Propaganda attraverso lo sport

Casistica di un binomio assolutamente complicato

 

Turchia

Abbiamo osservato qui un caso in cui i vertici turchi hanno toccato il mondo dello sport. A mesi di distanza Enes Kanter e famiglia sono ancora sotto stretta osservazione da parte del governo turco e rischiano seriamente di non rivedersi mai più. Da diversi anni a questa parte esiste una folta casistica di sportivi turchi che si sono schierati pro o contro Erdogan. E la suddetta scelta, ovviamente, fa tutta la differenza del mondo. Citando due casi abbastanza recenti l’ex centravanti Hakan Sukur, miglior marcatore della nazionale turca, ha militato nell’Akp (partito di Erdogan) fino al 2013 dimettendosi dopo l’addio di Fetullah Gulen. Dopo le sue dimissioni è stato cacciato dal club di Istanbul, ogni documento ufficiale della sua militanza nei giallorossi è stato cancellato ed è stato accusato di essere coinvolto nel mancato golpe del 2016 che viene attribuito a Gulen. Nonostante le smentite l’ex Parma, Torino e Inter si è ritrovato costretto ad accasarsi negli Stati Uniti. Girando la medaglia invece Burak Yilmaz ed Arda Turan, due dei giocatori più rappresentativi del recente calcio turco, nell’aprile del 2017 si sono adoperati con tanto di videoappelli a favore del sì al referendum che ha aumentato vertiginosamente i poteri di Erdogan. Si potrebbero aggiungere diversi casi come il saluto militare con cui Gengiz Under nella scorsa stagione ha festeggiato un gol contro il Benevento (il talento della Roma è stato prelevato dall’Istanbul Basaksehir, squadra simbolo della collusione tra calcio e politica in Turchia che riceve sistematici aiuti fiscali e finanziamenti ed ha ottenuto i migliori risultati sportivi della sua storia con il terzo e secondo posto delle ultime due stagioni) in omaggio a tre soldati turchi deceduti nell’operazione militare anti-curdi ad Afrin, gesto per cui ha ricevuto i complimenti di Erdogan, o la sparatoria a cui è sopravvissuto Deniz Naki, tedesco di seconda generazione che prima di tornare nel campionato turco ha militato nel St. Pauli (tra l’altro squadra storica della sinistra tedesca) dove si è più volte schierato contro il Presidente. Limitarsi ad osservare i singoli casi è ovviamente restrittivo. Gli esponenti del governo turco non hanno potuto fare a meno di notare come nel 2013 lo sport turco è stato un esponente di spicco dei movimenti e delle proteste contro Gezi Park, un importante parco pubblico di grande interesse e sensibilità collettiva che avrebbe dovuto essere sostituito da un imponente centro commerciale. La Turchia sportiva, che “vanta” più di una tra le rivalità più accese e i derby più pericolosi d’Europa, ha visto tifosi del Galatasaray, del Fenerbache, Besikstas e Trabzonspor abbandonare le proprie divergenze per chiedere le dimissioni di Erdogan. Da quell’occasione negli stadi vengono banditi i cori politici e nasce il “Pasolig”, una specie di versione turca della tessera del tifoso con cui, in sostanza, il governo turco poteva accedere a tutti i dati personali di chi acquistava i biglietti delle partite: non solo la carta d’identità, ma anche il numero di cellulare e il conto bancario, attraverso una società legata al genero del presidente turco che immagazzinava i dati per poi metterli a disposizione del governo. Il tutto per ammazzare sul nascere rivolte in un settore strategico della società civile come quello sportivo. Da qui nasce l’idea dei politici di appropriarsi dello sport nazionale per farne un settore strategico di legittimazione politica e cassa di risonanza della propria propaganda.

