Politiche socio-sanitarie: se la crisi fosse un’opportunita’?

“C’è la crisi” è un mantra ripetuto sempre più spesso per spiegare in modo superficiale e sbrigativo le contraddizioni e i buchi dell’attuale sistema di welfare. Un sistema schiacciato dalla mancanza di risorse, da una parte, e dall’emergere di nuove e dilaganti problematiche, dall’altra. La crisi viene utilizzata come spiegazione, come chiosa di un discorso che non si affronta a pieno nell’eterno dibattito tra chi ‘taglia’ e chi chiede un aumento delle risorse a disposizione.

Uno scontro ideologico, forse anche antropologico, tra chi controlla e monitora i conti – sempre più in rosso – dello stato sociale e chi vede, assiste, conosce e incontra lo sguardo di quelle persone nascoste dietro i numeri delle fredde logiche di bilancio.

La ragione calcolante di chi amministra e l‘intelligenza emotiva di chi assiste non dialogano e si scontrano, unite però da un comune denominatore: la costante logica dell’emergenza che costringe ad essere veloci e superficiali sia nel chiudere bilanci che nell’affrontare i problemi delle persone più svantaggiate con risposte temporanee e fragili. E chi ci guadagna in questo sistema?

Ci guadagna chi, nella mancanza di pianificazione, lucra su bisogni gestiti con criteri da protezione civile permanente o, peggio ancora, in assenza di controlli fa la cresta su un posto letto o su un servizio appaltato. Ci guadagna chi, in assenza di criteri tecnico-scientifici per monitorare l’efficacia degli interventi, vede nel sociale un mercato profit come qualunque altro; campa sulla crescita dei problemi e si impoverisce se vengono risolti. Ci guadagna il politico di turno che gestisce l’emergenza e si fa scattare una foto vicino a terremotati, disabili, migranti, tossici e ci guadagna chi quella foto la scatta, ovvero un circo mediatico assetato di notizie e scandali che richiedono una risposta veloce: se poi sia efficace e risolutiva non li riguarda, i loro tempi hanno lo spazio di una settimana, di una giornata, di un click. Avviene così che in mancanza di una pianificazione politica, l’agenda degli interventi sia dettata dai media in base all’emergenza, quando, al contrario, nelle politiche socio-sanitarie si tratta di intervenire su bisogni spesso cronici e ben radicati nelle contraddizioni della nostra società. Si arriva così a parlare di emergenza freddo per i senza tetto, come se l’inverno non ci fosse ogni anno e in modo analogo si affrontano i problemi di tutte le fasce più deboli della popolazione.

La crisi che stiamo vivendo può essere, quindi, un’occasione per smantellare questo modo approssimativo di procedere. La parola crisi deriva dal verbo greco krino, che significa separare, scegliere ossia rimanda a una sfumatura essenziale di ogni situazione negativa: è un momento per scegliere, per distinguere, per riflettere.

Nel nostro caso distinguere tra Mafia Capitale e il cooperativismo centrato veramente sulla pubblica utilità, tra interventi che producono benessere e risparmio e interventi che servono più a chi li eroga diventando nel tempo buchi neri della spesa pubblica.

Tuttavia per distinguere è necessario distinguersi e operare un cambiamento di mentalità: la sola logica dell’intelligenza emotiva non basta più. Serve fare rete, creare modelli di intervento, monitorare l’efficacia dei propri interventi. Solo in questo modo l’intelligenza emotiva di chi assiste potrebbe scoprire di essere una risorsa indispensabile anche nella logica della ragione calcolante di chi amministra i conti. Perché prendersi cura delle persone in modo professionale produce prevenzione, risparmio e opportunità.

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