Dall’aiuto mutuo al diritto universale

Il sistema sanitario mutualistico ha come principali destinatari i lavoratori e per quello che riguarda il trattamento si differenzia a seconda delle categorie occupazionali. I principali erogatori di prestazioni sono le casse mutue assicurative private o para statali. È un sistema contributivo perché le prestazioni sono erogate in base alla partecipazione assicurativa.  

Questo sistema sanitario affonda le sue radici nella classe operaia dell’800 in cui il diritto alle cure non era considerato propriamente un diritto di cittadinanza poiché era strettamente legato alle possibilità economiche e quindi contributive del singolo lavoratore. Non c’era, dunque, una protezione sociale: chi poteva permetterselo pagava un’assistenza medica adeguata, gli altri dovevano affidarsi alle Opere Pie e alla beneficenza della classe borghese. Con il tempo, le classi salariate iniziarono ad organizzarsi in associazioni per tutelarsi da rischi come disoccupazione, malattie e vecchiaia e nacquero vere e proprie società mutualistiche.  

Nella prima metà del ‘900, le società mutualistiche continuarono a sopravvivere, anche se si iniziò a dare spazio alle emergenti organizzazioni di massa sindacali e politiche, fino all’avvento del fascismo che prevedeva il controllo da parte dello Stato e del regime sulle casse mutue. L’idea di base era di far confluire le mutue esistenti in macro-enti. Questo compito fu portato a termine nel 1943, proprio a ridosso della caduta del fascismo: si provò ad accorpare le casse, le assicurazioni sanitarie e gli istituti nell’Ente Mutualità Fascista – Istituto per l’assistenza di Malattia ai Lavoratori. Purtroppo, gli enti che erano nati per tutelare la classe operaia, economicamente svantaggiata, accentuavano le disuguaglianze tra i vari ceti sociali commisurando la qualità dell’assistenza sanitaria alla quantità di denaro che si poteva spendere per essa attraverso la posizione contributiva e al lavoro che si svolgeva. Il paradosso al quale si arrivò fu che coloro che erano più vulnerabili ed esposti al rischio di contrarre malattie, come i lavoratori a basso reddito e i disoccupati, potevano accedere più difficilmente a cure ed assistenza adeguate.   

La cosiddetta “legge Basaglia”, n. 180, del 13 maggio del 1978, pose l’accento sull’importanza della prevenzione e poi della cura e cambiò l’atteggiamento nei confronti della salute mentale avendo come tematica di fondo gli accertamenti ed i trattamenti volontari ed obbligatori. 

La crisi del sistema mutualistico è stata causata dall’orientamento dei medici al mercato, mentre i partiti di sinistra e i sindacati stimolavano la direzione statalista; c’è stato dunque un indebolimento della classe medica dovuto alla burocratizzazione del medico della mutua e al dissesto finanziario ed organizzativo delle casse mutue. 

Con la legge n. 883 del 1978 si istituisce il Sistema Sanitario Nazionale, basato sulla visione solidaristica dell’erogazione delle prestazioni mediche, che non erano più limitate ad alcune categorie di lavoratori, ma la loro copertura sanitaria era estesa a tutti. Ci fu la conseguente istituzione del fondo sanitario nazionale con il decentramento a tre livelli: stato, regioni e comuni.  

Tuttavia dopo solo tre mesi dall’approvazione della legge vengono istituiti i ticket che incrinano il principio iniziale di gratuità per l’accesso al sistema. Con l’avvento del ticket e il conseguente dilagare delle strutture private, diventa oggi difficile distinguere in modo netto i due sistemi sanitari. C’è da dire che l’attuale organizzazione predilige la prevenzione alla cura ed investe in questo senso e c’è una minore discriminazione tra classe sociale e qualità delle prestazioni sanitarie, anche con l’istituzione delle esenzioni per reddito e malattia.  

 

Laura Benvenuto

 

Foto di laura farlete | Flickr | CCLicence