Vogliono fare un funerale della legge 194, ma noi rispondiamo: libere di scegliere!

Il 22 maggio sono ricorsi i 40 anni della legge 194/1978, “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza che sancisce il diritto per la donna ad accedere liberamente ed in maniera gratuita all’interruzione volontaria di gravidanza”. Fino al 1975 l’aborto era in Italia ancora una pratica illegale: uno degli ultimi Paesi europei a considerarlo un reato. Ciò non significava, ovviamente, che gli aborti non si praticassero. Il non avere una legge che garantisse l’accesso all’aborto faceva sì che le donne che incorrevano in una gravidanza indesiderata ricorressero all’aborto clandestino, praticato con metodi e strumenti di fortuna che mettevano a repentaglio la vita della stessa donna.

In alternativa, laddove le possibilità economiche lo permettessero, si potevano intraprendere viaggi della speranza verso le cliniche del nord Europa, in cui già era legale praticare l’IVG.

Il compleanno di questa importante legge si colloca oggi in un contesto di grave crisi non solo economica, ma sociale e culturale; in una fase di profonda recessione dove, in Italia come nell’occidente tutto, si sta verificando un’ascesa sempre più forte di governi di destra e di estrema destra che vanno a braccetto con il conservatorismo cattolico.

Per fare un esempio, ieri sono apparsi in varie zone della città di Roma dei grandi manifesti che recitano: “La prima causa di femminicidio in Italia è l’aborto”. Già nel 1975 una sentenza della Corte Costituzionale stabiliva la «differenza» tra un embrione e un essere umano, e sanciva la prevalenza della salute della madre rispetto alla vita del nascituro. Ha un respiro pressoché medievale l’affermazione per cui è l’aborto ad essere la prima causa di femmincidio, soprattutto perché nega il dato di realtà ben più terrificante: ad oggi, in Italia, ogni 60 ore una donna viene uccisa per mano di un uomo da lei conosciuto. Da gennaio a marzo 2018 i femminicidi sono stati 29. Le campagne pro-life portate avanti dal mondo cattolico che sposano i programmi dei partiti di destra non solo mascherano e giustificano la violenza patriarcale, ma minano alla base la libertà e i progressi fatti in questi decenni sulla libertà di scelta delle donne, sulla libertà di autodeterminazione di tutte quelle soggettività che rompono con la norma etero-patriarcale. Sono infatti in crescita esponenziale anche le aggressioni nei confronti di persone gay, lesbiche e trans (23,3% della popolazione Lgbti è stata oggetto di minacce).

In questo contesto desolante la legge 194 compie quarant’anni, un anniversario che assomiglia più ad un funerale dato che la legge non viene realmente applicata. Se si analizza nel dettaglio la situazione italiana il quadro è sconfortante: la legge sancisce il diritto della donna ad accedere gratuitamente all’interruzione volontaria di gravidanza, ma in Italia il diritto all’aborto non viene garantito in quanto su 94 ospedali con un reparto di ostetricia e ginecologia, solo 62 effettuano interruzioni volontarie di gravidanza; cioè solo il 65,5% del totale. L’articolo 9 della legge 194/1978 prevede il diritto per i professionisti sanitari di esercitare l’obiezione di coscienza e quindi di non praticare l’IVG; nello stesso articolo al comma quinto, però, si prevede anche che il personale medico, indipendentemente dal fatto che si dichiari obiettore di coscienza, è obbligato ad intervenire in tutte quelle circostanze in cui la vita della donna risulta essere in pericolo. Nel comma terzo dello stesso articolo si sottolinea come lo status di obiettore non esonera il professionista sanitario dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

Riteniamo che l’obiezione di coscienza leda profondamente alla libertà di scelta delle donne e alla loro autodeterminazione: la reputiamo quindi illegittima all’interno del sistema ospedaliero pubblico. Crediamo profondamente che tutte le donne che ne fanno richiesta, native e migranti, debbano poter accede liberamente e gratuitamente a tutte le tecniche abortive chirurgiche (IVG) e farmacologiche (RU486). L’obiezione di coscienza così formulata fa sì che in molti ospedali pubblici non sia presente nemmeno un medico non obiettore, e che quindi l’accesso all’aborto, che per legge dovrebbe essere un diritto, diviene un calvario; molto speso il dichiararsi obiettore di coscienza mette a repentaglio la vita stessa della donna.

L’idea per cui da quando è in vigore la legge 194 il numero di aborti sia aumentato è semplicemente falsa: nel 1980 le donne che sono ricorse all’IVG in Italia furono circa 250mila, nel 2016 84.926. I dati su scala regionale sono ancora più agghiaccianti, in quanto al nord i ginecologi obiettori sono il 63.9% mentre al sud l’83,3%, e questo determina la migrazione forzata delle donne da una regione all’altra per poter accedere a quello che dovrebbe essere un diritto; in parallelo, le cliniche private che praticano IVG nel nord Italia sono 748, mentre al sud sono 3.063. Che cosa ci dicono questi numeri? Che anche nel campo della salute sessuale e riproduttiva la questione centrale è la classe di appartenenza: se sei una donna italiana e ricca allora potrai abortire in ogni caso; ma se sei precaria, o disoccupata, o migrante, per poter accedere all’aborto dovrai affrontare un’odissea durissima, diversa da caso in caso a seconda della regione di residenza e del viaggio che si è costrette ad intraprendere lungo l’Italia, sperando di approdare in tempo in una struttura ospedaliera che garantisca la presenza di almeno un medico non obiettore.

