RomaFF10 – “The whispering star”: Fukushima mon amour

Bianco e nero. Un umile angolo cottura. Un lavandino che sgocciola. I piccoli gesti quotidiani di una donna che prepara il tè. Sembra quasi di stare nella cucina di Umberto D. di Vittorio De Sica, nell’intensa scena in cui la servetta riflette sulla sua condizione di donna incinta ed è come se il tempo si fermasse lì, in quel momento, per dilatarsi inesorabilmente e designare la drammaticità della vita. È l’immagine-tempo di cui parla Deleuze. Ma siamo lontani anni luce dalla pellicola neorealista di Vittorio De Sica, perché se, come abbiamo visto, le analogie non mancano, in “realtà” ci troviamo all’interno di una navicella spaziale, in un futuro distante in cui la popolazione è composta all’80% da robot con intelligenza artificiale. La specie umana è in via di estinzione, ma quei pochi che sono rimasti non vogliono rinunciare ai propri “ricordi” e “affetti”, anche se questo significa aspettare per anni.

Yoko Suzuki (Megumi Kagurazaka) è l’androide che abita la navicella spaziale e ha il compito di consegnare pacchi agli esseri umani che vivono in piccole isole sparse per l’universo. Nella piccola nave spaziale in cui viaggia Yoko regna un silenzio che ricalca la sua situazione di solitudine ed estraneità, mentre la macchina da presa si nasconde spesso dietro i vestiti nell’armadio, dentro il frigo e dietro i mobili, concedendo allo spettatore punti di vista “impossibili” e disincarnati che ci mostrano i movimenti di Yoko nella sua quotidianità. Questi interni in cui si posiziona la macchina da presa sembrano ricalcare proprio il concetto di mondo interiore, mentale, dove abitano i ricordi del passato e vigono i meccanismi psichici che portano alla loro alterazione o rimozione.

The whispering star, ovvero “la stella dei sussurri” è cinema puro, fatto di quadri visivi e pochi dialoghi, con una particolare attenzione al sonoro, veicolo di forti significati simbolici: dal passare del tempo alla desolazione dell’umanità e dei piccoli mondi in cui essa abita, all’importanza dei piccoli gesti e alla bellezza dell’eco di una lattina nel silenzio delle strade. E poi tutti i personaggi non parlano ma sussurrano, in un duetto con il silenzio dell’universo ormai fatto di terre semi-deserte, di mondi rasi al suolo da guerre, bombardamenti e catastrofi. Come Hiroshima mon amour di Alain Resnais non era solo un film sulla tragedia di Hiroshima ma scavava più in profondo, nei luoghi-ricordo del passato e sul rapporto tra memoria e oblio, così anche The whispering star di Sion Sono è una riflessione sull’importanza della memoria, dove i pacchi contengono oggetti-ricordo personali che rievocano vecchie emozioni e che si associano su un altro piano ai ricordi del disastro nucleare di Fukushima. L’unica nota dolente risulta essere la ripetitività con cui si trascina la pellicola dalla metà in avanti, pacco dopo pacco, consegna dopo consegna, rischiando di stancare lo spettatore. Un’insistenza sicuramente voluta ma che sconfina nella monotonia, facendone pagare le spese alla poesia del linguaggio filmico.

Voto: 7