Femminicidio, una legge può bastare?

Maria Carla Sicilia

Il decreto legge n. 93 del 2013 contiene cinque articoli dedicati in maniera specifica al contrasto della violenza di genere. Prima dell’introduzione di tale legge le misure usate per trattare tali casi erano generiche, mentre adesso esistono delle aggravanti specifiche e più stringenti per gli uomini responsabili di atti di violenza contro le donne.

Tra le novità introdotte c’è l’aumento di un terzo della pena se alla violenza assiste un minore, se la vittima è in gravidanza e se il responsabile è il coniuge (anche separato) o il compagno (anche se non convivente). Ancora, è previsto l’allontanamento del partner maltrattante da casa e l’arresto obbligatorio in caso di flagranza. Per snellire i tempi dei processi, è stata infine istituita una corsia preferenziale che i tribunali potranno decidere di adottare.

Se da un lato è necessario riconoscere l’utilità di misure specifiche che tutelino le donne per far fronte ad un fenomeno sociale dilagante, indicato con l’abusato termine femminicidio, dall’altro viene spontanea una riflessione sul rovesciamento di tale prospettiva.

La legge ha il compito di regolare i comportamenti lesivi che emergono nel corso delle evoluzioni sociali, sapendosi innovare in base ai diversi contesti storici. Ma in senso più ampio, un buon legislatore ha anche il compito di correggere tali comportamenti, affiancando alle pene misure premiali ed educative affinché fenomeni sociali pericolosi possano lentamente spegnersi. Non da meno una buona informazione può concorrere nel dispiegamento di tale processo. Mentre un sistema di comunicazione distorto può alimentare le stesse logiche che sarebbero da contrastare. Molto spesso i cliché perpetuati nel racconto dei fatti di cronaca – e dagli opinionisti/tuttologi che li commentano – non fanno che creare alibi con cui giustificare i comportamenti violenti.

Piuttosto che il silenzio è sempre bene che se ne parli, potrebbe obiettare qualcuno. In una prima fase di denuncia potrebbe essere vero, rompere con una realtà data per scontata da troppo tempo non è mai semplice. Nel lungo periodo, tuttavia, il livello di riflessione dovrebbe crescere e strutturarsi, perché cresca e si strutturi anche il livello di percezione del problema nelle coscienze delle persone.

In quest’ottica l’istituzione delle legge contro il femminicidio è solo il primo passo verso la cura del problema. L’obiettivo ultimo dovrebbe essere il superamento di tale fenomeno, attraverso un percorso di educazione e trasformazione della società. Vinti determinati pregiudizi culturali influenzati da logiche maschiliste, ci si augura di poter ritornare a non avere una categoria speciale di reati a difesa delle donne.