il primo turno si è alzata e se è andata dichiarando di “aver capito com’è il gioco”. Un comportamento che ho sempre ritenuto particolarmente odioso.

Infine, ma non ultimo, gli acquisti. Sconti bassi per le novità, ma sconti spesso anche molto alti per le non novità. Dopo la Giochi Uniti, precursore degli outlet, sono infatti spuntati come funghi molti altri outlet di altre case editrici/distributori (Dal Tenda, Asmodee, Raven ecc.) presi d’assalto per tutto il tempo, e che però non hanno avuto pietà verso ultime uscite (quasi tutte a prezzo pieno). La domanda che comunque mi pongo è la seguente: Play è una fiera per gli acquisti? Lo chiedo perché solitamente gli organizzatori presentano sempre il Play come una grande ludoteca, e soprattutto come un’occasione, anche per i più piccoli, di avvicinarsi al gioco. Non si parla quasi mai di acquisti. E allora, il Play è una fiera per gli acquisti? Non è semplice rispondere a questa domanda perché si è spesso combattuti inconsciamente dall’idea di voler finanziare il gioco da tavolo in generale (e quindi pagare un gioco quanto meriterebbe) e l’idea di volerlo acquistare invece a prezzo scontato (non fosse altro perché comunque si è pagato un biglietto di ingresso e la benzina per arrivare fino a la). Lascio dunque al lettore l’onere di trovare una risposta, perché probabilmente ognuno ha la sua, e mi sento di dire che forse nessuno ha davvero ragione, e che allo stesso tempo tutti hanno davvero ragione.

Matteo Roberti