La legge 194 non riguarda solo il diritto all’aborto. Nel testo esplicita il ruolo dei consultori, riconosciuti come il luogo cardine di contatto fra donne e con le donne, il luogo dell’autocoscienza e dell’autodeterminazione, il punto di riferimento per la prevenzione, per l’educazione sessuale e per l’accesso alla contraccezione: quindi un luogo fondamentale per garantire il benessere delle donne, in particolare nella sfera della salute sessuale e riproduttiva.
Ma, anche in questo caso, siamo di fronte ad un quadro desolante e in continuo peggioramento: nel 1980 c’erano 917 consultori nel territorio italiano; secondo la più recente relazione del Ministero della Sanità, i consultori censiti risultano 1944, pari allo 0,6 per ventimila abitanti. Per legge, questo tasso dovrebbe essere pari ad 1, quindi sostanzialmente il doppio. Questi 1944 consultori sono così suddivisi sul territorio nazionale: 806 al nord, 425 nel centro, 460 al sud e 253 nelle isole.

In particolare nella regione Lazio, nonostante la campagna di rifinanziamento portata avanti da Zingaretti, i consultori stanno subendo un vero e proprio processo di smantellamento. Riportiamo tre situazioni esemplificative: a San Lorenzo, quartiere universitario, il consultorio esiste ma non offre praticamente alcun servizio, nonostante si collochi in un quartiere dove potrebbe essere un punto di riferimento per le giovani ed assumere un ruolo centrale nel lavoro di prevenzione in relazione alle malattie sessualmente trasmissibili e all’educazione sessuale in genere.

Il consultorio di piazza dei Condottieri, quartiere Pigneto (un quartiere che negli ultimi dieci anni ha subito un enorme processo di gentrificazione) ha chiuso con la scusa di lavori di ristrutturazione dello stabile e dovrebbe riaprire a fine maggio; viene considerato il fiore all’occhiello del distretto per le figure professionali che vi operano, proprio grazie alla presenza vigile e costante dell’assemblea delle donne del consultorio, un gruppo intergenerazionale che a partire dal confronto fra donne ha iniziato ad interrogarsi sul tema della violenza. Da questo gruppo e dai suoi momenti di auto-formazione ha preso vita l’associazione D.A.L.I.A., che da diversi anni ha aperto uno sportello anti-violenza all’interno del Consultorio stesso; uno sportello che accompagna le donne vittime di violenza nel loro percorso di fuori uscita e che, all’interno del quartiere, promuove una serie di attività che aiutano a sensibilizzare e riflettere su questo tema. E, soprattutto, fornisce strumenti utili alla prevenzione di tale fenomeno.

In ultimo, perché si potrebbe andare avanti ancora per molto a citare esempi, il consultorio di via delle Resede, nel quartiere di Centocelle (quartiere periferico e popolare di Roma est), che chiuderà temporaneamente, anche lui, per lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza, non si sa né da quando né fino a quando. Per questo le donne di Centocelle sono in mobilitazione, per difendere il Consultorio di Via delle Resede e scongiurare preventivamente quello che accadde qualche anno fa per il Consultorio di piazza dei Mirti, chiuso ‘temporaneamente’ per le stesse motivazioni, ma mai più riaperto.

È questa la fase in cui si inseriscono le mobilitazioni cittadine portate avanti da Non Una di Meno che si stanno dando e si daranno in moltissime città italiane. Mobilitazioni che in questo quarantennale non hanno solo l’obiettivo di difendere ciò che esiste, ormai eroso, mal funzionante e persino assente.
Lo abbiamo scritto nel Piano: “I consultori vanno risignificati come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, valorizzando la loro storia di luoghi delle donne per le donne. Questa ri-politicizzazione va agita attraverso forme di riappropriazione e autogestione del servizio che ne garantiscano l’apertura all’attraversamento di corpi differenti per età, cultura, provenienza, desideri, abilità e che promuovano il riconoscimento dei saperi transfemministi, prodotti e incarnati dai soggetti.” (…) “L’obiezione di coscienza nel servizio sanitario nazionale è illegittima perché lede il diritto all’autodeterminazione delle donne, per questo vogliamo il pieno accesso a tutte le tecniche abortive (chirurgiche e farmacologiche) per tutte le donne (native e migranti) che ne fanno richiesta. A partire dalla priorità dell’autodeterminazione delle donne, vogliamo promuovere la de-ospedalizzazione dell’aborto attraverso l’incremento della somministrazione delle pillole abortive. Devono essere modificati e armonizzati a livello nazionale i protocolli di somministrazione: deve essere possibile accedere all’aborto farmacologico fino a 63 giorni”.

Marta Cotta Ramosino

Federica Maiucci

Tratto da www.communianet.org