Quei “minori stranieri” accompagnati dal cinismo lessicale

Li chiamano “minori stranieri non accompagnati“. Con una locuzione di vago sapore burocratico che riecheggia a più non posso da telegiornali e radio nelle mentre distratti all’ora di cena cuciniamo, apparecchiamo la tavola. La nostra, quella più o meno imbandita, quotidianamente.

Oggi ne sono arrivati 130, ora il problema è la ricollocazione“, afferma un pò infastidita la giornalista. Già, “ricollocazione”, altra parola ambigua, vuota. Stonata se si cerca di immaginare il complicato destino che toccherà in sorte a questi piccoli, che hanno attraversato il Mediterraneo e prima ancora anche il continente africano o la guerra in Siria, la fame, la povertà e infine, quel tratto di mare che li separa dall’unica possibilità di salvezza. Tutto da soli, senza il conforto della mamma, senza il papà, sfidando la natura e la sorte su imbarcazioni fatiscenti dove il pedaggio costa caro e non c’è certezza di arrivare in un porto sicuro. Spesso i genitori non dispongono neppure del denaro sufficiente per pagare la traversata per tutti i componenti della famiglia, neppure dopo aver fatto tante diverse tappe dal luogo di origine fermandosi ogni volta che finivano i soldi per guadagnare qualcos’altro nell’”industria” di chi lucra sulle migrazioni approfittando della disperazione altrui (attraverso sfruttamento, schiavitù, condizioni di vita inimmaginabili, violazione dei diritti umani, torture e violenze di ogni genere).

Allora, le madri, i padri compiono la scelta disperata di separarsi dai figli per tentare di salvarli anche a scapito delle loro stesse possibilità di sopravvivenza. Mostrando un coraggio, una determinazione, una consapevolezza così profonda del senso della vita che davvero stridono con le enunciazioni prefabbricate di certo giornalismo televisivo che certo non restituisce ai piccoli-grandi protagonisti di questa fenomeno epocale neanche un grammo di soggettività, dignità, umanità. Mentre la possibilità di poter solo iniziare una nuova vita sembra allontanarsi sempre di più ogni giorno.

Nessuna accoglienza, insomma, nemmeno quella lessicale, che tanto ci aspetterebbe da operatori dell’informazione più blasonata.

Minori stranieri non accompagnati“, quattro parole fredde e anonime per indicare troppo frettolosamente bambini e bambine, ragazzi e ragazze che arrivano sulle nostre coste, quando arrivano, già piccole donne e piccoli uomini. Viene da chiedersi dove sono finiti i tempi del “Parlare civile” (un lavoro realizzato qualche anno fa – in un clima completamente diverso nel quali tanti di noi si sono formati – da cui è scaturito un portale web liberamente consultabile,www.parlarecivile.it). E se a parlare così sono coloro che tanto possono contribuire a formare l’opinione dei cittadini, non ci si può sorprendere se poi il razzismo, la paura del diverso da me o da te, l’esclusione degli altri, la necessità di trovare un capro espiatorio per i mali di casa nostra, trovano così alto gradimento nei sondaggi.

E che dire di quella disinformazione fai-da-te che non crede alle “magliette rosse”, quelle che i genitori mettono ai bimbi perché siano più visibili ai soccorsi in mare in caso di naufragio?

Secondo alcuni frequentatori dei social network si tratterebbe di una “bufala”: una maglietta rossa la indossa un occidentale, mica un bambino africano. Su Facebook è stato scritto anche questo. Immaginando forse che i piccoli del continente nero si imbarchino con un tutù di paglia secondo antichi riti tribali. Pregiudizi, che possono trovare spazio nel cuore di molti forse non solo per l’influenza di un potere politico strumentalmente teso a convogliare lo scontento di tanti contro presunti colpevoli, ma anche a causa una certa sciatteria del linguaggio che è propria anche dell’informazione mainstream, così poco incline a dipingere con una coloritura affettiva eventi di così enorme impatto umano.

Forse ad alcuni potrà sembrare sterile preoccuparsi di questioni “linguistiche” di fronte a problemi così importanti, ma non dovremmo mai dimenticare che il termine “parola” deriva dall’ebraico “hvar”, che significa “fatto”. E, purtroppo, i fatti che si stanno verificando in questi giorni nel nostro Paese (e non solo) non sono incoraggianti. Né per chi vorrebbe finalmente arrivarci, ma neppure per chi vorrebbe che il Mediterraneo restasse una delle tante “culle della civiltà”.

Paola Sarno