L’altra prospettiva: Relive, gli sportelli per gli uomini maltrattanti

Maria Carla Sicilia

Dalla Convenzione di Istanbul passando per il decreto legge 93/2013, poi convertito nella legge 199 del 2014, sé stata tracciata una linea di intervento per contrastare la violenza di genere che si affianca ai centri antiviolenza per le donne e riguarda gli uomini autori delle violenze. La prospettiva è quella di intervenire per evitare che i comportamenti degenerino e si ripetano, sviluppando con gli uomini percorsi per prendere consapevolezza che la violenza è “una scelta, espressione di una cultura malata, dell’ineguaglianza di genere, ma anche di una difficoltà di chi la agisce”. Ne abbiamo parlato con Alessandra Pauncz, presidente del Cam di Firenze e di Relive, l’associazione che da poco ha raccolto le varie esperienze di centri d’ascolto per uomini maltrattanti presenti in Italia.

Come nasce Relive?
L’esperienza del lavoro con gli autori è molto recente in Italia, il Cam di Firenze ha cominciato nel 2009 e a seguire sono stati aperti altri centri. Nel Piano nazionale contenuto nella legge 119 dell’ottobre scorso (art. 5) si parla di linee guida nazionali e si fa riferimento ad un approccio metodologico che deve in qualche modo guidare l’azione di questi centri per autori. Allora c’è sembrato che per avere un’interlocuzione più autorevole sul tema era utile unirsi tra le realtà che sul territorio lavoravano su questi temi. Insieme abbiamo trovato una convergenza adattando delle linea guida, consultabili sul sito di Relive. È importante cominciare un lavoro, riflettere sulle delle linee di accreditamento, dei livelli di qualità e metodologici in questi settori.

È una riflessione che sta iniziando…
Relive ha dei soci che da più tempo lavorano su questi temi, realtà più consolidate, ma nello stesso tempo ha la possibilità di affiliare delle realtà più nuove creando insieme percorsi per arrivare a questi standard. Percorriamo un doppio binario, tra realtà consolidate e l’affiliazione di realtà nascenti.

Veniamo al lavoro dei singoli centri. Raccontaci come avviene il contatto tra gli uomini e gli sportelli.
Ci sono tre canali principali di arrivo degli uomini. Uno riguarda la magistratura, è il canale dell’ufficio esecuzione penale esterna. Si tratta di percorsi che sono o all’interno del carcere o nelle fasi di messa alla prova, in cui l’uomo sta facendo un progetto di reinserimento. Sono invii coatti, monitorati dal sistema giudiziario. In quest’ambito degli invii giudiziari esiste una possibilità che non è stata ancora molto sviluppata ma che secondo noi prenderà campo nei prossimi anni con l’applicazione della legge 119. Il questore può non solo fare ammonimento nei casi di stalking, ma anche nei casi di violenza,e in questa fase di ammonimento la legge prevede anche che il questore informi i servizi per la presa in carico. In una fase più preventiva questo è uno dei passi fondamentali.

Gli altri canali?
Si tratta di invii degli uomini da altri servizi, quando altri professionisti, come servizi sociali, servizi sulle dipendenze, rilevano una situazione di conflittualità e di violenza e indirizzano gli uomini verso i nostri centri. Non sempre però questi riescono ad intercettare questo problema. In questo senso è valso molto il lavoro che il Cam di Firenze ha fatto con i medici di medicina generale e con i pediatri di base. Ci sono infine gli arrivi spontanei, differenziati a seconda delle realtà, e in questo senso gli uomini arrivano quasi sempre su pressione della compagna. Arrivano avendo guardato il sito, avendo trovato materiale, proprio rendendosi conto che il problema gli sta sfuggendo di mano. Nel caso di Firenze abbiamo un’utenza a maggioranza volontaria, più del 90% degli uomini arrivano spontaneamente.

Forse a fare la differenza è il fatto che il Cam di Firenze è una realtà presente da più tempo sul territorio.
Può essere, ma quello che secondo me succede in molti altri centri è che quando partono puntano molto sull’appoggio degli altri servizi. Prima che ci siano invii effettivi da parte di medici e altri servizi passa molto tempo, è solo rivolgendosi anche direttamente agli uomini che i Cam possono decollare.

relive

 

 

A proposito di rapporti tra i servizi, ci sono interventi condivisi con i centri antiviolenza per donne?

Nelle linee guida la collaborazione con i centri antiviolenza è ritenuta fondamentale e secondo tutti noi è un nodo centrale e importantissimo. Innanzitutto perché qualsiasi territorio per pensare ad un lavoro con gli autori deve avere un servizio di accoglienza per le vittime, che sono una priorità. Nel momento in cui prendi in carico un autore devi avere la possibilità di sostenere, dare indicazioni alla donna per la sua sicurezza. La priorità è la sicurezza di donne e bambini. C’è da parte nostra la volontà e la massima disponibilità alla collaborazione. Questo risulta talvolta un po’ complicato per una serie di timori, dalla competizione sulle risorse a timori legati al fatto che se le donne pensano che l’uomo inizi un percorso magari sono meno propense ad uscire dalla situazione di violenza domestica. Diciamo che siamo in una fase di conoscenza con alcune realtà, per esempio Ferrara e Trieste, dove c’è buona sinergia tra i due servizi. Metodologicamente è un vantaggio assoluto.

