“L’inquilino del terzo piano” di Roman Polanski: tra paranoia e identità (l’analisi del film)

Martina Cancellieri

In molte interpretazioni del film, L’inquilino del terzo piano viene letto come la narrazione della nascita e l’evoluzione della malattia del protagonista. È indubbio che il tema del delirio paranoico sia parte del film, e diventa sempre più evidente con l’avanzare della narrazione, ma sarebbe troppo semplicistico ridurre tutto il film, e il romanzo di Roland Topor da cui esso è tratto, a questa chiave di lettura senza inserirla all’interno di un contesto più ampio e profondo. Il delirio paranoico è solo un effetto della perdita dell’identità a cui gira intorno la storia. I vicini non sono semplici persone severe e intolleranti che portano Trelkovsky (Roman Polanski) a soffrire di allucinazioni, sin dall’inizio essi rappresentano invece la società che sta fuori la porta di casa, che ci manipola per farci essere come vuole lei, ci impone i suoi gusti e i suoi comportamenti cercando di annullare l’identità del singolo; questo spiega il continuo riferimento agli specchi che raffigurano la scissione dell’Io e il fatto che l’identità di Trelkovsky venga gradualmente cancellata per lasciare posto alla nuova Simone Choule.
La storia in sé potrebbe dunque narrare solo uno dei tanti suicidi provocati dai vicini-società nei confronti di chi di volta in volta abita quell’appartamento. L’appartamento esprime sempre qualcosa che è legato al carattere, ai gusti e allo stile di vita di una persona, melodrammaticamente esso può essere considerato il corpo in cui abita e con cui viene espressa l’identità. Ma appena si mette piede fuori si entra in contatto con la società da cui è impossibile alienarsi anche cercando di rinchiudersi nel proprio nido come fa Trelkovsky, perché lei è sempre lì fuori che sbatte alla porta e alle pareti, influenzando il comportamento nel ricordargli che esiste, che non è solo e che si deve adeguare alle sue leggi. A questo punto è bene sottolineare che il film è il terzo di una trilogia detta “dell’appartamento” (segue a Repulsione e Rosemary’s baby).
Già dal titolo del romanzo di Roland Topor: La locataire chimérique, il protagonista viene descritto non in base al lavoro che fa o a una propria caratteristica personale ma come un inquilino, chimerico, colui che abita… ma cosa, dove, con chi, o meglio, circondato da chi?
Il lavoro di distruzione dell’identità è annunciato già nel titolo ed ha inizio dalla prima frase del romanzo: “Trelkovsky era appena stato sfrattato” e dai titoli di testa del film, dove le immagini di Trelkovsky e Simone Choule si alternano e/o fondono, preannunciando la trasformazione. Inoltre bisogna ricordare che il protagonista nel romanzo è russo, nel film polacco come Polanski, ma sin dall’inizio viene detto che trasferendosi a Parigi assume la cittadinanza francese.
Va notato anche con che sicurezza la portinaia rassicura Trelkovsky riguardo l’appartamento dicendogli che “non c’è pericolo” che l’ex inquilina guarisca e ritorni. Siamo solo all’inizio di una serie di eventi che influenzeranno il comportamento del protagonista che diverrà sempre più ansioso e sottomesso a causa del timore per il giudizio dei vicini. Così, dopo qualche lamentela in seguito a una serata passata insieme ad alcuni amici, la mattina seguente Trelkovsky, trasportando l’immondizia perde i rifiuti per le scale e nonostante si affretti nel tornare indietro a riprenderli essi non ci sono già più; sono sparite le sue tracce, come se lui non fosse mai passato. Comincia a diventare paranoico. Poco dopo subisce un furto e il proprio appartamento viene messo sottosopra. Il processo di cancellazione/trasformazione della sua identità si fa sempre più evidente. Il giorno in cui Trelkovsky si sveglia e nello specchiarsi vede che è truccato come una donna comincia a riflettere e trae la conclusione che i vicini, e non solo, stiano complottando contro di lui per farlo impazzire e suicidare come hanno fatto con Simone Choule. Anche i baristi infatti danno il loro contributo servendogli sempre senza chiedere ciò che ordinava la precedente inquilina.
Il processo che si è avviato è irreversibile e Trelkovsky comincia a rendersene conto. Il fatto che lui veda se stesso in un altro non è altro che la causa della scissione dell’Io; egli assume sempre più l’identità di Simone, nonostante cerchi di impedirlo, al punto di vedere il suo corpo fuori da sé.
Infine, nel tentativo di sfuggire alle grinfie dei vicini finisce per gettarsi dalla finestra, uscendo dal suo appartamento-corpo nella volontà di negare ciò in cui la società lo ha trasformato, ma allo stesso tempo confermandolo, compiendo il processo a cui era stato destinato. La morte (che avverrà nello stesso modo di Simone Choule) è la distruzione definitiva dell’Io.
L’ultima scena in ospedale sembra confermare tutto: lui delirante quando vede se stesso non prova spavento, anzi “l’immagine era confortante perché sembrava riflessa da uno specchio” ha scritto Roland Topor, e continua “come gli sarebbe piaciuto vedersi così, in uno specchio!”. Ma poi arriva Stella che lo chiama per nome: “Simone!”, Trelkovsky lancia un urlo.