Aaron Sorkin “azzarda” alla regia con Molly’s Game: un’opera che non delude il cinema americano mainstream

Tratto dall’omonimo libro di Molly Bloom, il debutto da regista di Aaron Sorkin (sceneggiatore di film come Codice d’onore, The Social Network, Steve Jobs) narra la vera storia di Molly (Jessica Chastain), una giovane e tenace sciatrice che dopo un grave incidente in pista si vede costretta ad abbandonare il sogno di diventare campionessa olimpica. 

Suo padre Larry (Kevin Costner) è una figura autoritaria, concreta e dai valori forti, uno psicanalista che, dopo aver visto svanire la possibilità di una carriera sportiva, si aspetta che la figlia intraprenda un rigoroso percorso di studi, magari come medico. Il carattere di Larry poco si amalgama con lo spirito ribelle di Molly, una ragazza energica e fuori dagli schemi, una combattente con l’obiettivo di vincere, senza mai calpestare la sua integrità di donna e la sua propria etica personale. 

 

Molly’s Game si apre con un prologo che ripercorre velocemente le vicende passate di una piccola Molly, i rigidi ed estenuanti allenamenti con il padre sulle piste da sci e poi l’incidente. Il tutto accompagnato fin dalla prima inquadratura dalla voce fuori campo della Molly del presente, colei che sta raccontando, e rivivendo insieme allo spettatore, la storia della sua incredibile vita. 

 

La voice over, insieme ai dialoghi frenetici e spesso caotici, a una regia dinamica e fluida e ad un montaggio rapido, firmano la cifra stilistica sulla quale sfreccia in modo vincente Molly’s Game, e dove le componenti del disorientamento, del bluff, del rischio sono il motore d’azione della pellicola. Molly infatti, dopo la sconfitta nello sport cambia vita e, spinta da un profondo desiderio di rivalsa e indipendenza, finisce suo malgrado nell’ambiente del gioco d’azzardo. Molly’s Game è infatti un film che mostra tutto ciò che gira intorno al mondo del GAP e nello specifico a quello del poker: un tunnel di soldi, vip, adrenalina, vincite, perdite, alcol, illegalità, concezione distorta del tempo, fallimenti, effetti sulla salute fisica e mentale e non in ultimo conseguenze di tipo penale. 

 

Ed è proprio quest’ultimo aspetto che sembra esser trattato un po’ all’“americana”. L’avvocato Charlie Jaffey (Idris Elba) decide improvvisamente e quasi senza logica di seguire Molly perché questa è l’eroina della figlioletta che ha letto il suo libro autobiografico. Da qui tutta la parte che narra la questione giuridico-processuale sembra smorzare la verve insieme alla verosimiglianza della storia, presentando stereotipi e luoghi comuni legati al cinema americano mainstream che svelano l’intenzione di una narrazione che fa troppo forza sulla dicotomia buono-cattivo, bene-male, giusto-ingiusto. 

 

Molly’s Game è una pellicola con un’esemplare sceneggiatura non originale (unica candidatura agli Oscar 2018) ed è inoltre un esemplare debutto alla regia, ma si percepiscono troppo forti e chiari gli “abiti” di certi ruoli ormai stagnanti del cinema statunitense (come i personaggi del padre e dell’avvocato) quasi fosse inevitabile rappresentare una storia senza determinati e fossilizzati comportamenti, il cui scopo sembra solo quello di confermare e riconfermare l’immagine di una buona e megalomane Hollywood. 

 

Voto: 7 ½ 

 

Al cinema!