La donna come enigma: il disturbo mentale femminile nel cinema

Martina Cancellieri

Fin dai tempi del teatro greco, toccando l’apice nella rappresentazione del melodramma romantico, e del Romanticismo in sé, nel suo sviscerare i meandri dell’animo umano, il disturbo mentale è da sempre il tema centrale di molte opere artistiche. Nel campo delle arti la follia viene spesso rappresentata nel suo aspetto più estremo e bizzarro: dal delirio amoroso all’isteria, dal genio stravagante al disturbo narcisistico di personalità, dal sadico omicida alla schizofrenia. Il motivo è piuttosto chiaro, gli aspetti elencati permettono di caratterizzare fortemente tali personaggi sotto il punto di vista psico-emotivo, rendendoli eccentrici e spettacolari, coinvolgendo così maggiormente lo spettatore. La nascita della psicoanalisi negli ultimi anni dell’800, coincide anche con la nascita della radio, dell’automobile, della catena di montaggio, sono gli anni della nuova concezione bergsoniana del tempo e dello scoppio della prima guerra mondiale: tutti fattori che hanno caratterizzato il XX secolo e le menti artistiche e intellettuali che vi hanno vissuto. Basti pensare alle avanguardie artistico-letterarie, nate proprio come urlo liberatorio e innovativo rispetto alla concezione più classica e tradizionale di arte del secolo precedente.

In questo nuovo clima psico-tecno-artistico vede la luce una nuova arte: il cinema. Qui a noi ora interessa il suo singolare legame con la follia (dunque per estensione con la psicoanalisi e la psichiatria). Sorvolando sulle affinità tecniche che il mezzo cinematografico ha con la mente umana (come il flashback e il primo piano) vorrei soffermarmi sui contenuti che riguardano il tema della follia, e più in particolare quello del disagio mentale femminile. Sì, perché se ci si pensa bene, nel cinema (come nell’opera) la rappresentazione del disagio psichico sembra una prerogativa della donna. Ci sono certamente casi di personaggi maschili affetti da disturbo mentale, ma i film con protagonista una donna “pazza” o che impazzisce sono nettamente in maggioranza. Sarà la predisposizione alla lunaticità, la presenza di un ciclo mestruale e dunque la possibilità di gravidanze a fare della donna un soggetto biologicamente e, per spostamento, psicologicamente, più complesso e profondo, ma anche il tradizionale concetto di “sesso debole”, che vede nella donna un’intrinseca fragilità. Tutto sembra venirci incontro, a partire dal termine “isteria” derivante dal greco “hysterion” che significa “utero”, una malattia dunque, l’isteria, per definizione legata al genere femminile. Tra i primi film sull’utilizzo della psicoanalisi come metodo di cura della nevrosi isterica troviamo Freud – passioni segrete (1962) di John Huston. Il film, ispirato da eventi reali, narra uno dei primi casi di isteria trattato da Breuer e Freud. Ma le pellicole che tirano in causa la follia femminile, anche e soprattutto al di fuori dagli ambienti psichiatrici, sono numerose e variegate.

Due grandi film della storia del cinema che descrivono i comportamenti maniacali delle protagoniste sono Viale del tramonto (1950) di Billy Wilder e Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) di Robert Aldrich. Nel primo la protagonista è Norma Desmond (Gloria Swanson) un’ex diva del muto, che non accetta l’avvento del sonoro e con esso la fine della sua carriera. Nel secondo Jane Hudson (Bette Davis) è una bambina ambiziosa che fa spettacoli di canto e ballo nei teatri di vaudeville. Crescendo però nessuno si ricorderà più di lei, mentre la sorella Blanche (Joan Croawford) diventerà una famosa attrice. Norma e Jane reagiscono in modo analogo, imprigionando, nelle loro case/prigioni, la prima un giovane sceneggiatore e l’altra la sorella Blanche. Le loro vite si aggrappano al ricordo di ciò che erano un tempo, e ciò che esse credono di essere ancora, ma la loro popolarità è svanita e insieme ad essa la loro sanità mentale che lascia lentamente spazio a comportamenti narcisistici, ossessivi e maniacali. Negli spettacolari e amari finali, Norma è ripresa dall’alto della scala della sua casa, mentre Jane balla in spiaggia circondata dalla folla. Due sequenze potentissime e drammatiche, in cui le protagoniste, ormai completamente folli, credono di essere il centro dell’attenzione grazie al loro successo. In realtà è la loro pazzia ad aver attirato tutti.

Su un’altra scia si pongono molti film dello svedese Ingmar Bergman, maestro del dramma psicologico, tra questi Persona (1966) e L’immagine allo specchio (1976). Un’attrice teatrale smette improvvisamente di parlare durante uno spettacolo e una dottoressa di una clinica psichiatrica si trasferisce a casa dei nonni dove si risveglieranno in lei incubi e traumi. Entrambi i ruoli sono interpretati magistralmente da Liv Ullmann in due pellicole che mettono al centro l’incomunicabilità, la donna e la sua complessità psicologica rappresentata in due modi estremi: il silenzio forzato e le esperienze traumatiche infantili che riemergendo culmineranno in una crisi dissociativa.

Altri due esempi di film in cui la donna è portavoce della follia sono Veronika Voss (1982) di Rainer Werner Fassbinder e Mulholland Drive (2001) di David Lynch. Entrambi omaggi al sopracitato Viale del tramonto di Wilder, di cui Mulholland drive può esserne persino considerato una rivisitazione odierna in chiave psicoanalitica. È interessante notare come la pazzia nei due film è innanzitutto nell’immagine cinematografica, in Fassbinder sapientemente rappresentata da una fotografia in bianco e nero a tratti accecante a tratti offuscata come la mente di Veronika (Rosel Zech); mentre in Lynch è l’andamento onirico e perturbante della macchina da presa, rappresentante di un’istanza fantasmatica, ad accompagnare le fantasie e gli incubi di Diane (Naomi Watts).

Alcuni famosi registi che hanno messo in scena un disturbo mentale legata alla sessualità femminile: Hitchcock con Marnie (1964), Polanski con Repulsione (1965), Haneke con La pianista (2001), Faenza con Prendimi l’anima (2002), Aronofsky con Il cigno nero (2010), Cronenberg con A dangerous method (2011), Lars von Trier con Nymphomaniac (2014). In tutti questi casi delle letture psicoanalitiche contemporanee darebbero ancora ragione al vecchio signore viennese quando affermava che “la femminilità è un enigma“. Forse è proprio questo il motivo per cui la donna viene spesso chiamata in causa per affrontare un argomento altrettanto complesso ed enigmatico come quello dei fantasmi e dei disturbi della mente umana.