#lovewin, l’America e i matrimoni gay

Maria Carla Sicilia

La notizia della legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso in tutti gli Stati Uniti d’America, resa possibile da una sentenza della Corte Suprema dello scorso 26 giugno, ha fatto in poco tempo il giro del mondo. Lo sfondo arcobaleno sulle immagini di ogni social network ne è diventato subito il simbolo, contagiando milioni di persone e colorando anche la foto dei profili istituzionali della Casa bianca. “Gli omosessuali non sono più cittadini di seconda classe. L’America deve essere orgogliosa di questo passo storico” ha commentato Barak Obama,che ha lanciato anche l’hastag #lovewin.

La Corte ha stabilito che negare la possibilità di congiungersi in matrimonio a coppie dello stesso sesso viola il quattordicesimo emendamento della Costituzione americana, un principio tanto scontato quanto spesso sottovalutato: i cittadini sono uguali davanti alla legge.In questo modo sono stati resi incostituzionali gli atti con cui alcuni stati non riconoscevano i matrimoni celebrati in altri stati. La rivoluzione culturale che ha permesso il riconoscimento di questo storico diritto in America non è infatti questione di pochi mesi: si tratta di un traguardo già raggiunto in ben 36 stati.

La forte impronta federalistica degli Usa permetteva ai singoli stati di regolare tali questioni in maniera indipendente. Così, prima di questa sentenza, erano rimasti in 14 gli stati che si rifiutavano sia di celebrare i matrimoni gay che di riconoscere quelli celebrati altrove. Tra questi, per esempio, non mancava di comparire il Texas, noto per la sua forte tradizione politica conservatrice.

Il vero nodo sciolto dalla Corte, che di fatto è intervenuta in una questione fino a quel momento giudicata di arbitraria competenza degli organi federali, è stato di inscrivere il diritto di sposarsi tra i diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla Costituzione. Fino allo scorso giugno era considerata piuttosto una questione politica quella di riconoscere o meno tale possibilità, ed è stata questa l’argomentazione più usata dai governatori conservatori in questi anni, che della faccenda hanno fatto una bandiera politica e religiosa. Proprio in nome della libertà di manifestare la propria religione, il governo del Texax non ha tardato a sfidare la Corte subito dopo la sentenza. Secondo il governatore del Texas, i funzionari che in base al loro credo religioso non sono d’accordo all’unione di due persone dello stesso sesso, potranno rifiutarsi di celebrare i matrimoni. Una specie di “obiettori di coscienza”, passibili sì di denuncia – riconosce il ministro – ma ufficialmente protetti dal governo federale.

Tuttavia, nonostante i dissensi e le conseguenze nel dibattito pubblico non sempre all’altezza del passo storico che si sta compiendo, spostare l’asticella del ragionamento dalle ideologie alle persone può essere la chiave di volta della questione sui matrimoni gay. Avere riconosciuti pari diritti e pari opportunità senza discriminazioni di alcun tipo è infatti un principio basilare, riconosciuto, tanto per ricordarcelo, anche in Italia. Il passaggiodalla teoria alla pratica prevede però un salto culturale che passa attraverso l’educazione a tale principio, tanto scontato – la ripetizione è d’obbligo – quanto spessosottovalutato