Luis Suarez come nessun uruguaiano vorrebbe mai raccontarlo

Quale migliore ragione per diventare uno dei più forti centravanti del mondo se non una donna? 

Internet prima e i social network poi hanno inevitabilmente rivoluzionato, tra le altre cose, l’intero settore dell’informazione. Nel microcosmo sportivo di questo ambiente, per quanto opinabile dal punto di vista professionale e generale, le cronache sportive sono sempre il centro di tutto, tuttavia è importante apprezzare altre singolari, e fondamentali, peculiarità laddove possibile. Chi ha avuto la possibilità e l’onore di scrivere giornalisticamente le imprese di Mohammad Ali e quelle di Irving “Magic” Johnson non sarà rimasto indifferente al fatto che Ali quando non combatteva era praticamente un attivista politico che aveva consolidati rapporti di stima con giganti del novecento come Martin Luther King e Malcolm X. Nel secondo esempio, invece, è impossibile umanamente restare impassibili di fronte ad un uomo che ha fatto della propria simpatia e dell’allegria un tratto distintivo addirittura mentre giocava. Figuriamoci nella vita, dove Magic era ed è capace di abbracciare qualcuno come un fratello dopo pochi mesi di conoscenza salvo vedersi respinto spesso anche con violenza per colpa di quella malattia devastante che è l’AIDS. Per questi e per tanti altri motivi si potrebbe definire quella di Luis “El pistolero” Suarez una meravigliosa storia di sport. Anche se gli uruguaiani preferirebbero evitare di raccontarla sì per tutelare il miglior realizzatore della storia della Celeste che già di per sé non sembra sforzarsi molto di non cacciarsi nei guai, ma anche perché per loro criticare El pistolero significa denunciare e diffondere indirettamente tutte le storture del proprio paese.

(…) La felicità è qualcosa che possiamo solo inseguire e che forse non riusciremo a raggiungere mai qualunque cosa facciamo.

Luis Suarez nasce a Salto, una località dell’Uruguay famosa per i suoi bagni termali, ma presto la famiglia si trasferisce a Montevideo. La famiglia è tutt’altro che abbiente, un padre non c’è, quando c’è non è il padre del secolo e la madre deve dare da mangiare ai figli. Un altro motivo buono per cui non raccontare questa storia è che questa in Uruguay dovrebbe essere fondamentalmente la concezione di famiglia tradizionale. La sua unica valvola di sfogo è giocare a calcio nelle strade meno raccomandabili di Montevideo e non è difficile immaginare che questo ragazzo non ami profondamente la scuola venendo anche ricambiato. È un giovane con il destino segnato: un criminale, un tossicodipendente o entrambe. E poi arriva lei.

Questo complesso ragazzo non vede solo lei, ma vede anche attraverso di lei e grazie alla benedizione dello sguardo della femme fatale per la prima volta osa sognare qualcosa di meglio. La testa, purtroppo o per fortuna, è quello che è e la condizione atletica non è ottimale ma anche il talento per il calcio non manca. L’unico motivo per tirare qualche somma si è appena aggiunto al quadro generale completandolo. “Direi che essere un calciatore sarebbe meglio visto che al momento sono un netturbino” potrebbe aver pensato Luis in quel momento.

Spazzando per Montevideo il nostro ha raccolto i pesos che bastano per offrirle un gelato. Forse anche il destino a volte mischia le carte per ammazzare un minimo la noia, sta di fatto che i due si piacciono e iniziano una relazione che potrebbe oggettivamente essere definita un remake di “la bella e la bestia” in chiave horror. Ma ovviamente l’unico modo che il destino conosce per confermare che la strada imboccata su suo suggerimento è quella giusta è mandare un terremoto lungo quella stessa strada. Lei deve trasferirsi in Spagna con la famiglia.

Questa parte della mia vita si può chiamare “correre”.

