Il sesso del cervello

Andrea Terracciano

Nonostante oggi sia sempre più frequente trovare un’inversione dei ruoli sia nel lavoro che per quanto riguarda l’educazione dei figli, sia più comune essere papà-sitter che cucinano e rassettano la casa o donne in carriera, anche se si sta iniziando a smettere di pensare, insomma, che l’uomo venga da Marte e la donna da Venere, c’è ancora una forte percezione sulla differenza di genere e non si contano gli studi che ricercano una causa biologica o fisiologica per spiegare scientificamente la differenza tra i sessi, a partire dalla forma e struttura del cervello. Ma è effettivamente così?

Gli studi di questo tipo vanno decisamente di moda: un team dell’Università di Cambridge ha eseguito una revisione su tutti i 126 articoli pubblicati dal 1990 al 2013. Ad esempio, secondo queste ricerche risulta che i maschi, in media, hanno un cervello più grande rispetto alle donne. “I risultati evidenziano un effetto asimmetrico del sesso sul cervello in via di sviluppo” sostiene lo studio, che però nota anche come sia “importante sottolineare che abbiamo studiato solo le differenze di sesso nella struttura del cervello, quindi non possiamo dedurre nulla su come questo si riferisce al comportamento o la funzione cerebrale. L’integrazione tra i vari livelli sarà un obiettivo importante per la ricerca futura”.
Un recente studio dell’Università di Warwick ha sottoposto gruppi di uomini e donne a un compito di decision making concludendo che gli uomini giudicano in maniera più generale e superficiale mentre le donne, in parte, sono più accurate. Sarebbe questa la causa del fatto che gli uomini tendano a categorizzare il mondo più rigidamente, mentre le donne siano più flessibili.
All’Università di Zurigo hanno studiato la reazione del cervello maschile e femminile all’ossitocina, l’ormone secreto dall’ipofisi, che rende più calme e amichevoli le donne e più sensibili, propositivi e eccitati sessualmente gli uomini. Se non bastasse, l’università del South Florida, il National institute of Health, la Columbia University e il New York State psychiatric institute, in una ricerca congiunta, hanno decretato che la donna è più predisposta alla felicità – ma anche all’ansia e agli sbalzi d’umore. Naturalmente gli autori affermano che non esiste un gene per la felicità ma che probabilmente dipende da una combinazione di più geni che possono avere un’influenza.

Non tutta la comunità scientifica è però concorde col fatto che queste ricerche dimostrino una reale differenza fra i generi: dall’università del Wisconsin la ricercatrice Janet Shibley Hyde ha svolto una review delle principali meta-analisi condotte sull’argomento e sostiene che “maschi e femmine sono uguali, fatta eccezione per piccole variabili psicologiche”, facendo a pezzi le teorie della diversità su base biologica.
Rebecca Jordan-Young di Harvard, individua una debolezza metodologica di fondo che rende impossibile fare esperimenti in cui tutte le variabili siano controllate. Sarebbe piuttosto un tipo di addestramento sociale ad influenzare il comportamento, la personalità e le percezioni.
Altro parere contrario alla tesi della differenza biologica è quello di Raffaella Rumiati, del centro di neuroscienze cognitive alla SISSA di Trieste, che nel libro “Donne e uomini. Si nasce o si diventa?” sostiene che non è chiaro quali siano le differenze cognitive o comportamentali relative alle differenze morfologiche tra i cervelli. Dello stesso parere è anche James Flynn, uno dei massimi esperti internazionali sul quoziente intellettivo. Flynn ha osservato che negli ultimi cento anni il Q.I. dell’essere umano è aumentato, ma più velocemente nelle donne e collega questo miglioramento non a basi genetiche ma alle maggiori possibilità di istruzione ed espressione che le donne hanno avuto rispetto al secolo scorso. Sarebbe quindi importante anche valutare gli aspetti sociali che influenzano i generi.

Andando ad allargare l’inquadratura, in definitiva, la cosa che salta agli occhi è che se si può partire dal microcosmo di ormoni e sinapsi e descriverne le differenze tra maschi e femmine; tuttavia è indispensabile arrivare anche a valutare il contesto ambientale e culturale nel quale essi vivono la propria esistenza. Gli studi sulle differenze di genere legate alla differenza biologica sono state definite dalla scienziata australiana Cordelia Fine come “neuro-sessismo”. È chiaro che il sessismo, anche applicato alle neuroscienze, rischia di riportare alla luce idee e pratiche retrive e anacronistiche. Nella società moderna, che tende, faticosamente, all’uguaglianza fra i sessi, il rischio che si corre nel centrare l’attenzione sulle differenze tra generi, nel renderle evidenti con una prospettiva biologica, è quello di portare poi a giustificare presunti ruoli “naturali” e reiterare dinamiche patriarcali e sessiste. Se le differenze esistono, e la scienza lo sta dimostrando, non è però dimostrabile che un cervello – e un genere – sia dominante sull’altro.

Andrea Terracciano

Illustrazione di Mike Mine