Bravi medici e cattivi manager

L’anno scorso, il Ministro Beatrice Lorenzin aveva centrato il problema quando sosteneva: “non è detto che un bravo medico sappia fare il manager”. Bisogna pur dire che alcuni grandi medici (Umberto Veronesi, Franco Mandelli ed altri), sospinti dalla loro passione, dal loro impegno e dal loro non comune talento, sono stati e sono anche dei grandi manager ed hanno realizzato strutture pubbliche non solo di elevato valore medico-sanitario assai apprezzate anche a livello internazionale, ma anche di grande efficienza e in grado quindi di offrire salute e benessere (un prodotto in sé di valore inestimabile), a tante persone, con un ottimo rapporto costi-benefici. Ma si tratta indubbiamente di casi piuttosto rari, se non di eccezioni che confermano la regola.

La mia esperienza di medico in una struttura universitaria, la Clinica pediatrica dell’Università “La Sapienza” di Roma negli anni 1956-1996 mi ha portato a ritenere che non sempre i migliori clinici sono degli altrettanto buoni manager e che ogni buon medico o ricercatore con responsabilità di direzione e di organizzazione non solo dovrebbe possedere egli stesso una formazione di management sanitario, ma dovrebbe essere anche affiancato e poter interloquire con manager capaci con una cultura più squisitamente economico-imprenditoriale, in grado di comprendere i problemi medici nell’ambito di una stretta collaborazione di équipe. Si tratta infatti di assolvere ad uno dei compiti più ardui che ci viene posto nella attuale fase di sviluppo delle nostre conoscenze: quello di realizzare insieme, e in tempi rapidissimi perché c’è di mezzo la salute e spesso la vita delle persone, quegli adeguamenti della qualità delle cure che ci vengono imposti dal tumultuoso progresso delle tecnologie e che comportano spesso decisioni coraggiose e radicali cambiamenti organizzativi.

È su questo terreno che si misura il reale valore della condotta manageriale e che trova la sua naturale sede nella soluzione del problema della riconversione e della riqualificazione della spesa che devono comportare non solo l’adeguamento della qualità delle cure ai progressi della medicina, ma anche la tanto invocata riduzione degli sprechi (non vogliamo parlare di corruzione) e, in definitiva, più salute insieme a rilevanti risparmi per la collettività. Per questo la sanità ha bisogno di medici-manager e di manager capaci e competenti dei problemi medici più che di pessimi ragionieri capaci di pareggiare un bilancio solo attraverso sanguinosi e micidiali tagli che uccidono la funzionalità e l’efficienza di servizi pubblici insostituibili e spingono i pazienti verso un privato molte volte incontrollato e famelico oltre che, spesso, poco qualificato.

Un esempio assai negativo delle politiche sanitarie messe in atto nell’ultimo decennio è rappresentato dai loro risultati nel campo della tutela della salute mentale nel nostro Paese: in conseguenza della riduzione spesso a meno del 50% del personale dei servizi di comunità dedicato alla cura delle persone con disturbo psichico/sofferenza mentale decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, che avrebbero, o avrebbero potuto avere, una prospettiva di ripresa se arruolati in ben organizzati programmi non solo di cura con i pur necessari psicofarmaci ma anche di riabilitazione e di inclusione sociale, vanno invece incontro a cronicizzazione e disabilità. La disabilità delle persone con disagio psichico-sofferenza mentale è infatti nella maggior parte dei casi una disabilità indotta dalla mancata o inadeguata presa in carico da parte dei servizi di comunità (soprattutto Centri di salute mentale dei Dipartimenti di Salute mentale in collaborazione con i competenti organismi per le politiche sociali), dall’abbandono dei pazienti e delle loro famiglie, dalla conseguente istituzionalizzazione in un sistema di strutture di ricovero di varia tipologia (Case di cura private, cosiddette “residenze terapeutiche” in gran parte private, RSA, ecc.) gran parte delle quali con caratteristiche spiccatamente “neo-manicomiali” che ospita, ad oggi, oltre 250.000 persone in 942 strutture di ricovero pubbliche e private a livello nazionale e che assorbe almeno il 70% delle risorse destinate alla salute mentale; ciò comporta per la collettività una spesa di gran lunga superiore a quella necessaria per un ben organizzato sistema territoriale di cura, di prevenzione, di riabilitazione e di inclusione sociale e lavorativa delle persone con sofferenza mentale.

Girolamo Digilio

Presidente onorario UNASAM, Unione Nazionale Associazione per la Salute Mentale. Gia’ Primario del Servizio di Ematologia Pediatrica della Clinica Pediatrica dell’Università “La Sapienza” di Roma