“Tito e gli alieni”: il viaggio nello Spazio, tra Napoli e il Nevada, come elaborazione della perdita

Paola Randi, regista di Tito e gli alieni, ha dichiarato che il film è nato da un’immagine scaturita da una sua esperienza personale: un giorno vide il padre (che stava perdendo la memoria) fissare un ritratto fotografico di sua moglie, la madre della regista venuta a mancare 10 anni prima. Da lì Paola Randi si è domandata: “Come si fa a trovare un antidoto al dolore di una perdita e ai problemi che ne conseguono?

Tutti si devono in un certo modo reinventare e nel farlo la regista (anche sceneggiatrice) ha avuto “l’immagine di un uomo sdraiato su un divano nel deserto con le cuffie in testa e un antenna che cercava ossessivamente la voce di sua moglie fra i suoni dell’universo”.

Il Professore (Valerio Mastandrea) è uno scienziato napoletano trapiantato nel Nevada dove vive quasi in solitudine per lavorare ad un progetto per il governo USA. In realtà egli è un uomo depresso e solo che non fa altro che vivere attaccato al ricordo della moglie defunta, passando le giornate ad ascoltare i suoni dello Spazio nella speranza, o utopia, di (ri)captare la voce della moglie ed entrare in contatto con lei. Ogni tanto gli fa visita Stella (Clemence Poesy), la sua autista che organizza matrimoni per i turisti che si trovano da quelle parti a caccia di alieni.

Un giorno il Professore riceve un videomessaggio da Napoli: è il fratello che gli comunica, in una sequenza alquanto grottesca, di essere morto e che gli manderà i suoi due figlioli, Anita (Chiara Stella Riccio) di 16 anni e Tito (Luca Esposito) di 7, due ragazzini curiosi, vivaci e intelligenti.

Anita e Tito incarnano un’idea adolescenziale dell’America, fatta di lusso e divertimenti, infatti sono convinti di andare a Las Vegas, incontrare Lady Gaga e di soggiornare nella meravigliosa villa con piscina dello zio.

Tito e gli alieni è un film surreale, grottesco, che ricorda le pellicole di Michel Gondry (si veda L’arte del sogno), così nei contenuti come nell’estetica fatta di colori accesi e una fotografia che fin dall’inizio, quando siamo ancora in Italia, ci immerge già in quel mondo fatto di neon e toni freddi come sarà poco più avanti il deserto del Nevada, rappresentato quasi come fosse la Luna.

Interessante il lavoro sugli effetti speciali, realizzati un po’ in ripresa e un po’ in post-produzione, sublime la fotografia capace di creare un mondo a metà fra il sogno e lo Spazio. Anche l’utilizzo del sonoro contribuisce a generare e completare quest’universo onirico, alieno ed interiore, in alcune sequenze proprio il sonoro mi ha ricordato il primo lungometraggio di David Lynch, Erasheread – La mente che cancella.

Assolutamente degne di attenzione sono le location esclusive, delle scelte coraggiose, tanto problematiche quanto vincenti: si va dal già citato deserto del Nevada, in un posto realmente vicino all’Area 51 (l’indirizzo è Extraterrestrial Highway) il villaggio si chiama Rachel (come appare nel film) ed è un paesino di 54 abitanti, cowboy e agricoltori, tutti convinti di essere custodi di un universo più ampio in quanto confinanti con l’Area 51 dove, secondo loro, gli ingegneri alieni lavorano insieme ai terrestri per lo sviluppo tecnologico dell’umanità; ci si sposta poi nel deserto dell’Almeria, il posto più ventoso della Spagna, dove furono girati alcuni villaggi del cinema di Sergio Leone, anche location della serie tv Game of Thrones; infine, in tutti i sensi, si arriva in Italia, la sequenza finale infatti è stata girata nell’ex centrale nucleare di Montalto di Castro (Viterbo).

Concordo pienamente con Valerio Mastandrea quando ha dichiarato che Tito e gli alieni potrebbe essere definito “fantascienza all’italiana” ma senza connotazione sminuente, piuttosto come un film surreale di reminiscenza spielberghiana: l’autrice ha rivelato di essere da sempre una grande appassionata di Spielberg, e anche del mago Rambaldi. In questo senso “all’italiana”, Paola Randi definisce la sua una fantascienza vintage, più vicina a quella degli anni 70 e 80 (ed ecco che trova conferma anche l’eco di Eraserhead) dove gli elementi fantascientifici sono più evocati che rappresentati. In Tito e gli alieni la fantascienza è un pretesto per narrare ed indagare l’elaborazione del lutto tramite le interiorità dei personaggi sulla terra, primo fra tutti il Professore ma anche il piccolo Tito.

È forte inoltre la componente tragicomica che fonda le proprie radici nella commedia all’italiana di metà Novecento, ma anche il contesto iniziale del film cui si accenna al precariato, e non in ultimo la “napoletanità” dei protagonisti. Il produttore Angelo Barbagallo ha dichiarato che durante i casting erano sicuri solamente di una cosa: i bambini dovevano essere napoletani.

Paola Randi ironizza continuamente fra la compresenza di una complessa, direi incomprensibile, tecnologia come quella del robot “Linda” e dei meccanismi della base aerospaziale insieme ai personaggi di Anita e Tito, soprattutto quest’ultimo, che rappresenta lo sguardo estraneo, umano, puro e curioso di un bambino vivace.

Tito e gli alieni è un film delicato, sensibile, surreale ed anche molto divertente, dove gli alieni e lo spazio sono una metafora per raccontare la sofferenza umana di fronte alla perdita; è un messaggio di speranza per reinventarsi ed andare avanti.

Voto: 9

Al cinema!