“Lettere di uno sconosciuto” di Zhang Yimou

Presentato nella sezione “Fuori concorso” dell’ultimo festival di Cannes (2014), Lettere di uno sconosciuto (Gui Lai) del regista cinese Zhang Yimou è un intenso melodramma dai toni cupi e intriso di malinconia. Un padre di famiglia viene imprigionato ai tempi della rivoluzione culturale in Cina, quando sua figlia aveva appena tre anni. Dopo dieci anni riesce a scappare per tornare dalla famiglia ma proprio quando sta correndo incontro a sua moglie per riabbracciarla viene ricatturato dalle forze dell’ordine in una delle scene di maggior potenza emotiva del film, con l’assordante rumore del treno in arrivo che copre le voci dei due coniugi che non riescono così più a comunicare, separati ulteriormente dal ponte che invece di unirli li divide con l’arrivo della polizia. La donna durante la corsa cade e batte la testa. Più in là le verrà diagnosticata un’amnesia. Passano altri dieci anni e l’uomo viene liberato ma quando torna a casa la moglie non lo riconosce.

Il film si apre nel buio di una notte dalla pioggia fitta e incessante, correlativo oggettivo dell’animo tormentato dei personaggi, l’uomo infatti è appena scappato e la moglie e la figlia sono state avvertite dalla polizia, ma mentre la prima non è affatto convinta di denunciarlo alla legge qualora tornasse, la figlia, indottrinata dal partito, risponde prontamente che lo farà non appena si sarebbe presentato. La pioggia così diventa anche metafora di combattimento, quello dell’uomo che cerca con tutte le forze di riunirsi alla famiglia, e conflitto, quello tra madre e figlia. La pioggia iniziale non è l’unico filtro visivo, il film di questi espedienti ne fa largo uso: porte, pareti, vetri, binari, ringhiere, il ponte sopracitato, ma soprattutto il tempo unito all’amnesia della donna sono la barriera più dura da sconfiggere. È un film sull’amore come devozione, ma anche sul passato in grado di divorare il presente, un passato che acceca, e la malattia altro non è che una metafora utilizzata per dirci che quello che aspettiamo anche se sembra non arrivare mai, spesso ce lo abbiamo proprio sotto i nostri occhi o meglio al nostro fianco. Non dobbiamo guardare tanto lontano, né nel tempo né nello spazio. Ma il passato è come una malattia da cui sembra impossibile guarire, ed è così che il film se si era aperto nella combattività di una pioggia incessante, si chiude nella poesia e nella delicatezza ma anche nella rassegnazione di una neve leggera, col messaggio che la vita è un viaggio che va percorso giorno per giorno in direzione della consapevolezza e non una stazione in cui si aspetta qualcosa/qualcuno che non arriverà mai. Non si può vivere il presente se si guarda indietro, al passato, verso un fuori campo.

Tuttavia la regia risulta abbastanza sobria e contenuta, al servizio di una narrazione la cui sceneggiatura pecca di ripetitività e sentimentalismo, sfiorando il ridicolo in un paio di scene. Forse 111 minuti sono un po’ troppi, con qualche taglio nella parte centrale il messaggio sarebbe arrivato ugualmente allo spettatore, evitando di annoiarlo. Ma la potenza evocativa dell’immagine in chiusura, insieme alla sequenza della cattura in stazione e all’intensissima recitazione di Gong Li fanno di Lettere di uno sconosciuto un film che, se sicuramente non lascerà il segno nella storia del cinema, si imprimerà nell’animo dello spettatore che, ancora scombussolato, abbandonerà la sala con un sentimento di vuoto e malinconia.

Dal 26 marzo al cinema.

Voto: 7