Al padre di Andrea Soldi e ai tanti genitori – Lettera di Anna Maria De Angelis

Adesso che i fari dei media si stanno spegnendo e le luci si sono fatte più fioche, è doveroso, come madre, rivolgermi alla famiglia di Andrea Soldi, per esprimerle la mia vicinanza, il mio dolore, il mio sdegno, per quanto ingiustamente e in modo così violento e crudele sia stata spenta la giovane vita del loro figlio.

Caro Renato, mi rivolgo a lei con affetto perché anche io sono un genitore che conosce le sue sofferenze e sa che cosa significa quando in una famiglia entra il disturbo mentale. Io preferisco definirlo tale, qualsiasi possa essere la diagnosi. La diagnosi? Non dimentico l’espressione: “schizofrenico da vent’anni”, ripetuta in ogni articolo di giornale, come se quelle parole fossero il nome e il cognome di Andrea e la sua connotazione identitaria.

Nel mondo della psichiatria la diagnosi è sì importante ma deve implicare una prognosi che non ci spenga la speranza, che ci stimoli nella comprensione, che ci metta in condizione di accettare la diversità di un comportamento, che ci permetta di comunicare con consapevolezza e di ricordare sempre che i nostri ragazzi attraversano un inferno di dolore, solitudine e pregiudizio, molto più di quello che viviamo noi famigliari. È la psichiatria che deve recuperare, e mai rinunciarvi, le risorse dello spirito della vita dei sofferenti psichiatrici, che hanno bisogno solo di essere risvegliate ognuna a suo modo e nella giusta maniera. Gli anni passano e noi spesso aspettiamo il miracolo. Quante volte un padre e una madre vorrebbero aprire gli occhi e vedere che il proprio figlio non è più deriso, irriso, allontanato, escluso o invisibile agli altri.

Lei caro  Renato, si dia pace, lei non è il mandante che ha chiesto, come lei ha detto, quel famigerato TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) per quella iniezione che seda la mente e il corpo. Lei è il padre che con amore cercava di pulire la casa di suo figlio, tra disordine e un po’ di sporcizia come quella dei nostri ragazzi quando smettono di lavarsi, perché la propria pelle non la sentono più, essa è sepolta dalla depressione e dall’inedia catatonica di un lavaggio del cervello che va pulito dai deliri e dalle voci, con un siringone.

Lei era convinto di fare il giusto per suo figlio. Come avrebbe potuto pensare alla straziante conclusione della sua richiesta allo psichiatra che aveva in carico Andrea? 

L’iniezione di haldol lo teneva buono, le voci che sentiva cessavano. Lui pensava di essere “sano”, racconta la sorella di Andrea. Fargli questa puntura era impossibile. Allora bisognava intervenire con il TSO, cinque, e fino ad allora non c’era mai stato alcun problema.

L’alleanza terapeutica tra medico e paziente non può essere sviluppata con la sola iniezione e il solo farmaco e solo in una stanza con una scrivania che separa. Ci si può sedere anche in una panchina e tra una chiacchiera e l’altra, si può costruire un reciproco rapporto di fiducia che non è facile, che richiede tempo, che è complesso, che mette alla prova con tutte le angosce che ne derivano. Se noi famigliari dobbiamo essere dei maratoneti, allora lo devono essere anche gli operatori per fare di tutto per raggiungere la meta.

Il Centro di Salute Mentale non può essere solo un dispensatore di farmaci o di chiamate per emergenze. L’alleanza terapeutica e l’empatia, quelle sono le modalità di comunicazione che producono condivisione e consapevolezza.  Solo così il medico non rappresenta più la comunità scientifica che mantiene in sé il potere del salvifico, il paziente non è più il minus e il familiare una comparsa di badante, come spesso, Renato, noi ci sentiamo. Quante volte ci diciamo, tra noi famigliari, che gli operatori devono prendersi cura di chi soffre di disturbo mentale con una visione sistemica in cui siano presenti le dinamiche ambientali, personali, familiari, affettive, sociali e culturali, per intraprendere un cammino nel quale il paziente possa riasserire la propria identità di persona, con tutto ciò che essa può comportare.

E questo lo si può fare fa solo insieme alla comunità di appartenenza, a tutti noi. 

Caro Renato, quando passa da Roma venga a trovarci.

 

Anna Maria De Angelis 

Presidente A.RE.SA.M. ONLUS, Associazione Regionale per la Salute Mentale Lazio. 

Via Tor di Nona 43 Roma