Arte e follia: secondo una ricerca la follia fa il genio, ma qualcuno dice che il genio fa la follia

Leggenda millenaria o realtà scientifica? Una ricerca pare confermare il rapporto tra follia e creatività. Ma qualcuno dice no.

“Nulla somiglia più ad un matto, sotto l’accesso, quanto un uomo di genio, che mediti e plasmi i suoi concetti”. Questa affermazione di Cesare Lombroso, discusso antropologo e criminologo italiano dell’Ottocento, segna il punto d’incontro di due sfere dell’umano: “genio e follia”. Ma la teoria che arte e follia siano strettamente legate ha affascinato filosofi e uomini comuni sin dai tempi di Aristotele, che in proposito diceva “gli uomini eccezionali, in filosofia, politica, poesia o arte, sono manifestamente malinconici e alcuni al punto da essere considerati matti a causa degli umori biliari”. Dalla filosofia si arriva alle neuroscienze, ma la domanda è sempre la stessa: la creatività ed il disagio mentale si influenzano sì o no? È un’esagerata creatività a innescare la malattia mentale o è quest’ultima, con le sue visioni fuori dagli schemi, a scatenare la creatività?
Una ricerca del Karolinska Institute di Stoccolma pare trovare una relazione tra queste due dimensioni dell’individuo. Lo studio, pubblicato sul Journal of Psychiatric Research, è molto lungo e approfondito. È stato condotto su ben 1,2 milioni di pazienti ricoverati in Svezia, insieme ai loro parenti (arrivando ai cugini di secondo grado) ed è durato ben quarant’anni. I risultati hanno evidenziato un dato che potrebbe anche essere allarmante, in particolare per gli scrittori. In media, queste categorie soffrono più degli altri di schizofrenie, ansia e depressione. Inoltre sarebbero più soggetti al rischio di dipendenze derivanti da alcool e droga ed avrebbero il 50% di probabilità in più di suicidarsi. Va un po’ meglio per gli altri artisti in genere e per gli scienziati: anche se appartengono comunque a gruppi in cui ci sono stati vari casi di disagio mentale, questi non superano la media.
Una delle teorie più gettonate è che il cervello di artisti e scienziati non abbia un filtro efficiente con la realtà esterna: tutti gli stimoli provenienti dall’esterno verrebbero riconosciuti come importanti, permettendo all’individuo di stabilire connessioni originali e sorprendenti. Ma l’incapacità di filtrare gli stimoli è considerata anche una fra le possibili cause di psicosi ed è stata osservata nelle fasi iniziali della schizofrenia. Sarebbe forse il prezzo da pagare per una creatività e originalità fuori dalla media.
Simon Kyaga, il giovane ricercatore che ha condotto lo studio del Karolinska spiega: “In psichiatria e in medicina si è abituati a considerare la malattia vedendola in termini di bianco o nero. Se imparassimo a riconoscere che alcuni aspetti della malattia mentale possono essere benefici, potremmo escogitare nuove tecniche per trattarla”.
Ma sarà nato prima l’uovo o la gallina? I disturbi mentali portano all’arte o viceversa? Mistero: se dalla ricerca svedese emergono dati che sembrano confermare un certo legame, quasi a dire che chi soffre di disagio psichico sviluppa doti di inventiva e creatività, secondo un’intervista del Babylon Post alla dottoressa Annelore Homberg dell’università di Chieti non è esattamente così. Homberg spiega che “la creatività è una realtà psichica, la malattia mentale è tutt’altro. E tra l’una e l’altra non c’è alcun nesso causale, nel senso che non è la tendenza a sviluppare una patologia mentale a rendere creativa una persona”. Secondo la psichiatra, che ci tiene a non promuovere sbrigative generalizzazioni sul rapporto genio-follia, potrebbe anche essere proprio il valore dell’invenzione di un artista a scardinarne l’assetto psichico. «Si, è vero che una persona che ha scoperto cose importanti sulla realtà umana o che ha cambiato, con la sua sensibilità artistica, la visione del mondo, corre poi più di altri determinati rischi di scompenso psichico. Sottolineo il “poi”: ritengo che tali rischi psichici non siano la causa della creatività ma vadano lette come reazione ad essa. Per motivi interni all’innovatore stesso ma anche esterni, è molto difficile reggere ciò che si è riusciti a fare, ad esempio le proprie scoperte quando toccano cose umane profonde». Ci vuole insomma una personalità molto strutturata per reggere l’urto di una nuova invenzione o di una scoperta rivoluzionaria. In caso contrario, l’innovatore può entrare facilmente in uno stato di depressione.
L’artista o “il genio” sono pur sempre persone. Vanno dunque pensate (e studiate) nel loro contesto e in un ambiente sociale. Come reagiscono gli altri ad una scoperta rivoluzionaria? Come prenderà il pubblico un nuovo modo di interpretare l’arte o il modo di pensare? Un tratto importante in una ricerca di questo tipo dovrebbe dunque essere segnato dai rapporti affettivi dell’artista e dalla reazione degli altri alla sua realizzazione. Accettazione gioiosa da un lato, destabilizzazione e affronto dall’altro. Nel peggiore dei casi addirittura un’innovazione geniale potrebbe passare sotto traccia o venire completamente ignorata. Quanti artisti oggi celeberrimi sono morti in miseria, disdegnati o sconosciuti ai propri contemporanei? Secondo la professoressa Homberg, andrebbero osservati anche gli scienziati e gli artisti che non hanno sviluppato disturbi mentali. Il dubbio sulla effettiva esistenza di un legame tra genio e follia è ancora aperto, al di là dei numeri e delle statistiche.
Esistono molte variabili se prendiamo in considerazione più dell’1,2 milioni di persone coinvolte dallo studio del Karolinska Institute. Potremo forse avere maggiori risposte, studiando e osservando non solo gli artisti e gli scienziati di spicco ma anche le persone meno creative e geniali che almeno una volta nella propria vita sono state innovatrici nel proprio “piccolo”.