Donne, follia e i servizi di salute mentale

Due nemici per la vita e per la morte avevano scelto

come campo di battaglia lo spento paesaggio della mia anima.

Solo la pazzia mi proteggeva dall’insopportabile dolore che, altrimenti, i due mi avrebbero causato.

Così mi tenevo ben stretta alla pazzia ed essa a me.

Nel più profondo del mio intimo, là dove essa non penetrava,

resisteva una coscienza della mossa e della contromossa che mi concedevo “più in su”.

Un tratto umoristico in ogni pazzia.

Chi sa riconoscerlo ha vinto.

(Christa Wolf in Cassandra).

Fin dagli anni ’70, e in maniera più pregnante dagli anni ’90, è diffusa la consapevolezza che la salute e i diritti delle donne, il tema delle differenze, delle pari o impari opportunità costituiscono questioni centrali per la promozione di una cultura aperta e democratica dei servizi sociosanitari. La dimensione di genere non è ancora pienamente utilizzata come strumento sistematico per programmare le risorse e gli interventi di promozione della salute in generale e della salute mentale in particolare, ancora persistono stereotipi di genere nella medicina, nella ricerca e nell’organizzazione dei servizi. Anche se è acquisizione ormai generalizzata che nei confronti delle donne l’uguaglianza nei diritti, le pari opportunità possano essere raggiunte solo attraverso formulazioni legislative e buone pratiche che vadano a diminuire e/o abolire la disparità che di fatto esiste e si riproduce, dall’ultimo rapporto del Labos sulle povertà estreme in Italia, le donne risultano essere quelle maggiormente a rischio di deriva sociale, ma non sono per loro individuati e sviluppati programmi specifici di abilitazione ed integrazione sociale.
Affronto da quest’ottica la questione “diritti di ogni genere”, convinta di voler porre questioni ed interrogativi che riguardano noi donne operatrici della salute mentale ed insieme le donne utenti.
Parto da una considerazione: è l’assenza che caratterizza le donne nella psichiatria, dove “presenza” vuol dire visibilità, parola, autonomia, potere. Ad esempio recentemente in Inghilterra la questione principale nei manicomi civili e giudiziari è stata legata alle storie di violenza fisica e sessuale che si consumano sulle degenti, ma contemporaneamente si è voluto affrontare la questione dell’arretratezza e invivibilità delle strutture attraverso reparti psichiatrici misti. Eterna contraddizione che riduce ancora una volta la donna a merce d’uso per una umanizzazione e trasformazione sociale, senza mai volgere attenzione, progetti, sforzi, risorse, al suo riconoscimento e alla sua valorizzazione in sé.
Riconfermo che la lotta al manicomio e alle sue logiche era ed è condizione prioritaria da cui partire. Ma anche qui una differenza: è la sessualità che viene mortificata ed offesa nella donna reclusa, attraverso questa avvengono punizioni e ricatti. Se violenze sessuali, trasgressioni nel ruolo, pratiche di opposizione ed emancipazione, portano la donna in manicomio, l’unica possibilità di uscita è scegliere di ritornare di nuovo nello spazio chiuso della famiglia, nei ruoli tradizionali. E’ per questo, forse, che le donne degenti nei ‘manicomi’ e nella residenzialità protratta sono meno degli uomini, pur essendo invece maggiore il numero di donne in carico ai servizi psichiatrici.
E’mancata e manca ancora oggi nelle donne, la coscienza che il manicomio, la psichiatria, erano figli naturali di una logica assoluta che non permetteva diversità/differenziazioni. E così, se alcune percorrevano negli anni nella deistituzionalizzazione la logica della parità/omologazione, altre di fatto riproducevano l’oggettivazione di sè, sfumavano la loro differenza e si immergevano in un terreno di una psichiatria liberata da tutto, tranne che dal suo essere scienza maschile.
Ad oggi, vanno ancora messe a punto pratiche di differenziazione che permettano di costruire servizi comunitari in grado di fornire risposte di cura specifiche per le donne, rifiutando i processi di uso della donna per l’umanizzazione delle istituzioni. Urgente è anche l’attenzione alle forme di violenza fisica, psicologica, sessuale da parte del Servizio Sanitario e la messa a punto di programmi di prevenzione, informazione e formazione, tesi al riconoscimento di una domanda di salute specificatamente femminile.

La differenza di genere oggi si prefigura sempre meno come una stabile linea di confine, ma come un campo di tensione, segnato da cambiamenti e contraddizioni. I servizi come possono recepire, elaborare e rilanciare oggi le questioni “di genere”? Per costruire una strategia volta alla promozione della salute rispettosa del genere, occorre attivare le competenze e le professionalità delle operatrici e degli operatori e, soprattutto, occorre costruire un senso di comunità, premere affinchè avvengano mutamenti culturali forti nel tessuto sociale e nelle relazioni, promuovere pratiche di solidarietà e di reciprocità, libertà e responsabilità tra le donne e gli uomini.

Alla logica oggettivante dell’interpretazione psichiatrica va sostituito il riconoscimento della soggettività, perchè nessuna debba più chiedersi, come Kate Millet nel suo libro “Il Trip della follia“:
… perchè non chiamarla sofferenza? Hai permesso che la tua sofferenza, persino l’offesa che hai subito, venissero trasformate in malattia. Hai lasciato che la tua opprimente ed apparentemente inspiegabile sofferenza di fronte a ciò che ti è stato fatto, il trauma e l’infamia del trattamento, venissero trasformate in misteriosa psicosi. Come hai potuto permetterlo?”.