Gli operatori che intervengono in questo campo che tipo di formazione hanno o dovrebbero avere?
La formazione è fondamentale, abbiamo infatti istituito dei moduli formativi e un corso di formazione di dieci giornate. Abbiamo scritto dei libri per offrire delle linee guida, ci stiamo impegnando tantissimo per implementare questo aspetto perché rappresenta il tallone d’Achille di molte realtà che magari partono con l’idea un po’ romantica di voler affrontare questo tema e non si preparano adeguatamente all’impatto. In quest’ambito bisogna assumersi delle responsabilità forti, a volte dobbiamo fare delle scelte scomode. Bisogna esser capaci di stare all’interno della violenza e bisogna esser capaci di lavorare con persone che tendono a minimizzare e negare, tenere conto di questi elementi. È un lavoro molto difficile ed è importante che gli operatori siano adeguatamente formati.

Che margine di intervento sulla prevenzione della violenza c’è nei percorsi che prospettate?
Il lavoro sulla prevenzione è una grossa fetta del lavoro che facciamo. A volte lavoriamo su situazioni che non sono ancora degenerate in maltrattamento oppure su situazioni di conflittualità molto alte in cui ci sono stati episodi ma invece di esserci un’escalation di violenza c’è un contenimento. Per gli uomini che rimangono in trattamento il tasso di non recidiva è molto alto, in genere in un paio di mesi si interrompe la violenza fisica. Poi ci sono tutta una serie di ambiti di intervento, per esempio il sostegno ai padri nei percorsi di accoglienza alla nascita che secondo noi è un ambito che deve essere assolutamente potenziato perché spesso la violenza comincia durante la gravidanza o con l’arrivo del figlio. Intercettare gli uomini in questa fase è fondamentale. Poi c’è il lavoro nelle scuole, con i ragazzi, con altri ordini professionali, con altre associazioni e realtà sul territorio. Uno dei nostri colleghi sta facendo un lavoro di rilevazione nei servizi di Salute mentale rispetto alla percezione degli operatori sulla violenza, per integrare questi ambiti.

Rispetto alla salute mentale, ripensando alla tua esperienza pensi che gli uomini violenti siano influenzati da disturbi individuali?
C’è un dibattito aperto tra coloro che sostengono che la violenza sia più un problema di patologia individuale e quindi vedono questi tipi di intervento più legati all’ambito dei servizi di salute mentale, di intervento pubblico o addirittura criminologico, e chi invece ha una lettura del problema prettamente culturale e sociale. La mia opinione è che in questo ambito dobbiamo adottare un lente in grado di cogliere la complessità, perché non vedo nessuna giustapposizione tra questi due aspetti. C’è un piano individuale che intercetta un piano relazionale, di comunità e di processi storici evolutivi. Guardare a uno senza considerarli tutti complessivamente sarebbe assurdo. Pensiamo anche ai modelli di socializzazione maschile, per esempio al rapporto degli uomini con le emozioni, dal fatto che i maschietti non devono piangere, tutto questo incide su come uno si struttura a livello individuale e cognitivo. Il concetto della donna come oggetto, della donna posseduta, che è chiaramente un retaggio culturale, si struttura poi nell’individuo, nel suo piano cognitivo e l’intervento si fa poi sul piano individuale. Ritengo quindi che questa polarizzazione sia assolutamente priva di senso.

Qual è la tua opinione sulla legge contro il femmicidio?
Quello che non ci piace di questa legge è un approccio più securitario, il chiamare il Piano nazione “piano straordinario”. Ci sono una serie di messaggi culturali che non sono ideali. È anche vero che un contesto normativo e istituzionale si deve muovere all’interno di vincoli molto forti, per cui alcune azioni si possono intraprendere sacrificandone altre. L’alternativa è non farle. È compito della legge, tuttavia, inasprire le pene.

Non pensi che oltre alle misure restrittive sia necessario intervenire sul piano culturale?
Questa legge non abbandona le pene a se stesse, in quanto istituisce all’art. 5 un piano nazionale, bisogna vedere cosa se ne fa. È il piano nazionale che stabilisce come il paese affronta complessivamente il problema della violenza. A partire da ogni scuola di ordine e grado, a partire dal sessismo sui posti di lavoro, dalle discriminazioni in politica, nei Cda. Come il paese affronta questo problema a livello complessivo e che tipo di risposte vuole dare, non è qualcosa che possiamo trovare in un impianto normativo, perché ha tutta una serie di funzioni diverse.

Vuoi aggiungere qualcosa, sottolineare qualche aspetto tralasciato?
Vorrei sottolineare l’importanza della Convenzione di Istanbul, che inquadra bene i punti cardine del lavoro con gli autori e l’importanza di questo aspetto di intervento, che non credo che abbia nessun tipo di priorità, che sia più importante di altri pezzi. Ritengo sia un tassello fondamentale in una serie di interventi di contrasto alla violenza. Credo che dobbiamo fare di più e meglio per integrare questo tipo di servizi con la rete dei servizi sui territori, dobbiamo avere un’attenzione e una cura alla formazione degli operatori in modo tale che questi approcci, che sono molto complessi e che hanno una serie di criticità, siano affrontati con serenità e mettendo al centro dell’intervento la tutela delle vittime.