La questione Ozil

Tempo addietro Mesut Ozil e Ilkay Gundogan, tedeschi di seconda generazione, hanno tenuto un incontro con Erdogan. Il regista del Manchester City su annessa domanda ha asserito che “sul momento non ho pensato al messaggio che sarebbe potuto filtrare, ma ovviamente avrei dovuto farlo” discostandosi da quel momento e finora da una situazione intricatissima. Nello stesso incontro invece il trequartista dell’Arsenal avrebbe lasciato la propria maglia autografata ad Erdogan con tanto di dedica “al mio Presidente”. Le polemiche della stampa tedesca ovviamente si sprecano e rimangono irrisolte fino alla spedizione per gli scorsi Mondiali in Russia. Poco dopo che “la maledizione dei campioni in carica” ha fatto il suo corso nella rassegna mondiale escludendo la Mannshaft ai gironi Mesut Ozil – stavolta con minuziosa attenzione visto gli strascichi del fatto “incriminato” – con una lettera lunga ben tre caratteri massimi disponibili a post – annuncia il proprio addio alla nazionale tedesca attraverso i profili dei propri social network accusando di razzismo alcuni politici della sinistra tedesca. La polemica che ne è scaturita non è attribuibile a Ozil, poiché visti i precedenti ci ha tenuto a comportarsi in modo neutrale. A lui si potrebbe attribuire una certa incoerenza e lo si potrebbe accusare di aver sputato nel piatto dove ha mangiato, che lo ha fatto diventare il fenomenale numero 10 che obiettivamente è e che lo ha fatto diventare campione del mondo in Brasile nel 2014. Ma la responsabilità è della frettolosità tipica del giornalista, della malafede e dell’ignoranza della gente. Il novanta percento della nostra opinione pubblica ad esempio non ha esitato a puntare il dito contro la Germania, però quando la Francia ha vinto il Mondiale “il Mondiale l’ha vinto il Senegal” (…).

Black, Blanc, Beur:

“Negli ultimi vent’anni l’equipe de France ha fatto da cassa di risonanza per le questioni identitarie francesi. Per uscire da questa situazione, che ha creato problemi sia alla Nazionale sia alla nostra società, credo sia necessario che la politica si allontani il più possibile dalla squadra.”, ha dichiarato l’ex Presidente François Hollande a Le Monde poco prima dell’inizio dei Mondiali. “Black, blanc, beur” è stato un nome ed un destino per la Francia campione del ’98 e un motto con cui i vertici francesi da quel Mondiale hanno cercato di chiudere con il proprio passato coloniale e di promuovere l’integrazione attraverso la Nazionale. Invece l’attuale Presidente Emmanuele Macron non nasconde che i francesi ripongono molta fiducia nella propria squadra. La “Francia delle banlieues” anche stavolta ha delle grandi responsabilità anche non strettamente sportive, ma gli ultimi attacchi terroristici in Francia hanno complicato ulteriormente le cose e stretto il popolo avvicinandolo più calorosamente al proprio paese. La Francia si porta a casa la Coppa del mondo contro una fantastica Croazia, forse la migliore di sempre. Alla festa all’Eliseo Macron invita circa millecinquecento bambini dei poles espoirs, delle strutture sportive in cui i vari Kantè, Mbappè e Pogba sono cresciuti umanamente e sportivamente, ed annessi addetti ai lavori rendendoli omaggio per il lavoro fatto. Anche perché quel lavoro sicuramente è uno dei fattori che hanno portato la Coppa all’ombra della Tour Eiffel. “Non vi dimenticate mai da dove venite”, ha dichiarato Macron rivolgendosi alla squadra campione del mondo. “Voi arrivate dai club che vi hanno formato grazie all’impegno di questi tecnici.” La multietnicità è un dichiarato pregio della Francia. Con buona pace della Le Pen.

Pallavolo e calcio per Bolsonaro:

Il sette ottobre Jair Bolsonaro è diventato Presidente della Repubblica in Brasile con il cinquantacinque percento dei voti. Alcuni giocatori della Nazionale brasiliana di pallavolo durante i Mondiali dopo i match contro Egitto e Francia hanno posato in uno scatto ufficiale della federvolley verdeoro (presto rimossa) facendo un chiaro gesto di appoggio al leader dell’estrema destra e attuale Presidente. Il centrale Mauricio Souza e l’opposto Wallace con le mani compongono un 17, il primo con l’uno mentre il secondo cinque e due. Sarebbe il numero di Bolsonaro sulla scheda elettorale. In molti ci hanno visto qualcosa di premeditato, pur essendo difficile. Anche diversi calciatori ex della seleçao, tra cui monumenti come Ronaldinho, Cafu e Rivaldo si sono schierati in favore dell’estrema destra. I due ex blaugrana tra l’altro sono stati severamente ammoniti dal Barcellona in quanto ambasciatori del club.

 

In definitiva il connubio politica-sport esiste. Tuttavia, quando lo sport viene strumentalizzato a fini propagandistici, la cosa non può che far preoccupare gli appassionati.