Musiche eccezionali ne “Il sacrificio del cervo sacro” ma Lanthimos uccide la sua metafora con un eccesso di chiarezza

Una lunga, insistente inquadratura di un cuore pulsante. È il prologo dell’ultima pellicola del regista greco Yorgos Lanthimos. Dopo la società distopica di The Lobster (2015) e a distanza di un anno dalla presentazione al Festival di Cannes, dove è concorso nella selezione ufficiale vincendo il premio per la miglior sceneggiatura, Il sacrificio del cervo sacro è giunto nelle sale italiane.

L’ultimo film di Lanthimos attinge dalla tragedia greca Ifigenia in Aulide di Euripide e va ad indagare il senso di colpa all’interno di una famiglia borghese. Steven (Colin Farrell) è un chirurgo che vive nell’agiatezza insieme con la moglie Anna (Nicole Kidman), anch’ella medico, e ai suoi due figli Kim (Raffey Cassidy) e Bob (Sunny Suljic).

Dall’operazione a cuore aperto Lanthimos passa direttamente alla presentazione dell’ambigua relazione tra Steven e Martin (Barry Keoghan), ambigua ancora per poco.

Dal titolo, Il sacrificio del cervo sacro sembrerebbe un’opera simbolica, mitologica, magari anche un po’criptica o perlomeno che preveda uno sguardo attivo e interpretativo da parte dello spettatore. Ma il film non risulta accattivante bensì piuttosto lento e ripetitivo poiché fin troppo esplicativo e prevedibile. Ne risulta un’opera sovraesposta, metaforica sì ma con “parafrasi a fronte”, che nell’eccesso di fare chiarezza distrugge l’essenza stessa della metafora. Il sacrificio del cervo sacro è una pellicola che si dichiara metaforica per poi annullare lo spettatore in quanto fruitore attivo dell’opera, la quale difatti si interpreta da sola. Ne appare così un film pretenzioso e soprattutto autoreferenziale, entrando nello stesso circuito pulsionale che si preoccupa di denunciare: meccanismo ben descritto dalle pale che sembrano ruotare ininterrottamente ma poi si bloccano quando anche l’ingranaggio della storia sembra non girare più, per poi ripartire in una ridondanza rappresentativa.

Per ciò che riguarda i dialoghi, alcuni sono a dir poco imbarazzanti, come quando Martin si morde un braccio e poi dice: “Questa è una metafora”. Qui è chiaramente il regista che parla agli spettatori, peccato però che noi non possiamo rispondergli di averlo compreso dai tempi di Euripide.

Se è vero che la pecca sta nell’eccessiva spiegazione di sé, è anche vero che l’enorme potenza de Il sacrificio del cervo sacro risiede nell’utilizzo delle musiche e del sonoro: rispetto alle prime fa eccezione l’incipit della Passione secondo Giovanni di Bach utilizzato nella sequenza finale: il cinema e la musica di Bach hanno un legame storico, si pensi ad autori come Pasolini e Tarkovskij (che utilizza la citata Passione bachiana proprio nel finale de Lo specchio).

Ciò non significa che non si possa utilizzare l’opera di Bach, ma non si può neanche affermare che quella di Lanthimos sia una scelta originale, che sembra invece dettata unicamente dalla voglia di conferire il massimo del pathos, strafacendo. Ancora una volta è il “troppo” quel che arriva, non solo perché la composizione è talmente famosa da rendere difficile un pieno coinvolgimento, ma soprattutto perché stona con tutto il resto della colonna sonora ascoltato fino ad ora, che per contro è qualcosa di eccezionale e decisamente originale.

I brani della colonna sonora riescono infatti a creare quelle atmosfere di suspense e a suggerire quelle sensazioni inquietanti che vengono assecondate dalle scelte di regia: la steadycam che segue e precede gli attori; i grandangoli che riprendono spesso gran parte del soffitto; i movimenti di macchina lenti; il graduale abbassamento del baricentro della macchina da presa nel corso del film e dunque del punto di vista che appare sempre più spersonalizzante e disumanizzante a favore di una narrazione man mano più oggettiva e distante.

Il punto di svolta del film si verifica con la famosa inquadratura hitckcockiana dall’alto, il cosiddetto “punto di vista di Dio” di Psycho, quando Bob cade a terra scendendo dalle scale mobili, viene in mente anche il film di un altro greco: Miss Violence (2013) di Alexandros Avranas, qui una bambina si getta dal balcone. Sono cambi bruschi e inquadrature scioccanti che rispecchiano l’interruzione dell’andamento narrativo-emotivo per via di un evento traumatico.

Per quanto riguarda le musiche, la scelta è finita su autori colti contemporanei come György Ligeti e Sofia Gubaidulina, quest’ultima una compositrice russa ancora in vita interessante per la forte componente elettronica dei suoi brani che ricordano le atmosfere stranianti e perturbanti di Persona (1966, Bergman) conferite dalle musiche di Lars Johan Werle, specialmente nel prologo. Per quel che riguarda le parentesi iniziale e finale si torna parecchio indietro nel tempo per affidarsi allo Stabat Mater di Schubert e alla sopracitata Passione di Bach.

Con Il sacrificio del cervo sacro Yorgos Lanthimos convince a metà: l’estetica e le musiche stupefacenti sembrano non riuscire ad amalgamarsi a quell’eccesso di informazioni tese a render chiara, distruggendola, la sua essenza metaforica.

Voto: 7.

Al cinema!