“Jimmy P.” di Arnaud Desplechin: dissotterrare il rimosso

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2013, nella sezione Un certain regard, Jimmy P. è la storia di Jimmy Picard (Benicio Del Toro), un indiano reduce dalla seconda guerra mondiale, che da allora ha cominciato a soffrire di forti mal di testa con associate perdite temporanee di vista e udito. Viene ricoverato all’ospedale militare di Topeka, in Kansas, specializzato in malattie mentali e dopo alcune analisi gli viene diagnosticata la schizofrenia. I medici decidono di rivolgersi a un antropologo e psicoanalista francese, Georges Devereux (Mathieu Amalric), studioso anche della cultura degli indiani d’America. Il film è tratto dal libro Psychotherapy of a plains Indian di Georges Devereux e narra la vera storia di Jimmy Picard.

La trama fin dai primi minuti si insinua sotto la pelle del protagonista per sviscerarne ogni più piccolo aspetto, su questa linea si inseriscono anche la macchina da presa (da notare le frequenti inquadrature di dettagli) e la fotografia limpida di Stéphane Fontaine, a testimoniare la veridicità del racconto. D’ora in poi tutta la storia verterà sull’analisi del protagonista e sul suo particolare e assiduo rapporto con l’antropologo/psicoanalista che lo prenderà in cura e lo visiterà per un’ora al giorno. Per capire il presente, dice Georges, ha bisogno di dissotterrare il passato, ascoltando le confessioni di Jimmy, le sue esperienze, i suoi traumi e, non in ultima istanza, i suoi sogni. Infatti la pellicola sembrerebbe quasi una lunga, noiosa e interminabile, seduta di psicoanalisi, intramezzata dalle scene in ospedale, soffermandosi più volte nella narrazione dei sogni ma anche dei ricordi del protagonista, rappresentati con un cambio di registro fotografico caratterizzato da colori più freddi.

Manca un punto di svolta in un film che si trascina per 114 minuti senza avviarsi mai, fossilizzato in un microcosmo paziente/dottore/ospedale. Forse è proprio questo l’intento di Desplechin: rappresentare la staticità, l’ossidazione di un trauma che segna la vita del protagonista, facendo l’errore però di tirare in causa la psicoanalisi trattandola in modo elementare, quasi didascalico (in poche parole la nevrosi nella vita adulta è il risultato di traumi infantili non superati/accettati), intervallando in un semplice montaggio alternato sogni, ricordi e tempo presente.

Voto: 5 ½