“8 1/2” di Federico Fellini: tra sogno e riflessione metacinematografica

Martina Cancellieri

Già con La dolce vita Fellini inizia a perdere interesse per le ambientazioni in luoghi reali e per le narrazioni basate sulla relazione di causa ed effetto, per avvicinarsi a quello stile che lo avrebbe poi caratterizzato da lì in avanti, cioè scenografie perlopiù ricostruite nel Teatro 5 di Cinecittà, come è accaduto per la ricostruzione minuziosa di via Veneto e non solo ne La dolce vita, e una narrazione episodica, senza un punto d’avvio o una conclusione né collegamenti logici. Da quel momento in poi Fellini acquisirà interesse per uno stile onirico, in cui la fantasia, l’immaginazione e la memoria diventano centrali, con montaggi di immagini accomunate tra di loro come fossero associazioni oniriche e non dunque con giustificazioni logiche. Tutti questi elementi di solito sono inseriti in una cornice più ampia che è quella della riflessione metacinematografica.

8 ½ appartiene a questa tipologia di film, successivi a La dolce vita, e coniuga una forma narrativa di carattere onirico a un’analisi autoriflessiva sulla creatività cinematografica. Già il titolo non ha nulla a che vedere con il contenuto del film, infatti il numero sta ad indicare che fino a quel momento Fellini ha girato 8 film e ½ (contando come mezzi il film codiretto con Lattuada, Luci del varietà, e i due episodi: Un’agenzia matrimoniale e Le tentazioni del dottor Antonio per i film corali: L’amore in città e Boccaccio ’70).

L’interesse per i sogni è evidente sin dall’inizio, la pellicola infatti si apre con un incubo del protagonista Guido per poi scaraventare lo spettatore in quella che è tenuto a considerare come “realtà” all’interno del film, ovvero la stanza d’albergo in cui Guido si trova ed è messo sotto pressione dal dottore e dal suo sceneggiatore. Se questa può sembrare una situazione piuttosto normale, Fellini nella scena successiva, ambientata in bagno, ricorda allo spettatore con dei piccoli stratagemmi (le luci abbaglianti come quelle di un set e il rumore di fondo che ricorda la presa del sonoro) che quello che sta guardando altro non è che un film le cui esperienze visive fanno parte di quella più generale dell’illusione cinematografica. Il film viene paragonato da Peter Bondanella al testo teatrale di Pirandello, Sei personaggi in cerca d’autore, proprio perché come esso anche 8 ½ altro non fa che utilizzare il fallimento di una realizzazione artistica per dimostrare da quest’ultimo, paradossalmente, la riuscita di un’altra opera d’arte autoriflessiva che è il film del regista Fellini.

Guido infatti è un regista in crisi che non riesce a portare a termine il suo film di fantascienza ed è in fuga dalle responsabilità sia nella vita che nel lavoro. Metz spiega il motivo per cui il film di Guido non viene mai mostrato, semplicemente perché il film di Fellini è fatto di tutto ciò che Guido avrebbe voluto mettere nel suo ma che non ha fatto. Perché il film di Guido serve solamente a Fellini come dimostrazione della riuscita del suo lavoro, infatti mentre l’opera di Guido è sempre ferma quella di Fellini si sta invece compiendo. La scena dei provini è fondamentale per capire che in realtà non esistono dei veri e propri provini proprio perché non c’è alcun film e lo stesso Guido non è un regista, o meglio lo è solo in quanto protagonista del film che stiamo guardando, che, lo ricordiamo ancora una volta, è quello di Fellini. La narrazione di 8 ½ ricorda il flusso di coscienza, con l’inserimento di sogni e fantasie che rompono la concezione tradizionale di tempo. L’intento è quello di suscitare nello spettatore un effetto straniante simile a quello dei sogni. Dal punto di vista estetico è interessante notare come il senso di intrappolamento e di impossibilità di scappare dalle responsabilità (professionali, private-morali, intellettuali) da parte di Guido viene sottolineato imprigionando il protagonista in una gabbia visiva, metafora del suo senso di soffocamento, come la sequenza iniziale dell’incubo.

Nel finale tutte le persone che sono entrate in contatto con Guido e hanno fatto parte della sua vita vengono presentate vestite di bianco in una sfilata che sta a rappresentare la riuscita e il coronamento, ancora una volta, del film di Fellini che è arrivato alla propria conclusione, mentre Guido finalmente, una volta compresa la natura dei propri problemi, si libera da essi riconciliandosi con se stesso.