Un lampo di terrore percorre da parte a parte la scatola cranica del giovane Pistolero. Provando a entrare nella testa del giovane attaccante uruguagio, “mi sono concentrato e mi sto concentrando sull’essere un calciatore professionista e adesso la mia unica ragione di vita deve trasferirsi in Spagna.” E dopo il lampo il tuono è solo una naturale conseguenza. “Devo giocare in Europa.” Probabilmente questo maledetto ragazzo non riconosce la voce dentro la propria testa. La voce è la stessa, la determinazione anche, ma è quella incredibile maturità sbucata dal nulla in cui il giovane Suarez fatica a riconoscersi. È la voce del sè stesso migliore, la voce dell’uomo che può e vuole essere e che deve sbrigarsi a diventare per meritarla una volta e per sempre. Suarez in questa fase della vita e della carriera milita nelle fila del Nacional, probabilmente la squadra più importante di Montevideo e del calcio uruguagio con una bacheca spaventosa a livello nazionale e continentale che vanta anche una delle fucine di talenti più importanti di quella meraviglia che è il calcio sudamericano. Luis sta giocando una partita in un clima neutrale. Non è uno scontro diretto per il titolo, non è uno scontro diretto per la salvezza, non è un derby, non c’è alcuna rivalità degna di nota né alcun giocatore in campo ha commesso falli da codice penale che surriscaldano gli animi. Ma la testa, purtroppo o per fortuna, è quello che è. Il problema è che adesso è contaminata da un nervosismo che si avvicina molto alla paura. Questo maledetto ragazzo si prende un giustissimo cartellino giallo, poi il nervosismo fa leva sui suoi già usurati freni inibitori ottenendo come risultato la brillante idea di rifilare una testata all’arbitro con annessa rottura del setto nasale e fontana di sangue. È scandalo. Ed è scandalo nel momento peggiore. La dirigenza del Nacional sapeva che il predestinato criminale tossicodipendente era seguito da alcune squadre europee e per diversi motivi comprensibili relativamente alla macroeconomia sudamericana lo scandalo andava insabbiato. Non ci avrebbe guadagnato lui (ovviamente dopo un gesto del genere mette una non irrilevante macchia su quello che fino a quel momento era solo merito), non ci avrebbe guadagnato il club né quant’altri (abbiamo già visto qui cosa può succedere nel calcio sudamericano). Di lì a poco un giornalista americano di ESPN viene inviato in Sudamerica (aerei e permanenza pagati per mesi, da qui il dubbio iniziale riguardo una certa “interpretazione” dell’informazione sportiva) per realizzare un’inchiesta sui casi di violenza nel calcio di quelle latitudini, tra i quali cita anche questo. Più si sforza di fare il suo lavoro, più il giornalista di ESPN viene allontanato dai vari vertici interpellati. Dopo infinite peripezie Suarez attraversa l’Atlantico e sbarca in Europa.

Questa parte della mia vita, questa piccola parte della mia vita, si può chiamare “felicità”.

Groningen, una cittadina olandese, poi l’Ajax, dopodiché i riflettori della Premier League con il Liverpool. Forse anche il destino a volte mischia le carte per ammazzare un minimo la noia e arriva la chiamata del Barcellona. In Spagna ritrova l’amore della sua vita, la donna per cui ha fatto tutta quella strada che non sarebbe mai riuscito a percorrere se non per lei. I genitori di lei acconsentono al matrimonio e dopo solo dieci anni, un trasloco intercontinentale e tre internazionali il predestinato criminale tossicodipendente, al secolo Luis “El Pistolero” Suarez, vive a Barcellona con la sua famiglia, di mestiere fa il centravanti del Barcellona e lo fa splendidamente bene. Ed oltre a vantare nel proprio palmares personale un campionato uruguaiano, una Coppa dei Paesi Bassi, una Coppa di Lega inglese, tre campionati spagnoli, quattro Coppe del Re, due Supercoppe spagnole, una Champions League, una Supercoppa Uefa, un Mondiale per club e una Copa Amèrica ha vinto le due partite più difficili e più importanti della vita di ogni uomo. Sposare la donna dei propri sogni e meritarla.

Fonte: un “Buffa”(intervento estratto da “Sport Frame Live”, preso da YouTube)