Matti da slegare, quando la cultura si fa rivoluzionaria: 4 registi insieme per la chiusura dei manicomi

È il 1975 quando i registi Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Petraglia e Stefano Rulli realizzano il docufilm Matti da slegare, appena tre anni prima dell’approvazione della Legge 180, conosciuta anche come Legge Basaglia. Il film nasce proprio con l’intento di sostenere la lotta dello psichiatra Franco Basaglia per la chiusura di tutti i manicomi in Italia. Il documentario è un contributo all’impegno politico sociale nel pieno di un’epoca di lotte, rivolte e rivalse da parte dei poveri e delle classi meno abbienti che si stavano facendo strada dal ’68, tra cui la lotta per sconfiggere l’istituzione manicomiale, lo stigma e l’esclusione. 

 

In occasione del recente Roma Tre Film Festival, il regista Marco Bellocchio ha dichiarato: “Noi (gli autori del docufilm, ndr.) ci appassionammo partendo da un’inchiesta. È chiaro che questi film vengono bene se trovano dei protagonisti, delle vittime, che sono dei grandi attori della propria tragedia, in quel caso noi ne trovammo diversi. Il grande impatto fu proprio quello di entrare nel manicomio (di Colorno, ndr.) che ormai era aperto e dove tanti diventati cronici non avevano più il coraggio di uscire. Il film divenne molto diffuso in quegli anni”. 

 

Matti da slegare è un titolo forte, di impatto, così come lo stile del documentario, dalla regia ai contenuti narrati dai diretti interessati, persone che venivano chiamate con termini quali subnormali, handicappati, anormali. Il docufilm, girato all’interno dell’ospedale psichiatrico di Colorno (Parma), è costruito da primi e primissimi piani sui volti degli utenti che raccontano le loro esperienze, le inquadrature sono sbilenche e decentrate ritraendo dettagli di volti con una camera instabile e in perenne movimento. Lo stile è dichiaratamente quello di un cinema ribelle e innovativo che riecheggia in modo evidente la Novelle Vague del decennio precedente. 

 

Il linguaggio cinematografico è dunque molto presente, la regia è emotiva, nervosa, isterica; la macchina da presa è come un testimone vivo, un punto di vista umano che fa sentire la sua vicinanza emotiva nell’interazione con le persone che ritrae, semplicemente stando lì ad ascoltare e filmare. I registi entrano nelle abitazioni private, a scuola e in manicomio, anche la macchina da presa dunque è letteralmente immersa nell’ambiente e nei luoghi che riprende quasi come fosse un astante. La regia è soffocante e sofferente, non riprende mai l’aria, anzi le inquadrature stringono continuamente sui volti e sui dettagli dei corpi degli intervistati. Quel che ne deriva è un effetto sì pesante, sì opprimente ma che allo stesso tempo situa le espressioni e le emozioni umane al centro di tutto, dall’inizio alla fine. 

 

Veniamo ora ai contenuti. Bambini, giovani, adulti, persone di ogni età rinchiuse in un manicomio per la maggior parte della loro vita. Alcuni dimessi raccontano che hanno dovuto abituarsi ad una realtà a loro sconosciuta: la città e la civiltà, le strade popolate da luci, semafori, auto che sfrecciano… non avevano mai visto tutto questo. Viene alla mente il bambino di Room (2015) di Lenny Abrahamson, film di finzione ma ispirato a una storia vera in cui un fanciullo viene al mondo in una stanza e vive l’intera infanzia in questa prigione di quattro mura dov’è segregato con la madre. 

 

Allo stesso modo “Ti chiudono al di fuori della civiltà” dichiara un utente cominciando a narrare la sua giornata tipo in manicomio e continuando: “Alle 6 ci si deve svegliare per le pulizie nelle camere, si rimane lì pericolando per un’altra ora e mezza. Oppure alle 6:30 si va dal barbiere, ma in che modo? È una corsa a chi arriva prima, è un accavallarsi per prendere il posto. Alle 7 bisogna stare verso i muri perché gli infermieri devono fare le pulizie oppure si torna a letto. Alle 7:30 finalmente c’è la colazione, senza zucchero, ma non è così perché c’è un motivo, è senza zucchero per un abitudine, ma il caffè è già preparato e quasi nessuno lo beve, quasi tutti preferiscono il caffè fatto al bar e allora aspettano le 8:15 per prenderlo lì. C’è da riempire il tempo dalle 8:30 alle 11:30,  è qui il problema, o si continua a giocare a carte come un automa o ci si stende sul letto con la speranza di dormire, perché dormendo ci si dimenticano tante cose, anche le più brutte che non abbiamo diritto di dimenticare, dormendo ci si riposa e si pensa ai problemi con la speranza che il domani sia migliore dell’oggi”. 

 

La lotta per la chiusura dei manicomi si unisce a tutte quelle lotte e rivolte della classe operaia che, dal ’68 in poi, chiedevano dignità per le persone povere e poco fortunate. 

Una giovane donna parla della propria esperienza dicendo di essere stata picchiata, curata con pillole e, dato che era solita ribellarsi, veniva legata, così è stato per cinque anni, giorno e notte, come tante altre. Alcune morivano così. 

Si domanda ad una signora: “Dopo 35 anni che è stata in manicomio quando è uscita cosa ha provato?”, la donna risponde: “Fuori si sta bene”. 

Ma sono in molti ad avere il timore di uscire per paura di non riuscire a reintegrarsi alla civiltà. E forse la dichiarazione più triste viene proprio da uno di loro, un ex partigiano internato che afferma: “Non ho più voglia di uscire, ormai mi sono abituato a vivere qui”. 

 

Martina Cancellieri