Quando la cura della psicopatologia è questione di genere

In una recente ricerca del 2016 svolta all‘Università Bloomington dell’Indiana, e comparsa sul “Journal of Counseling Psychology” dell’APA, emerge che c’è una stretta correlazione tra maschilismo e psicopatologia: chi ha comportamenti sessisti è più incline a soffrire di disturbi psicologici e meno propenso a cercare un aiuto in tal senso. Questi ricercatori hanno deciso di indagare le ripercussioni sulla salute mentale di atteggiamenti sessisti e l’hanno fatto attraverso il metodo della meta analisi (analisi di dati provenienti da ricerche antecedenti). Lo strumento utilizzato in tale ricerca è una scala che misura la conformità alle norme maschili degli individui: il CMNI (Conformity to Masculine Norms Inventory).  

Un’associazione molto forte con la salute mentale negativa è stata riscontrata in chi ha aderito alle norme di autosufficienza, promiscuità sessuale ed esercizio del potere sulle donne. Chi le aveva adottate era apparso anche più restio a rivolgersi ad un professionista per un supporto psicologico. Le conclusioni del gruppo di ricercatori furono che il sessismo, oltre ad essere un’ingiustizia sociale, compromette anche la salute mentale di chi aderisce a questa tendenza. Emerge che l’obiettivo di chi si occupa di salute mentale, dev’essere anche quello di sviluppare strategie adeguate ad “agganciare” i maschilisti che sono più refrattari a farsi aiutare qualora sviluppino un disagio psicologico.  

Ma cosa succede quando notiamo che anche negli ambienti di cura il maschilismo regna sovrano? Lacan definisce la donna “un sintomo dell’uomo”, da tale affermazione si può sottolineare quanto la psicanalisi sia profondamente legata ad una cultura patriarcale, anche perché i fondatori di tale teoria sono tutti uomini che parlano quindi dal loro punto di vista. Il soggetto teorizzato dalla psicanalisi è maschile come il desiderio analizzato e teorizzato da questa disciplina, il problema sorge quando è fatto passare per universale.  

Freud diagnosticò un’inferiorità femminile data dall’invidia del pene: ai suoi occhi era evidente che il corpo della donna fosse carente. Parlava del complesso di castrazione che negli uomini si manifesta nell’incapacità di accettare l’autorità degli altri uomini e nelle donne nell’incapacità di liberarsi dell’ostilità nei confronti degli uomini. Le conseguenze di questa teoria sono molto pesanti perché la donna appare alla continua ricerca di risarcimento per compensare la sua inferiorità originaria, attraverso il matrimonio e la maternità o come un maschio insicuro in continua competizione con gli uomini ed in rivalità con le altre donne. Quindi o è moglie e madre o è un’amazzone. 

La gravità di tali affermazioni risiede nel fatto che la donna non esiste in quanto tale, ma sempre subordinata all’uomo. La donna è uno schermo sul quale vengono proiettati il desiderio o la paura dell’uomo.  

All’estremo della teoria psicanalitica c’è Thanopulos che la utilizza per legittimare il patriarcato, con la conseguenza di giustificare la violenza dell’uomo sulla donna ritendendo che il desiderio maschile è animato dalla volontà di “possedere” il corpo femminile, di “appropriarsene” e che lo porta a distruggere quello che ama. Tali affermazioni sono pericolose e lontane da una matrice psicanalitica che, seppure di origine patriarcale, tentava di dare una spiegazione alla differenza tra i sessi.  

Lo stesso Freud, per quanto possa oggi sembrare maschilista, s’interrogava su “cosa vuol dire essere donna?” ed attraverso l’analisi ed il trattamento dell’isteria ha cercato di dare delle risposte. Avallare la violenza di genere con teorizzazioni sulla supremazia del desiderio maschile su quello femminile come fa Thanopulos, rischia di legittimare comportamenti che vanno sempre scoraggiati e di certo non è curativo.