Cannes 71: Dogman, il ritratto espressionista del Canaro della Magliana diretto da Matteo Garrone

Proprio sabato scorso l’attore protagonista di Dogman, Marcello Fonte, si è aggiudicato il premio come Miglior attore al Festival di Cannes appena conclusosi. 

 

Con la sua ultima pellicola il regista romano Matteo Garrone torna all’estetica noir ed espressionista che ha da sempre caratterizzato i suoi film. La sola eccezione è Il racconto dei racconti, fantasy di cast e produzione internazionali, del resto nemmeno questo si era allontanato ideologicamente dai temi psicologici ed ossessivi, esistenziali e noir da sempre cari a Garrone. Lo stesso autore definisce il suo un “cinema emotivo”. 

 

Ancora una volta un film ispirato a una macabra storia vera, al cosiddetto “delitto del Canaro della Magliana” e così come ne L’imbalsamatore, Primo amore, Reality, Gomorra, anche Dogman riprende le redini di quell’estetica “di periferia”, del mondo chiuso e autoreferenziale del villaggio/comunità. La location è un non-luogo dove vagano personaggi smarriti in una terra di confine che rimanda al western, un quartiere che per scelta autoriale non viene mai identificato con un nome proprio perché, in quanto location/metafora esistenziale dell’essere umano, mira all’universalità. 

 

Ma perché “Dogman”? Abbiamo detto che il cinema di Matteo Garrone è un cinema emotivo, psicologico, che narra situazioni estreme e casi disperati, è dunque anche un cinema fortemente pulsionale. Dogman è il nome del locale di toelettatura per cani di Marcello (Marcello Fonte), è l’insegna che torna di continuo sullo schermo, quasi a confondere lo spettatore e a convincerlo che Dogman è solamente il locale di Marcello. Invece Dogman, per estensione, è Marcello stesso, è la condizione di un uomo che vive praticamente nel suo negozio dove ogni tanto gli tiene compagnia sua figlia. Il superfluo non c’è, la sceneggiatura è ridotta all’osso, anche sotto questo aspetto Garrone è un autore terreno e carnale, elimina i dettagli delle cose che non ha interesse a raccontare e lo fa proprio mostrando e contestualizzando certi rapporti, come la relazione Marcello-moglie, per poi lasciarli sul vago e tornare alla solitudine del protagonista, alla sua eterna e sbandata ricerca di un sentimento di appartenenza. 

 

La comunità di Marcello sono i cani di cui si occupa, la sua identità coincide con la sua attività lavorativa. Poi ci sono Simone e gli amici di zona con cui poter giocare a calcetto. Come altri personaggi del cinema di Garrone (si veda L’imbalsamatore), Marcello già fisicamente ci viene mostrato come un emarginato: è infatti un uomo povero e di corporatura esile, estremamente tollerante e sottomesso, solo per la pulsione spasmodica di sentirsi accettato, così facendo evita lo scontro e cerca di essere utile anche quando si ritrova complice di azioni che egli stesso ritiene troppo immorali. Per questo, oltre alla sua attività legale di toelettatura, il protagonista arrotonda spacciando, e finendo anche per regalare, cocaina. 

 

Simone (Edoardo Pesce) viene presentato irrompendo nel locale e reclamando una dose che poi consuma lì per lì, nonostante Marcello gli chieda ripetutamente almeno il favore di allontanarsi perché nell’altra stanza c’è la sua piccola figlia. 

Con Simone, Marcello ha un rapporto di cane-padrone. Questa metafora relazionale è una trovata tanto geniale e sensibile quanto profondamente drammatica e straziante. Se un cane diventasse umano sarebbe come Marcello. Garrone ce lo sbatte in faccia senza mezzi termini. Marcello ha il carattere di un buon cane, fedele, ubbidiente e da guardia, che soffre quando viene bastonato e abbandonato, allora fa i dispetti e diventa aggressivo ma poi torna a chiedere scusa. 

 

Quello di Garrone dunque non può che essere l’ennesimo ritratto di un personaggio schizofrenico, ora con l’Uomo Cane addirittura mitologico. Marcello è la rappresentazione di un continuo conflitto interiore fra due pulsioni contrastanti, un’eterna lotta fra due parti di sé, l’aspetto razionale e l’aspetto animale, del resto entrambi legati ad un primordiale istinto di sopravvivenza. 

 

Se è vero che Dogman da una parte si situa in quel filone italiano contemporaneo (vedi film come Lo chiamavano Jeeg robot; Non essere cattivo; L’equilibrio) che racconta i problemi delle periferie: il degrado, la delinquenza, lo spaccio, la clandestinità, in generale l’assenza dello Stato e la conseguente violazione delle leggi; d’altra parte il titolo non può non rimandare alla mente, almeno per assonanza, film come Birdman facendo un’ulteriore passo in giù verso il terreno. Il titolo Dogman strizza l’occhio al cinema dei supereroi per poi parlare in realtà (in modo analogo a Lo chiamavano Jeeg robot) dei problemi reali, della situazione drammatica di un uomo strettamente (col)legata alla desolazione di quella location, alla fisicità e alla tangibilità di tutto ciò che viene mostrato. 

 

Non c’è violenza gratuita ha dichiarato il regista, non ci sono scene di puro splatter, la violenza estrema che si mostra, insieme al sangue e le ferite, nasce da un profondo malessere interiore. Dogman è un personaggio di una potenza unica, magistralmente restituita da Marcello Fonte, una figura mitologica ma più umana di tutti gli altri, perché legata alla terra: egli non vola. 

 

Voto: 10 

 

Al cinema! 

 

Martina Cancellieri