Mario Mieli, una follia sovversiva e attuale.

L’8 Novembre 2017, la libreria Antigone di Milano (www.libreriantigone.com), nata due anni fa e che promuove le culture lgbt*, queer e transfemministe a Milano -e non solo-, ha organizzato l’anteprima nazionale di un testo che un gran numero di attivisti/e e militanti della comunità lgbit*qa+1, aspettavano poter (ri)avere tra le mani. La casa editrice Feltrinelli ha concesso la possibilità di presentare e vendere, con un giorno di anticipo rispetto alla data di uscita ufficiale, il testo più celebre di Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale 

Ma chi era Mario Mieli? 

Nato nel 1952 da una benestante famiglia ebrea, Mario Mieli, penultimo di sette figli e figlie, particolarmente legato alla sorella Paola, tra i fondatori nel 1971 del FUORI!2 a Torino, fu sicuramente tra le figure più importanti e celebri dell’allora neonato movimento di liberazione omosessuale. 

Spesso ricordato come un teorico queer ante litteram, viene ricordato per alcuni tratti fuori norma della sua vita, per il legame con la sinistra marxista rivoluzionaria (quando infatti nel 1974 il FUORI! si federò con il Partito Radicale Mario Mieli lo abbandonò e fondò i COM3), e sicuramente per la sua tesi di laurea successivamente pubblicata con Einaudi, il già citato Elementi di critica omosessuale.
La figura di Mieli, spesso ricordata negli ambienti dell’associazionismo lgbt e dell’attivismo queer, è oggetto di particolare ricordo quest’anno per due motivi. Il trentacinquesimo anniversario dal suo suicidio, avvenuto il 12 marzo 1983 e per la ristampa del suo celebre testo.
Non si può parlare di Mieli senza parlare sul suo celebre libro, e non si può parlare del libro senza contestualizzare Mieli e gli anni della scrittura. Quando il libro fu pubblicato Mario aveva 25/26 anni, era entrato in contatto con il movimento omosessuale anglosassone e soprattutto era, lui come molti, particolarmente attratto e influenzato dal pensiero marxista e da quello freudiano. In particolare è necessario specificare l’interpretazione freudiana di Mieli fu quella declinata e strutturata da Marcuse, così come quella marxiana era frutto di interpretazioni gramsciane e soprattutto antistaliniste. Questo significa che il suo pensiero di liberazione fosse caratterizzato dalla complessità, dalle relazioni cioè tra le strutture economiche, culturali, familiste, politiche e psicoanalitiche tra la società e tra i soggetti.  

Troppi e troppe hanno elogiato Mario Mieli, innalzandone la figura quasi a divinità fondatrice, cadendo in un errore che troppo spesso abbiamo conosciuto. Lorenzo Bernini a tal proposito scrive: Vorrei però invitarvi a pensare anche a un altro santo, a San Francesco. La Chiesa lo canonizzò nel 1228, soltanto due anni dopo la morte, nel tentativo di neutralizzarne la forza rivoluzionaria. Facendolo santo, lo rese un modello irraggiungibile: la gente comune non avrebbe dovuto imitarlo, ma avrebbe dovuto adorarlo –e continuare a seguire i dettami della Chiesa. Questo non deve accadere con Mieli: a trentaquattro anni dalla morte, non dobbiamo farne il santo protettore dei movimenti gay, né un marchio che certifichi, contro i movimenti gay, la radicalità dei movimenti queer: «io sono più mieliana di te che sei foucaultiana o butleriana! E sono anche più mieliana di quell’altra che dà di Mieli un’interpretazione meno radicale della mia!». Non dobbiamo adorare Mieli, né identificarci con lui. Occorre invece saper riconoscere in Mieli uno di noi, una di noi, senza farne un oggetto di culto.” 4 

“La Maria”, così veniva chiamata dalle sue compagne di collettivo, fu una persona colta, intelligente, ideologica (nel senso migliore del termine) e soprattutto fu una gran lottatrice. Girava in tacchi per le vie della città, provocava le forze dell’ordine così come i compagni della sinistra rivoluzionaria con la stessa sfacciataggine e senza timore, mostrò pubblicamente quanto teorizzava la liberazione e la messa in discussione delle norme di genere, sessuali e del costume. Quanto fosse stato in grado di descrivere il mondo e le dinamiche di oppressione, non tocca certo a noi giudicarlo in questa sede, ma  

Quello che è interessante da ricordare è di come, ancora, egli fu spesso tacciato come folle perché il suo essere non fu rilegato alle quattro mura, ma al contrario, in pubblico. Mario Mieli lo ricordiamo per quello che fu, perché fu in pubblico. La storia dei soggetti lgbt* spesso è stata segnata da questo marchio. L’essere gay, lesbica, strega, travestito era ritenuto un pericolo quando era pubblico. Mario Mieli fu folle perché indossava i suoi tacchi e i suoi boa di piume di struzzo in metropolitana, in strada, nelle piazze; fu folle perché sfidò, lui come tani altri e altre, lo sguardo della gente, sfidò le norme performative pubbliche, sfidò le leggi non dette ma rispettate.

In Elementi di critica omosessuale c’è ampio spazio dedicato alla sua teorizzazione dell’agire dell’educastrazione, al polimorfo perverso, e più in generale sulla storia della repressione del desiderio, non solo omoerotico, ma il filo conduttore dell’intero testo è sicuramente l’analisi accurata, anche se parziale certamente, delle norme sessuali della cultura e della storia maschile, patriarcale ed eterosessuale. La divisione e la gerarchia dei ruoli sessuali e di genere, e la sessualità castrata, eterosessuale e penetrativa vengono quindi messi in relazione con il funzionamento più generale delle società passate e contemporanee, e di tale cultura Mieli ne approfondisce gli aspetti tanto da puntare il dito contro anche la storia della sinistra rivoluzionaria, così troppo machista e omofoba. La tensione è costante nel testo, perché si sente continuamente quella voglia di dialettica tra marxismo e psicologia, tra l’io e il noi, tra la storia passata e il risultato attuale, tra la liberazione del desiderio e il terrore anale.  

Nel testo si risente la forza e l’energia di quella generazione di omosessuali che, come le donne, avevano scoperto e pratico i gruppi di autocoscienza, pratica che per la prima volta creò luoghi e spazi di condivisione, di incontro, di analisi su stessi/e, e costruì quegli strumenti teorici e pratici utili non solo alla presa di parola pubblica da parte dei soggetti, ma soprattutto necessari per individuare in altri e altre compagni/e comuni per la lotta. L’intersezionalità, già presente nei gruppi afroamericani femministi degli anni 60 e non solo, è presente nel testo di Mieli, sotto forma di alleanza necessaria di quei soggetti diversi ma schiacciati e violentati dallo stesso sistema. 

Questa è l’attualità del testo di Mieli, la cui necessità più profonda è visibile agli  occhi ogni istante della vita: “Nelle donne soggette al “potere” maschile, nei proletari soggetti allo sfruttamento capitalistico, nella soggezione degli omosessuali alla Norma e in quella dei neri al razzismo dei bianchi, si riconoscono i soggetti storici concreti in grado di ribaltare i piani odierni della dialettica sociale, sessuale, razziale, per il conseguimento del “regno della libertà”5 

Mauro Muscio 

Marta Cotta Ramosino